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martedì 21 marzo 2017

Contessa Entellina. Leonardo Lala, contadino-poeta popolare arbresh NARDUCI ... ... di Calogero Raviotta

Centro Culturale Parrocchiale

“Non chiacchiere in circolo”ma iniziative concrete

Con questo titolo è stato già pubblicato un testo che anticipa in generale le iniziative (corsi, convegni, visite guidate, ecc.) che il Centro intende realizzare nel 2017 per far conoscere Contessa (storia, territorio, beni culturali, personaggi, ecc.) e contribuire alla formazione culturale di quanti intendono collaborare e aderire al Centro medesimo.

Per lo storico anniversario (500 anni) dell’atto di assegnazione in affitto (nel 1517, per nove anni) dei feudi Serradamo e Contesse agli Albanesi di Contessa, sia  per il 50° anniversario della morte (1967) di tre sacerdoti contessioti (padre Lorenzo Tardo, papas Jani Di Maggio,  papas Matteo Sciambra), è stata già avviata la fase organizzativa preliminare (documenti, relatori, contatti con le istituzioni interessate, ecc.) ed il corso di inglese avviato a gennaio ha incontrato particolare interesse culturale, creando ogni sabato pomeriggio nella sede del Centro momenti di socialità tra i numerosi partecipanti.
Da qualche settimana da Ignazio Marinello e Anna Fucarino è stata attivatala pagina facebook “Centro Culturale Parrocchiale - Contessa Entellina” per svolgere un servizio di informazione sia in particolare sulle iniziative programmate e in corso di svolgimento al Centro sia in generale sugli eventi che riguardano Contessa.
Al termine del corso di inglese solitamente viene messo a disposizione dei partecipanti un breve testo scritto di interesse linguistico o che comunque riguarda Contessa.

Credo che possa risultare stimolante per la valorizzazione della lingua materna il testo di seguito riportato del noto contadino-poeta popolare arbresh NARDUCI (Leonardo Lala).
 “Jam arbëreshdhe jam kryelartëtëjemarbërsh. Sono arbëresh e mi sento orgoglioso di esserlo. Mi sento orgoglioso di tutto quello che esiste di albanese: lingua, tradizioni, storia.
Sono orgoglioso di parlare ogni giorno una lingua delle più antiche o forse la più antica di tutte le lingue che ancora si parlano, del ceppo indo-europeo, di cui essa fa parte e che della sua remota origine ci tramanda vocaboli a suo tempo tratti anche dal sanscrito, lingua la cui origine si perde nella notte dei tempi, parlata fino verso il IV secolo.
Ho la soddisfazione di parlare tutti i giorni in una lingua, che per l'abbondanza, la varietà di tutti i suoni di cui é composta la rende una delle più dolci e armoniose di tutte le lingue del mondo. Lingua che una volta si parlava in una vastissima zona. Leggiamo quanto scrive, riguardo questo argomento, l'arbëresh Ernesto Scura, nella rivista "Lidhja" (n. 4, nov. 1981, pag.1 e 2): "Tutta la porzione d'Europa, compresa tra la foce del Po ed il Danubio, era illirica fino alla Arcadia ed all'Etolia e di conseguenza si parlava albanese dove ora é Padova, Venezia, Trieste, Budapest, Belgrado, Lubiana, Zagabria, Zara, Sarajevo, Spalato, Sish, Prishtina, Skopje, Sofia, Igoumenitsa, Praga, Prevesa, ecc.".

A quanto si legge la nostra lingua arbëresheé la medesima parlata dai nostri antenati Illiri tramandataci quasi intatta fino a noi.
Non ci sono lingue, che attualmente si parlano in Europa, che non hanno parole nostre: una volta illiriche oggi arbëreshe, le quali attraverso i secoli, nel contatto tra i vari popoli, hanno tratto vocaboli dalla nostra atavica lingua illirica, fra queste compreso  il greco, lo ammette lo stesso Platone nel suo "Cratilo". Eccone il testo tratto dalla rivista "Zëri i arbëreshvet" (n. 6 e 7 del 1973, pag. 23): "Se tu non trovi la derivazione dei greci nomi nell'idioma dei greci medesimi cercala in quello dei Barbari, dai quali i Greci hanno preso assai vocaboli ". (Quei barbari, per i nostri scrittori, erano gli Antenati degli odierni Albanesi).
Mi sento orgoglioso di parlare arbëresh in questa lingua sconosciuta e così poco avvalorata dagli stessi arbëreshë, quando penso che questa é la medesima lingua che cominciarono a balbettare da bimbi sulle ginocchia delle loro mamme: Alessandro Magno, Pirro ed i seguenti imperatori romani di origine illirica:
-    Decio da Pannonia (249-251); Costantino il Grande (306-337); Gallieno (253-268); -
Dardano Claudio II (268-270); Aureliano della Mesia (270-275); Probo della Pannonia (276-282); Diocleziano della Dalmazia (285-305); Massimiano della Pannonia (285-305); Costanzo della Dardania (305-306); Galerio di Serdica (305-306).
Oltre che della nostra lingua sono orgoglioso   anche   delle nostre tradizioni, specialmente di una di esse, la quale con rammarico vedo che si va estinguendo. L'appellativo di "lala" (fratello) e di "motrë" (sorella), che si usa o che si usava in famiglia ed in società era dolce e confortevole. In famiglia "lala" era il fratello maggiore, e "motrë" la sorella maggiore. "Lala" era anche il fratello anziano nella vita sociale e "motrë" la donna anziana.
Ricordo "lala Pepi", "lala Nini", "lalaGjergji", "motra Beta", "motraMarielja", "motraAniqe", ecc.
Spesse volte, ripeto, penso con rammarico che questa bella tradizione così satura di senso umanitario e di affettuosità fraterna che i nostri antenati, con tanto amore ci hanno tramandato per cinque lunghi secoli, noi così male l'abbiamo custodita e conservata: tradizione che rivelò, a suo tempo, l'elevato grado di educazione morale e di civiltà in cui vissero le nostre mamme ed i nostri padri.
Quale conforto questa tradizione, nel rapporto fra gli uomini dava all'uomo stesso, specialmente negli inevitabili momenti di sconforto, a cui era rivolto il dolce appellativo di "lalë" (fratello) e di "motrë" (sorella).
Sento rammarico quando penso che questa bella tradizione é quasi estinta ma penso con orgoglio che per quanto é durata fu una tradizione puramente arbëreshe. Io penso che se ci fosse una buona volontà questa tradizione si potrebbe recuperare e che ci farebbe onore.
Oltre ad essere orgoglioso della nostra lingua e delle nostre tradizioni, sono orgoglioso di molte personalità di sangue albanese, che anche se non tutti hanno operato solo a favore dell'Italia e dell'Albania ma anche a favore di altri popoli, di altre nazioni, però hanno lasciato una scia luminosa lungo il cammino della loro vita.
Di sangue albanese fu Francesco Crispi, uno dei più grandi statisti che ha avuito l'Italia. Di sangue albanese fu Nicolò Barbato, che con Bernardino Verro furono due validi organizzatori del Partito Socialista, due vite dedicate a sollevare l'oppresso e contro le ingiustizie sociali di quel tempo. Di sangue albanese furono i due scrittori, fautori della causa del Risorgimento Italiano: Girolamo De Rada e Giuseppe Schirò. Ciò che fu Crispi per l'Italia, il principe Giovanni Gjika fu per la Romania, anche lui di sangue albanese. Anche se nascosto sotto lo pseudonimo italiano di Dora d'Istria di sangue albanese fu anche la principessa ElenGjika, scrittrice e grande amica dell'Italia, dove per lungo tempo visse e morì dopo aver scritto, in varie lingue ed a favore della causa del Risorgimento italiano e contro l'oppressione asburgica in Italia. Di sangue albanese furono i due re d'Egitto: Fuad e Faruk. Re Fuad, durante il suo regno, durante  varie vicende  politiche si mostrò un grande amico  dell'Italia, dove aveva vissuto e prestato servizio militare.
Di sangue albanese fu il più grande statista, che ha avuto la Turchia: Kemàl Pascià il quale rivoluzionò tutto, trasformò tutto, in quella nazione da porla in grado di camminare a pari passo con le altre nazioni civili ed evolute nel cammino della storia. Di sangue albanese fu la sposa del re Manfredi di Svevia incoronati a Palermo nel 1258. Di sangue albanese fu Atenagora, Patriarca di Costantinopoli, il quale operò tanto per spianare la strada verso l'unione delle due Chiese, Romana e Ortodossa. Di sangue albanese é Madre Teresa di Calcutta, grande esempio di carità cristiana di fama mondiale.
Mi sento orgoglioso di essere arbëresh non solo per quel che fin qui ho descritto, ma anche per la nostra storia. Leggiamo nella rivista "Zëri i Arbëreshvet" (n.12, 1979, pag. 21) che il sultano Maometto II, appena apprese la notizia della morte di Skanderbeg esclamò: "Se non fosse vissuto Skanderbeg, io avrei sposato il Bosforo con Venezia, avrei posto il turbante sul capo al Papa ed avrei posto la mezzaluna sulla cupola della Basilica di S. Pietro a Roma!".
Sono orgoglioso di essere un discendente di questi eroi, che con tanto spargimento di sangue arrestarono la marcia delle potenti orde ottomane, che tronfie delle recenti vittorie, specialmente dopo la caduta di Costantinopoli avvenuta nel 1453, spinte dal loro fanatismo religioso non posero argine alla loro ingordigia e cercarono di aprirsi un varco attraverso gli stati balcanici per piombare sull'Italia e piantare la mezzaluna sulla Città Eterna dei sette colli. E'storia di ieri, se la croce di Cristo irradia oggi il mondo dalle alture dell'Urbe é un pò merito eterno di questo formidabile manipolo di eroi, i quali sotto la guida di quel fulmine di guerra che fu il loro capo KastriotaSkanderbeg, opposero un insormontabile baluardo, per ben 36 anni, al più potente esercito del mondo di allora con a capo, per un pò di tempo, l'ambiziosissimo sultano Maometto II, che dalla lettura si vede chiaro a che cosa mirava.
Un altro motivo di orgoglio di essere arbëresh l'ho sentito per un pò di tempo che ho vissuto a New Orleans. Là ho avuto una esatta misura di quanto l'arbëresh ami tutto quello che vede di arbëresh attorno a sé. Ovunque vi era presenza di Contessioti, ed eravamo numerosi, là si udiva parlare la nostra lingua. Nessuna impressione di trovarci in terra straniera. New Orleans ci sembrava una Contessa ingrandita. Nel 1892 fu fondato un sodalizio, che per numero e per organizzazione e per larghezza finanziaria destava la ammirazione di altri italiani e orgoglio per ogni contessioto. Niente di tutto questo tra italiani non contessioti. Un motivo di soddisfazione per noi arbëreshë era la facilità con cui si riusciva a pronunciare correttamente, senza difficoltà, tutti i suoni di quei vocaboli che man mano andavamo imparando nella lingua inglese. Non era invece così facile per gli italiani non arbëreshë. Come si sa la nostra lingua arbëreshe e la lingua parlata negli USA hanno le stesse lettere dell'alfabeto e gli stessi suoni nella pronuncia anche se i vocaboli di significato diverso.

In quale luogo, fra quali popoli, in quale tempo, popolo trapiantato in terra straniera, dopo cinque secoli parla ancora la lingua originaria? Solo tra gli arbëreshë!   
(Centro Culturale Parrocchiale II)