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giovedì 12 gennaio 2017

Zef Chiaramonte. Un appello agli Arbëreshë

    RICEVIAMO E VOLENTIERI RIPORTIAMO DI SEGUITO

                                             ARBËRIA E METROPOLIA, appello agli Arbëreshë

    Cari Amici,

notiamo da tempo un profondo scollamento culturale tra il clero e i laici che hanno a cuore la tradizione arbereshe.
   Sentiamo dire da qualche papàs che non è compito della Chiesa salvare la lingua dei padri.
   Ma non è neanche compito dei preti affrettarne la fine e cantarle il Metà pnevmàton / De profundis!
   Nel Sinodo del 2004-5, la Chiesa Italo-Albanese, rappresentata dal Clero e da laici, ha  indicato nel  greco e nell’albanese le due lingue liturgiche per la celebrazione nelle nostre Comunità.
   Si attendeva che, soprattutto il Clero, colmasse le lacune di molti suoi membri relativamente alla cultura delle due lingue liturgiche.
   Notiamo, invece, con grave disappunto, che si passa facilmente all’uso dell’italiano, adducendo motivazioni  che non convincono. 
   Non sarà che nel Clero si siano annidatati indolenza, apatia, disamore per la propria cultura, peraltro parente stretta del culto, cosicché si ritratta nei fatti quanto ufficialmente convenuto? 
   Ne siamo quasi convinti, ma non siamo affatto felici di tale schizofrenia!
   Il nostro Clero in Sicilia, lasciato per tanto tempo a briglie sciolte da chi aveva il compito di accoglierlo accanto a sé in un progetto comunitario, ne ha talmente inasprito lo spirito individualista che non c’è stato verso di poter trovare nel suo seno un soggetto atto a portare il peso del servizio episcopale dell’ Eparchia.
   Il Vescovo attuale, venuto da fuori, certamente mal consigliato, ha prestato il fianco a molteplici critiche.
   Pare che, in un secondo tempo, il Vescovo abbia cambiato atteggiamento e anche le critiche sono andate attenuandosi, ma si affaccia una novità che richiede l’attenzione degli uomini e delle donne di buona volontà.
   Mons. Gallaro, in uno con la Congregazione par le Chiese Orientali Cattoliche, è fautore di una METROPOLIA DELLA CHIESA BIZANTINA CATTOLICA IN ITALIA.
   Ci si sarebbe aspettato che di questa novità, che inciderebbe profondamente sulla fisionomia della Chiesa Italo-Albanese, il Vescovo informasse la Comunità richiedendone il parere.
   Non solo questo non è avvenuto, ma pare che sia proprio questa novità di fondo il motivo ispiratore di un atteggiamento, se non ostile, quanto meno equivoco di Mons. Gallaro nei confronti delle nostre tradizioni arbëreshe.
   Ma teniamo il punto.  Come verrebbe strutturata la METROPOLIA?
- L’Eparchia di Piana degli Albanesi (che potrebbe cambiare sede?) estenderebbe la propria competenza su tutti i “bizantini” dell’Italia Insulare: Sicilia e Sardegna;
- L’Eparchia di Lungro (che potrebbe cambiare sede?) estenderebbe parimenti la competenza su tutti i “bizantini” dell’Italia Meridionale;
- Il Monastero Esarchico di Grottaferrata, divenuto Eparchia e probabile sede del Metropolita, estenderebbe la competenza su tutti i “bizantini” dell’Italia Settentrionale.
   Le tre Eparchie, nel loro insieme, andrebbero a formare, appunto, la METROPOLIA DELLA CHIESA BIZANTINA CATTOLICA IN ITALIA.
    Considerato il fatto che nessuna Chiesa ortodossa  definisce se stessa “bizantina”, non v’ha alcun dubbio che tale disegno turba assai la coscienza degli interessati.
   Infatti, nella prevista ristrutturazione, gli Italo-Albanesi, da “figli primogeniti” si ridurrebbero a minoranza, davanti al numero sempre crescente di Greco-Cattolici provenienti dal Medio Oriente, Romania, Bulgaria, Macedonia, Serbia e Vojvodina, Ungheria, Montenegro, Grecia, Ucraina, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Russia, etc.
   Se escludiamo che in questo disegno siano estranee logiche politiche e nazionali che strumentalizzano le Chiese per esercitare pressioni e cancellare precise testimonianze, nella fattispecie, si tratterebbe di un cambiamento di rotta di Roma nei confronti degli Arbëreshë, un popolo che ha saputo conservare la propria fisionomia e mantenere il ricordo dei Balcani preottomani, dando inizio alla letteratura albanese e <anticipando il moderno ecumenismo> (Paolo VI).
   Tale identità, come si sa, è stata mantenuta e sviluppata all’ombra del Papato, al quale gli Italo-Albanesi intendono rimanere fedeli, rispettando un “patto” non scritto, ma di lungo corso, con la S. Sede.
    Che dire, allora, sul progetto della Congregazione Orientale? Può esso arrecare nocumento o allargare prospettive agli Italo-Albanesi?
   Per discutere e confrontarci su un argomento di così grande importanza, si invitano tutti gli Arbëreshë di buona volontà, laici e chierici, al di qua e al di là del Faro, a esprimere pubblicamente il proprio pensiero sul sito del  “Presidio e osservatorio …”, al fine di permettere a un ristretto Comitato di interloquire in modo rispettoso, ma libero e forte, con la Santa Sede.

Palermo, 11 gennaio 2017

                                                                                        Zef  Chiaramonte