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giovedì 23 febbraio 2017

Hanno detto ... ...

 ANTONIO MAGLIE, collaboratore della Fondazione Pietro Nenni
Matteo Renzi è veramente un personaggio straordinario: come si dice, se la canta e se la suona da solo ma poi con atteggiamento convinto ti assicura che in realtà le note arrivavano direttamente dalla Filarmonica di Berlino. Già il fatto di aver trasformato la direzione di un partito che ha avviato la “pratica” congressuale in un momento assolutamente irrilevante nella sua esistenza di capo uscente e, possibilmente, rientrante, fornisce la misura della sua sensibilità democratica. In fondo, essendo in questo momento “senza lavoro”, avrebbe potuto tranquillamente ritardare di qualche giorno la partenza per gli States. Ma lui è uno che vola alto, uno statista, uno che abbraccia Obama e che chiama la Merkel “Angela”. Lui è uno che parla al mondo (più o meno come il Papa) e non può confondersi con quel “volgo” politico (e di politicanti) che si attarda con le piccole cose di un paese che non è che sia stato guarito dai suoi 1015 giorni a palazzo Chigi, come dimostra il pressante invito di Bruxelles (un’ultima chiamata) rivolto al ministro Piercarlo Padoan a quadrare i conti, “incrinati” proprio dal suo governo.
In fondo è sempre stata la sua strategia: dentro le istituzioni ma diverso, a parole, dal mondo circostante, un mondo che, malgrado le sue opinioni, lo ha prodotto, si potrebbe dire “allevato” (la quintessenza del post: post-democristiano, post-progressista, forse anche un po’ post-democratico). In ogni caso, pur essendo proiettato verso il mondo o, meglio ancora, l’universo, avverte sempre la nostalgia di casa. O meglio avverte che in Italia avvertono la sua mancanza, l’assenza in particolare di una predicazione illuminante che conduca tutti verso un futuro fatto di riforme (una al mese), di successi elettorali al quaranta per cento, di ricostruzioni (delle zone terremotate) a tempo di record. Ecco, allora, che dall’altra parte dell’Oceano, dopo aver forgiato il partito (quel che resta: poco) a sua immagine e somiglianza, ostenta distacco sdegnoso da quello che è il suo habitat e che senza il quale lui stesso non esisterebbe: “Mentre la politica italiana post-referendaria litiga su tutto o quasi, il mondo fuori continua a correre. Ho deciso di staccare qualche ora – mentre il Pd scrive le regole per il congresso – e di dedicarmi ad alcuni incontri di qualità in California. Il futuro, prima o poi, torna. E allora facciamoci trovare pronti: anziché litigare sul niente, proviamo a imparare da chi sta costruendo il domani prima degli altri”.
ETTORE MARIA COLOMBO, giornalista de Il Quotidiano Nazionale
IL CONGRESSO del Pd sta per aprirsi e chiudersi in un arco di tempo assai ristretto. Fonti renziane altolocate fissano al 9 aprile, la prima domenica del mese, la celebrazione delle primarie aperte: «Non un giorno oltre, così la finestra elettorale di giugno resta aperta», sibilano. Renzi avrà un contendente certo, il governatore pugliese Michele Emiliano, forte al Sud, debole al Nord, e uno incerto, il ministro alla Giustizia Andrea Orlando, forte nel Nord Ovest e – se lo appoggeranno Zingaretti e Marini – al Centro del Paese.
Orlando ha un’agenda fitta: al mattino presenta il suo nuovo blog Lo Stato presente («Non una rivista – spiega – perché non ho soldi per creare think-thank né Fondazioni», stoccata a D’Alema…). La sala è stracolma di parlamentari, anime perse della sinistra dem (ex Giovani Turchi, bersaniani, cuperliani, persino i veltroniani). Poi va in Direzione, non parla, ma presto scioglierà la ‘riserva’. Ieri sera, poi, ha riunito la sua area con Cuperlo e Martina. Insomma, dicono i suoi e i renziani, Orlando si candiderà a segretario e dalla televisione si capisce che il ‘grande passo’ è assai vicino, cosa di giorni. 

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