StatCounter

venerdì 2 dicembre 2016

Hanno detto ... ...

FRANCESCO PIZZETTIgiurista, già presidente dell'Autorità Garante per la Privacy

Astenersi è legittimo ma è scelta estrema per un cittadino che non si senta estraneo alla sua comunità.
Non votare è ritirarsi nel deserto

PAOLO FLORES D'ARCAIS, direttore della rivista Micro-Mega

Renzi sostiene che la sua riforma costituzionale ha due meriti fondamentali: è razionale, perché elimina il doppione legislativo tra Camera e Senato, causa a suo dire fondamentale della lentezza, farraginosità e infine impossibilità di affrontare i problemi del paese; è pro-cittadino e anti-“Casta”, perché riduce i costi della politica, togliendo così argomenti alla demagogia populista che è sempre più pericolosa (secondo Renzi chi in Italia vota “No” apparterrebbe alla stessa ondata reazionaria del lepenismo, della Brexit, della vittoria di Trump).

Due falsità. Due assolute menzogne.

Il Senato non viene abrogato. Viene nominato dai consigli regionali, e continua ad avere funzioni legislative, benché in teoria più limitate. Ma il nuovo art. 70, che le elenca, è scritto in modo talmente complicato e contraddittorio che i maggiori giuristi ne hanno già dato cinque o sei interpretazioni tra loro incompatibili. È prevedibile un vero “can can” di ricorsi per ogni legge contestata, fino alla Corte Costituzionale. In tal modo il processo legislativo non solo non diventa più veloce ed efficiente ma rischia la paralisi. 

In compenso i presidenti o consiglieri regionali o sindaci che saranno nominati senatori godranno delle immunità parlamentari rispetto ad arresto, perquisizioni, intercettazioni, ecc., un regalo preziosissimo per la “Casta”, visto che negli ultimi anni il tasso di corruzione (e condanne) nelle Regioni e nei grandi comuni è aumentata in modo esponenziale.

VLADIMIRO FRULLETTI, direttore de L'Unità
Cosa accadrà domenica notte lo scopriremo (Battisti-Mogol) solo vivendo. Oramai mancano poche ore all’apertura dei seggi e allo spoglio delle schede sul referendum confermativo della riforma costituzionale. Senza avere a disposizione conti fatti né rilevazioni attendibili (l’unica cosa su cui concordano gli esperti è che non si può capire come andrà a finire anche perché il 4 di dicembre in Italia non s’è mai votato) possiamo solo basarci sulla forza delle forze in campo. E proprio partendo da questo dato il No, al di là di quante schede potrà contare fra 48 ore, ha già perso. Sia numericamente che politicamente (ma su questo dipenderà molto da come si comporterà il Sì). Infatti, osservando le truppe elettorali che ciascun protagonista dei due fronti è potenzialmente in grado di mettere in campo sulla carta non ci sarebbe partita.
La media dei sondaggi sui partiti racconta sostanzialmente che il Pd sta attorno al 30% e che quasi la stessa percentuale hanno Grillo e il centrodestra nelle sua varie componenti. Sel e i centristi di Alfano stanno entrambi fra il 3 e il 4%. Inoltre finché i sondaggi erano pubblicabili ci hanno spiegato che circa il 75-80% degli elettori dem è per il Sì.
Quindi ai Sì del Pd vanno sottratti i No della minoranza interna di Bersani e Speranza e sommati quelli del Ncd. In questo modo si arriva a un 30% di elettori italiani favorevoli alla riforma costituzionale. Insomma domenica notte il No dovrebbe arrivare almeno al 70% per poter dire di aver vinto perché questa è la sommatoria dei voti di Grillo, Berlusconi, Salvini, Meloni, Civati, Fassina, Bersani, D’Alema etc.