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mercoledì 8 febbraio 2017

Storie di Sicilia. Dai malèfici alla scienza del terzo millennio

Vivere sotto i Baroni (II)

Nei giorni scorsi si è spento (fine gennaio) lo studioso di Storia Siciliana Salvo Di Matteo. Anche per volerlo ricordare per la dedizione profusa sulle vicende storiche della nostra isola, attingiamo ad alcuni dati e considerazioni sull'antico parlamento di Sicilia da un suo interessante libretto "Storia dell'Antico Parlamento di Sicilia (1130-1849), Graficreo. 

Il Primo Parlamento legislativo non fu quello di Sicilia
Ad introdurre le iniziali consuetudini parlamentari in Sicilia, in piena età medievale, furono i Normanni.
Un’assemblea di militi e di prelati raccolti nel marzo 1061 attorno al duca Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo (l’Astuto) deliberò la guerra di conquista della Sicilia, da più di due secoli dominio dei saraceni. Si trattava,  in questo come in altri casi, di assemblee dalle funzioni limitate, come l’investitura comitale o le decisioni di pace e di guerra.

Il primo vero parlamento in Europa fu, nell' XI  secolo, invece  le Cortes spagnole, assemblee rappresentative dei vari Regni Iberici, dotate di veri poteri legislativi e politici e strutturate con un assetto che prefigurava già la tripartizione dell’ordinamento sociale in nobiltà, clero e borghesia cittadina.
Tutto ciò era – e sarà ancora per molto tempo – estraneo alla Sicilia.

Le curiae generales, il Parlamento appunto, in realta' fu convocato e insediato a Palermo nel 1130, con la partecipazione di ecclesiastici, baroni e civili di privata condizione per acclamare in quell'occasione Ruggero II d'Altavilla re di Sicilia.
L’incoronazione del primo monarca di Sicilia venne celebrata nel duomo di Palermo, il giorno di Natale del 1130, da quattro vescovi e ricevette la dignità regia dalla sanzione del Parlamento.
Da quell’evento ebbe origine  la norma – non codificata – per cui tutti i successivi sovrani che si sarebbero avvicendati sul trono dovessero conseguire l’assenso (che altro non era se non il mero riconoscimento, più che l’approvazione) del Parlamento; le formalità si sarebbero sempre concluse con la solenne incoronazione in cattedrale per mano dell’arcivescovo di Palermo.
Tutti i sovrani normanni, e così gli svevi, furono confermati sul trono dal voto parlamentare dei baroni, dei prelati e dei civili ma, quel voto non costituiva investitura né proclamazione; era solo la ratifica di un evento (l’ascesa al trono) avveratosi a prescindere dall’intervento del Parlamento.

I poteri legislativi, effettivamente deliberativi, mancarono all’antico Parlamento siciliano, che fu organo rappresentativo, a struttura oligarchica, di baroni e di prelati (sebbene talora vi fossero ammessi alcuni civili, scelti fra i meliores homines), privo di reale funzione politica; in tempi più tardi vi furono istituzionalmente ammessi i rappresentanti delle città demaniali, e anche allora con prerogative assai modeste.
Esso non ebbe altra funzione, sostanzialmente, che di attestare consenso al re:  in pratica, di procedere al riconoscimento della dignota' regia di ogni sovrano asceso al trono, prendere cognizione delle leggi da lui statuite senza alcun suo potere partecipativo, suffragare le decisioni fiscali sancite dal re, e, al più, perorare interessi e privilegi di casta.