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domenica 8 gennaio 2017

Hanno detto ... ...

ENZO BIANCHI, priore d Bose
A volte facciamo un gesto per esprimere un desiderio impossibile: accendiamo una candela per la salute di chi amiamo.

BEPPE SERVEGNINI, edtorialista de Il Corriere della Sera
E allora? In politica la coerenza è ormai un optional.
I nuovi elettori-sudditi non giudicano: gridano e tifano.

TOMMASO LABATE, giornalista de Il Corriere della Sera
Le parolacce dette dai politici sono il segnale di un degrado che andava fermato prima.

GUSTAVO PIGA, economista
E così quella "La Repubblica" che connobi decenni fa che avrebbe aperto in prima pagina con la morte di Soares oggi la relega in 19ma.
Chapeau


MARCO TRAVAGLIO, giornalista de "Il Fatto Quotidiano"
Chi è Romeo, nel senso di Alfredo, indagato per corruzione e concorso esterno in associazione camorristica, si sa: un avvocato-imprenditore-finanziere napoletano ma di origini casertane, detto la Sfinge, che dal Vesuvio ha scalato l’Italia fino ad arrivare a 20 mila dipendenti e a 25milioni l’anno di tasse, con la formula del “global service”: offrendo, cioè, alla PA (Quirinale, ministeri, comuni, province, regioni, palazzi di giustizia, università, ospedali, aeroporti ecc.) quei servizi di gestione e manutenzione che la PA deve (anche per le sue inefficienze) o preferisce (anche grazie alle sue corruzioni) appaltare all’esterno.
Resta da capire chi sia Giulietta, la sua innamorata al balcone. Romeo risolve problemi e necessita di ottimi rapporti con la politica che, in un Paese che non distingue il pubblico (lo Stato) dal privato (i partiti), è un tutt’uno con la PA. Quindi finanzia un po’ tutti e lo fa, almeno che si sappia, “in chiaro”. Negli anni, per dire, ha foraggiato legalmente il finiano Italo Bocchino (Fli), il veltroniano Goffredo Bettini (50 mila euro), gli ex dalemiani Nicola Latorre e Gianni Cuperlo, il candidato Pd a presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti (230 mila euro), il sindaco di Firenze e aspirante segretario del Pd Matteo Renzi (60 mila euro alla fondazione Big Bang) e così via. “Finanziamenti richiesti dagli stessi politici ed effettuati nei modi di legge”, precisò il suo avvocato nel 2013 a Milena Gabanelli. Report, guarda un po’, si occupava di Consip, la centrale unica degli acquisti per la PA controllata dal Tesoro, che aveva appena assegnato vari appalti a Romeo, appena condannato in appello per corruzione e turbativa d’asta.
La Cassazione poi annullò la condanna e lo prosciolse da ogni accusa, pur segnalando gli agganci al Comune di Napoli (epoca Iervolino) che lo informavano sulle gare. Ma la Gabanelli pose un problema politico ed etico: “Siamo d’accordo che avere una centrale unica di acquisti sia una buona idea, ma poi dipende da come la traduci nella realtà. E come sempre la fa la qualità delle persone”. Se chi nomina i vertici Consip è foraggiato da imprese private che campano e ingrassano di contratti con la PA, c’è il rischio che quei soldi, sulla carta legittimi, nascondano tangenti a futura memoria: io ti finanzio oggi, tu mi ricambi domani. Ora, indagando sulle pulizie al Cardarelli di Napoli, i pm antimafia sospettano che Romeo abbia assecondato gli interessi di un clan in cambio di “protezione” (Romeo replica di essere uscito dal Cardarelli al primo puzzo di bruciato: “Per fare pulizia lì ci vorrebbe l’esercito”).
Ma ascoltano pure una conversazione tra lui e il suo neoconsulente Bocchino (l’ex deputato), che descrive la Consip come camera di compensazione degli interessi privati di politici e affaristi con miliardi pubblici. Consip – spiega Bocchino a Romeo – preferisce favorire le cooperative per “controllare il voto”: infatti “le coop hanno maestranze irreggimentate e facilmente controllabili sotto il profilo clientelare ed elettorale… Un politico può venire da te a chiederti i 60 mila euro che ti ha chiesto Renzi, ma i mille pulitori sul territorio sono mille persone che danno 5 mila euro ciascuno e, quando voti, si chiamano i dipendenti e dicono ‘Senti, dobbiamo votare questo’… Tu invece i tuoi dipendenti neanche sai chi sono”. Intercettando e pedinando Romeo e i suoi collaboratori, gli inquirenti s’imbattono però in un mega-appalto di 2,7 miliardi gestito da Consip e destinato, per alcuni lotti, proprio a Romeo.
Appalto che si sospetta truccato, in cambio di mazzette a un dirigente della società del Tesoro, e che sembra stare a cuore a Tiziano Renzi e al suo amico Carlo Russo che avrebbe introdotto Romeo alla Consip grazie alle sue entrature nella Family. Il resto è cronaca – del Fatto – degli ultimi giorni: uno o più uccellini avvertono i vertici Consip, il presidente Ferrara e l’ad renzianissimo Marroni. Il quale fa bonificare subito gli uffici dalle cimici. Poi, inchiodato dai carabinieri, “canta” i nomi degli uccellini che avrebbero fatto la soffiata: il comandante dei Carabinieri Del Sette, il capo dell’Arma in Toscana Saltalamacchia, l’allora sottosegretario Lotti. Tutti indagati per rivelazione di segreti e favoreggiamento (a Romeo e agli altri indagati per l’appalto truccato).
Un altro amico di Renzi, Vannoni, racconta ai pm che Matteo sapeva tutto dell’inchiesta (teoricamente segretissima) su Romeo. E La Verità, mai smentita, scrive che sapeva tutto anche papà Tiziano. Chi li ha informati e, soprattutto, perché? Cosa importava a Renzi padre e a Renzi figlio e premier di un’inchiesta su Romeo? E perché due generaloni dell’Arma e il sottosegretario più vicino a Renzi rischierebbero la carriera per danneggiare l’indagine? Una risposta l’han data l’altroieri gli avvocati dell’imprenditore: “Romeo è stato usato come un ‘cavallo di Troia’… Le accuse di concorso esterno e l’appalto al Cardarelli sono stati usati strumentalmente per indagare su Consip e sulle alte cariche dello Stato in un percorso d’indagine che lascia chiaramente capire quale potesse essere l’obiettivo finale di tutta l’inchiesta”.
Cioè Lotti e la famiglia Renzi. Ora, fermo restando che i pm di Napoli fanno il loro dovere e avrebbero potuto intercettare Romeo anche “soltanto”con l’accusa di corruzione, la risposta dei suoi legali ricorda quelle che solevano ripetere Previti e Dell’Utri appena finivano sotto inchiesta, per garantirsi la protezione di Berlusconi: “Silvio, i magistrati puntano me per colpire te”. Ma Previti e Dell’Utri erano notoriamente il braccio destro e sinistro di B.. In che senso, invece, partendo da Romeo si arriva direttamente, a colpo sicuro, ai renziani? Si attendono chiarimenti da Giulietta.