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giovedì 15 dicembre 2016

Paolo Gentiloni. Così si è espresso ieri pomeriggio in Senato

La replica del Presidente del Consiglio dei Ministri incaricato, Paolo Gentiloni, a conclusione della discussione sulla fiducia al suo Governo, svolta nel corso della seduta del Senato del 14 dicembre 2016.

Signor Presidente, onorevoli senatori, signore Ministre e signori Ministri, 
credo che nel rivolgermi al Senato per chiedere la fiducia al nuovo Governo ci sia un punto di partenza obbligato.
Voi sapete che io ho condiviso pienamente e fino in fondo la proposta di riforma costituzionale che è stata ripetutamente approvata a maggioranza in quest’Assemblea. Tuttavia, sapete altrettanto bene che i cittadini italiani – il popolo – hanno deciso con un referendumdal risultato peraltro molto netto.
Quindi, potrei dire che la fiducia che, a nome del Governo, chiedo al Senato è certamente basata sull’articolo 94 della Costituzione, ma è anche un po’ particolare. Chiedo la vostra fiducia ed esprimo la mia fiducia nei confronti del Senato e delle sue prerogative e dei rapporti che l’ordinamento costituzionale stabilisce tra il Governo, le Camere e il Senato della Repubblica. 
Nella nostra discussione alcuni senatori hanno sostenuto che da parte del Governo ci sarebbe un’indifferenza rispetto ai risultati del referendum, di cui noi non terremmo conto. Io credo che le cose siano molto chiare e lo siano anche per i cittadini italiani. Si è dimesso il Presidente del Consiglio, si è aperta una crisi di Governo. Penso che la scelta del presidente Renzi di dimettersi, in coerenza con quanto aveva ripetutamente annunciato nel corso della campagna referendaria, sia stata una scelta di coerenza che merita il rispetto di tutti coloro che hanno a cuore la dignità e la serietà della politica. 
Si possono fare tutte le polemiche che vogliamo, ma vi è il dato di fatto di un Presidente del Consiglio che, pur disponendo ancora di una maggioranza e quindi non essendo obbligato in termini formali e costituzionali, sceglie di dimettersi.
Non siamo innamorati della continuità. Abbiamo, anzi, rivolto una proposta all’insieme delle forze parlamentari per individuare, se possibile, una convergenza più larga, addirittura una convergenza generale di fronte alla situazione. Vi è stata da parte della stragrande maggioranza delle forze politiche a cui questo invito era stato rivolto una indisponibilità. Quindi non un amore per la continuità, ma la presa d’atto di questa situazione ha spinto le forze che hanno sostenuto fin qui la maggioranza a dare vita al nuovo Governo, per responsabilità, come ho cercato di sottolineare ripetutamente in questi giorni.
Sarebbe stato forse più utile dal punto di vista politico e partitico – se volete – sottrarsi a questa responsabilità, ma sarebbe stato molto più pericoloso per il Paese. Pertanto, il segno di questo Governo è di farsi carico di questa situazione.
Molti hanno parlato di verità – anche se forse, come diceva il senatore professor Tronti, la verità rivoluzionaria non è più di moda – ma questa è la verità: che il Governo si è costituito con queste caratteristiche per assumersi una responsabilità che riteniamo fondamentale in questo momento.
Lo abbiamo fatto in modo molto rapido: nove giorni fa il referendum, una settimana fa le dimissioni del presidente Renzi, due giorni fa l’incarico al sottoscritto di formare un nuovo Governo; non per impazienza, ma perché credo sia a tutti evidente l’importanza di dare all’Italia istituzioni stabili e certezza, in un contesto come quello attuale.
Sappiamo, infatti, che abbiamo impegni immediati sui quali il Governo è al lavoro e sarà al lavoro con ancor più forza nella pienezza delle sue funzioni. Penso al sostegno al sistema bancario, di cui ho parlato anche nelle mie comunicazioni iniziali. Penso all’emergenza terremoto e ricostruzione: sarà la prima riunione che farò oggi pomeriggio con il commissario Errani e con il direttore della Protezione civile. Penso all’impegno europeo: domani mattina vi è un Consiglio europeo in cui è importante che l’Italia sia rappresentata a pieno titolo, perché si discuteranno alcuni temi molto rilevanti, come le regole sui flussi migratori, in particolare sui rifugiati, in merito alle quali voi conoscete la posizione italiana, quindi non la ripeto.
Voglio solo accennare in questa sede – perché è l’attualità che ci spinge in questa direzione ed è importante che lo si citi anche nell’Assemblea del Senato – al dramma continuo di Aleppo, di cui domani parleremo, che è stato uno dei maggiori impegni e anche uno dei maggiori non successi – purtroppo – della diplomazia internazionale e, per la parte che compete all’Italia, del sottoscritto negli ultimi mesi. È stata una partita nella quale abbiamo cercato di sperimentare anche nuovi rapporti tra gli Stati Uniti e la Russia; per un certo periodo sembrava che questi nuovi rapporti tra Russia e Stati Uniti per arrivare a una tregua funzionassero; purtroppo questo non si è sviluppato e continuiamo ad assistere a un dramma che offende le nostre coscienze e che l’Assemblea del Senato credo debba ricordare come una tragedia inaccettabile per la nostra civiltà. 
Rinvio alle comunicazioni che ho fatto all’inizio per una serie di impegni programmatici che aspettano il Governo. Questo non è un Governo di inizio legislatura, ma è un Governo che innanzitutto deve completare l’eccezionale opera di riforma, innovazione e modernizzazione che è stata fatta in questi ultimi anni. Su questo non c’è dubbio, io credo. Si possono avere opinioni diverse e si possono naturalmente, dal punto di vista dell’opposizione, più che legittimamente criticare molte di queste riforme e di questi cambiamenti; ma sul fatto che ci sia una mole di innovazioni che è stata portata avanti e che il Governo deve completare credo che non ci sia alcun dubbio. 
 Ci viene riconosciuto dai cittadini italiani, ci viene riconosciuto in sede internazionale; e sarebbe assurdo che un Governo, che peraltro molti tra i critici accusano di eccesso di continuità, immaginasse che completare il percorso di riforme avviato non è il suo compito principale. Quindi giustizia, diritti, completamento delle norme sulle pensioni, innovazione (mi ha colpito il riferimento che vi ha fatto la senatrice Cattaneo nel suo intervento) e un accento particolare, che io ho voluto dare sin dalle comunicazioni iniziali, al tema del lavoro e del Sud. Il Sud è uno dei luoghi nei quali contemporaneamente si manifesta la maggiore potenzialità del nostro Paese, perché, se il nostro Paese può avere nei prossimi anni un tasso di crescita molto più alto di quello attuale, ciò sarà possibile se riusciremo a fare molto di più per il Mezzogiorno. Non abbiamo in testa chissà quali operazioni all’antica, quando parliamo di un Ministero che ha tra le sue competenze il Mezzogiorno; tutt’altro, abbiamo in testa la straordinaria opportunità che, se impostiamo bene questa partita, può venire da una rinascita e da una ripresa del Mezzogiorno.
Lavoro e Mezzogiorno (Mezzogiorno continentale e insulare) sono tenuti insieme dal tema che il senatore Tronti ha affrontato; chiamiamolo il tema del disagio che oggi si accompagna con gli sviluppi e con i progressi della modernità. Voi sapete bene che siamo contemporaneamente in uno dei momenti più felici dell’umanità, perché questo è uno dei momenti nei quali la vita media si è più allungata, la capacità di contrastare le malattie si è rafforzata, ciascuno di noi ha nelle proprie tasche una quantità di conoscenze incredibile, che solo per la mia generazione avrebbero reso necessarie biblioteche intere, cui noi possiamo accedere invece con grandissima semplicità (poi c’è anche la velocità dei trasporti). Eppure, di fronte a questa straordinaria evoluzione della modernità, c’è, in modo particolare nelle società occidentali, libere e avanzate, un problema crescente di disagio in alcuni strati e in alcune fasce sociali. Sono in particolare le fasce più deboli e più povere del ceto medio quelle che stanno sentendo in modo pesantissimo le conseguenze di questi fatti positivi, del fatto che il mondo è più aperto e del fatto che l’evoluzione tecnologica è più forte.
Se qualcuno pensava a questo mondo più aperto e a questa evoluzione tecnologica più forte come ad una sorta di nuovo Ballo Excelsior, come abbiamo pensato in molti negli ultimi 10-15 anni, si sbagliava di grosso. Certamente c’è uno straordinario progresso, ma ci sono le difficoltà, il disagio, i perdenti in questo processo. A chi a questo processo tiene, cioè a chi è innamorato dell’idea della società aperta, del commercio internazionale, dell’apertura e non dei muri e dei confini, a chi crede in questi valori spetta in modo particolare porsi il problema di chi da questi grandi progressi invece è colpito, subisce conseguenze pesanti, addirittura vive peggioramenti della propria situazione.
Ci sono dei dati resi noti stamattina dal centro studi della Confindustria che sono da questo punto di vista molto interessanti. Da una parte, infatti, fanno vedere una cosa che è sotto gli occhi di tutti e che in buona misura è anche il risultato dell’azione svolta in questi ultimi anni e, cioè, che i tassi di crescita vengono previsti con un rialzo maggiore delle previsioni, c’è più crescita di quanto si prevedeva. I tassi di disoccupazione vengono, sia pur molto lievemente, proiettati più bassi di quanto si prendeva. Si tratta quindi di dati macroeconomici incoraggianti, che fanno vedere che l’Italia si è rimessa in moto, che in Italia e in Europa c’è, lentamente e gradualmente, un segno di ripresa. Al tempo stesso avete però visto nei dati resi noti dal centro studi della Confindustria i dati sulla povertà, che sono anche questi in crescita. Ci dobbiamo rendere conto di questa contraddittorietà del contesto in cui siamo e in cui sviluppo, progresso, modernizzazione, convivono con sacche di disagio che è compito della politica e del Governo affrontare con risposte credibili. Questo è il senso della sottolineatura particolare; non abbiamo vent’anni davanti per cambiare il volto al Mezzogiorno d’Italia, ma è il senso della sottolineatura particolare della parola Sud e della parola lavoro, lavoro, lavoro, che ho cercato di fare in questi giorni. Cercheremo di lavorarci con serietà, approfondendo anche la questione dei tempi e dei modi possibili di procedere verso l’universalizzazione delle tutele, che deve essere un traguardo per chi governa in un contesto come quello che ho descritto,  ma che tutti noi sappiamo essere un traguardo percorribile con serietà e consapevolezza perché non lo risolviamo purtroppo con facili slogan.
Ho parlato nelle mie comunicazioni introduttive della durata del Governo, che è stabilita dalla Costituzione. Ho parlato della legge elettorale, rispetto alla quale rivendichiamo un compito di facilitazione e, se possibile, anche di sollecitazione. Non ci sfugge infatti come una delle istituzioni della Repubblica, il Governo, comunque, a prescindere da quanto durerà o non durerà la legislatura, l’urgenza di dare al nostro sistema regole che consentano di votare alla Camera e al Senato in modo armonizzato ed effettivo. Questa è un’esigenza del sistema e delle istituzioni. Non è una valvola da aprire o chiudere a seconda dell’urgenza o minore urgenza dell’appuntamento elettorale. Per questo dico che il Governo non sarà attore protagonista, sarà facilitatore e solleciterà questo percorso perché le Istituzioni ne hanno molto bisogno.
Influenzerà la decisione che le forze parlamentari prenderanno sulla legge elettorale, influenzerà, in parte, perfino la costituzione materiale del nostro Paese, come si suol dire, perché credo che sia giusto il riferimento, che leggiamo sui giornali e che qui è stato ripreso da alcuni colleghi da Quagliariello e da Mineo, anche se su fronti opposti, sul fatto che non vi è dubbio che in gioco vi sia anche l’evoluzione del nostro sistema rispetto a come è stato negli ultimi anni.
Io qui mi fermo perché, nel mio ruolo attuale, non posso andare oltre ma non vi è dubbio che quando discuterete, e il Governo darà il suo contributo, le nuove regole elettorali, saremo tutti consapevoli che si tratterà di una discussione che incederà sul modo di concepire il funzionamento della nostra democrazia. Questo credo sia un aspetto di cui certamente tenere conto. Io difenderò, com’è ovvio, le prerogative del Parlamento e lo farò nei confronti di tutti. C’è stata una discussione a mio parere molto sbagliata negli ultimi mesi da parte di chi ha presentato le riforme che erano state approvate, peraltro a maggioranza, nel Parlamento come chissà quale tentativo autoritario e credo che questo sia stato un errore.
Invito, comunque, chi, in questi mesi, si è battuto alzando la bandiera del Parlamento contro ipotetici, e a mio avviso inesistenti, tentativi autoritari, a rispettare il Parlamento e le sue regole, a partecipare alle sue riunioni e a farlo in modo civile e con dignità come prevede la Costituzione. 
Chiedo a tutti i Ministri del Governo che ho l’onore di presiedere di lavorare con responsabilità e con dignità. Aggiungo solo un’altra parola che rubo ad un grande italiano, il presidente Ciampi, un grande statista italiano, che quando presentò, in tutt’altre condizioni, il suo Governo, usò un altro termine molto importante, il termine «umiltà», e disse quello che, molto modestamente, vorrei dire anch’io e cioè che per il tempo che sarà necessario in questa delicata transizione, servirò con umiltà – e con me tutto il Governo – gli interessi del Paese.