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lunedì 28 novembre 2016

SABINO CASSESE. Le ragioni del SI al Referendum; GUSTAVO ZAGREBELSKY. Le ragioni del NO al Referendum


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SABINO CASSESE 
(SI)
Al centro della modifica della nostra legge fondamentale vi sono due parti: riduzione di dimensioni e poteri del Senato; e la sua trasformazione in organo di rappresentanza di Regioni e Comuni. 
Ma il sistema parlamentare non cambierà.

La riforma costituzionale, approvata due volte dalle due camere a maggioranza assoluta, che sarà sottoposta in autunno a referendum confermativo, si sta caricando, nel dibattito animato in svolgimento, di significati e valenze ulteriori. Sarà bene, quindi, esaminare spassionatamente che cosa prevede la riforma e perché.
Al suo centro vi sono due parti: riduzione di dimensioni e poteri del Senato; sua trasformazione in organo di rappresentanza di regioni e comuni. C’è allora da chiedersi perché abbandonare il bicameralismo perfetto o paritario e perché ridisegnare poteri e ruolo delle regioni.
Perché lasciare alle nostre spalle un sistema parlamentare binario, che secondo molti serve per rendere più riflessiva la funzione parlamentare, per correggere gli errori che una sola camera può fare? Una ragione c’è. 
Quando fu approvata la Costituzione, il popolo votava soltanto per il Parlamento nazionale. Nel 1970 fu chiamato a votare anche per i consigli regionali. 
Nel 1979 fu chiamato a votare anche per il Parlamento europeo. Questi corpi concorrono con il Parlamento nazionale alla formazione delle norme. Svolgono con efficacia la funzione di contrappeso. Si aggiunge a questi il controllo della Corte costituzionale, organo di bilanciamento per eccellenza, in funzione dal 1956. Quindi, il compito originario del Senato — che questo comunque ha svolto molto poco, limitandosi ad essere un doppione o un fattore di ritardo — si è esaurito.
Perché ridefinire compiti e ruolo delle regioni, ciò che secondo alcuni costituisce un riaccentramento di poteri? Anche qui vedo una ragione. 
Da un lato, infatti, le regioni, con la riforma del 2001, avevano visto ampliate le proprie funzioni in aree di interesse nazionale, costringendo la Corte costituzionale a una minuziosa attività di ridefinizione di ciò che è locale e di ciò che è nazionale. 
Dall’altro, le regioni, attori importanti dello scacchiere pubblico, erano ferme al livello amministrativo. La riforma costituzionale riconosce l’opera quindicennale della Corte costituzionale e affida allo Stato temi come il commercio estero, le disposizioni generali e comuni per la tutela della salute, la produzione, il trasporto e la distribuzione nazionale dell’energia. 
Viene ora, quindi, operato un ragionevole riequilibrio, dando rilevanza costituzionale alla rappresentanza regionale e locale, e alla funzione di raccordo tra i diversi livelli di governo, nonché riconoscendo — solo per fare un esempio — che il diritto alla salute è eguale per tutti i cittadini: va quindi concretamente assicurato nello stesso modo su tutto il territorio nazionale. 
Se, in futuro, le regioni avranno l’intelligenza di portare al Senato più voci della società civile e dei corpi intermedi, ne trarremo un beneficio ulteriore.
Restano due interrogativi: non stiamo modificando troppo spesso la carta costituzionale? Il ridisegno del Senato e delle regioni può incidere sulla forma di governo parlamentare? 
Si tratta di preoccupazioni importanti, che vanno considerate, perché il patriottismo costituzionale è una importante parte della storia repubblicana e perché un cambiamento del sistema parlamentare non può essere compiuto per vie traverse. 
La prima preoccupazione non ha ragion d’essere. La costituzione tedesca, che ha la stessa età della nostra, è stata modificata un numero di volte quasi quadruplo rispetto a quella italiana, e su punti più rilevanti di quelli toccati dalle nostre 15 modificazioni in 70 anni di vita della Repubblica. 
La circostanza che il governo avrà la fiducia della sola Camera dei deputati non modifica il sistema parlamentare, evita soltanto la stanca e inutile ripetizione della procedura di votazione della investitura parlamentare al governo in due assemblee con analoghe maggioranze (o la paralisi del sistema quando le maggioranze divergono). 
Insomma, per quanto i toni si stiano alzando, l’assetto costituzionale che esce dalla riforma si iscrive nella nostra tradizione repubblicana e le fa fare un passo avanti, consolidandola.
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GUSTAVO ZAGREBELSKY 
(NO)

Nella campagna per il referendum costituzionale i fautori del Sì useranno alcuni slogan. Noi, i fautori del NO, risponderemo con argomenti. Loro diranno, ma noi diciamo. 

1. Diranno che “gli italiani” aspettano queste riforme da vent’anni (o trenta, o anche settanta, secondo l’estro) Noi diciamo che da quando è stata approvata la Costituzione – democrazia e lavoro – c’è chi non l’ha mai accettata e, non avendola accettata, ha cercato in ogni modo, lecito e illecito, di cambiarla per imporre una qualche forma di regime autoritario. Chi ha un poco di memoria, ricorda i nomi Randolfo Pacciardi, Edgardo Sogno, Luigi Cavallo, Giovanni Di Lorenzo, Junio Valerio Borghese, Licio Gelli, per non parlare di quella corrente antidemocratica nascosta che di tanto in tanto fa sentire la sua presenza nella politica italiana. A costoro devono affiancarsi, senza confonderli, coloro che negli anni hanno cercato di modificare la Costituzione spostandone il baricentro a favore del governo o del leader: commissioni bicamerali varie, “saggi” di Lorenzago, “saggi” del presidente, eccetera. 
È vero: vi sono tanti che da tanti anni aspettano e pensano che questa sia finalmente “la volta buona”. Ma questi non sono certo “gli italiani”, i quali del resto, nella maggioranza che si è espressa nel referendum di dieci anni fa, hanno respinto col referendum un analogo tentativo, il tentativo che, più di tutti gli altri sembrava vicino al raggiungimento dello scopo. A coloro che vogliono parlare “per gli italiani”, diciamo: parlate per voi. 

2. Diranno che “ce lo chiede l’Europa” (…) Diteci che cosa rappresenta l’Europa di oggi se non principalmente il tentativo di garantire equilibri economico-finanziari del Continente per venire incontro alla “fiducia degli investitori” e a proteggerli dalle scosse che vengono dal mercato mondiale. A questo fine, l’Europa ha bisogno d’istituzioni statali che eseguano con disciplina i Diktat ch’essa emana, come quello indirizzato il 5 agosto 2011 al “caro primo ministro”, contenente un vero e proprio programma di governo ultra-liberista, in materia economico-sociale, associato all’invito di darsi istituzioni decidenti per eseguirlo in conformità.
Dite: “Ce lo chiede l’Europa” e tacete della famosa lettera Draghi-Trichet, parallela ad analoghi documenti provenienti da “analisti” di banche d’affari internazionali, che chiede riforme istituzionali limitative degli spazi di partecipazione democratica, esecutivi forti e parlamenti deboli, in perfetta consonanza con ciò che significano le “riforme” in corso nel nostro Paese. (…) A chi dice: ce lo chiede l’Europa, poniamo a nostra volta la domanda: qual è l’Europa alla quale volete dare risposte? 
3. Diranno che le riforme servono alla “governabilità” (..) “Governabile” è chi si lascia docilmente governare e chiediamo: chi si deve lasciar governare e da chi? Noi pensiamo che occorra “governo”, non governabilità, e che governo, in democrazia, presupponga idee e progetti politici capaci di suscitare consenso, partecipazione, sostegno. In assenza, la democrazia degenera in linguaggio demagogico, rassicurazioni vuote, altra faccia della rassegnazione, e dell’abulia: materia passiva, irresponsabile e facile alla manipolazione. Questa è la governabilità. A chi dice “governabilità” noi rispondiamo: partecipazione e governo democratico. 
4. Diranno: ma la riforma è pur stata approvata dal Parlamento, l’organo della democrazia Ma noi diciamo: quale Parlamento? Il Parlamento illegittimo, eletto con una legge elettorale obbrobriosa, dichiarata incostituzionale, per l’appunto, per essere antidemocratica (deputati e senatori nominati e non eletti; premio di maggioranza abnorme che ha scollato gli eletti dagli elettori). La Corte costituzionale ha bollato quell’elezione come una specie di golpe elettorale, per avere “rotto il rapporto di rappresentanza” (testuale). È vero che la Corte aggiunse che, per l’esigenza di continuità costituzionale, le Camere così elette non sarebbero decadute immediatamente. 
Ma è chiaro a tutti coloro che hanno ancora un’idea seppur minima di democrazia che da quella sentenza si sarebbe dovuto procedere tempestivamente, per mezzo d’una nuova legge elettorale conforme alla Costituzione, a nuove elezioni, per ristabilire il rapporto di rappresentanza. (…) È vero che, scandalosamente, anche da parte delle più alte autorità della Repubblica, dell’informazione e da parte di non poca “dottrina” costituzionalistica, si fa finta che non esista una questione di legittimità che getta un’ombra su tutta questa vicenda, tanto più in quanto, se non vi fosse stato l’incostituzionale premio di maggioranza, sarebbero mancati i numeri necessari per portarla a compimento. (…) 
5. Parleranno di atto d’orgoglio politico dei parlamentari, finalmente capaci di “autoriformarsi” senza guardare al proprio interesse Noi parliamo, piuttosto, d’arroganza dell’esecutivo.
Queste riforme sono state avviate dall’esecutivo con l’impulso di quello che, per debolezza e compiacenza, è potuto essere per diversi anni il vero capo dell’esecutivo, il presidente della Repubblica; sono state recepite nel programma di governo e tradotte in disegni di legge imposti all’approvazione del Parlamento con ogni genere di pressione (minacce di scioglimento, di epurazione, sostituzione dei dissenzienti, bollati come dissidenti), di forzature (strozzamento delle discussioni parlamentari, caducazione di emendamenti), di trasformismo parlamentare (passaggi dall’opposizione alla maggioranza in cambio di favori e posti) fino ai voti di fiducia, come se la Costituzione e le istituzioni fossero materia appartenente al governo, fino a raggiungere il colmo: la questione di fiducia posta addirittura agli elettori, sull’approvazione referendaria della riforma (o me o la riforma, sempre che voglia prendere sul serio un simile proclama da parte di uno che non eccede in coerenza ed eccede invece in spregiudicatezza). Questo non è il primato della politica, ma delle minacce e degli allettamenti. Se volete parlare di politica, noi diciamo: sì, ma sapendo che è mala politica. 
6. S’inorgogliranno chiamandosi “governo costituente” 
Noi diciamo che il “governo costituente”, in democrazia, è un’espressione ambigua. Sono i governi dei caudillos e dei colonnelli sud-americani, quelli che, preso il potere, si danno la propria costituzione: costituzione non come patto sociale e garanzia di convivenza ma come strumento, armatura del proprio potere. Il popolo e la sua rappresentanza, in democrazia, possono essere “costituenti”. I governi, poiché sono espressione non di tutta la politica, ma solo d’una parte, devono stare sotto la Costituzione, non sopra come credono invece di stare d’essere i nostri riformatori che si fanno forti dello slogan “abbiamo i numeri”, come se avere i numeri, comunque racimolati, equivalga all’autorizzazione a fare quel che si vuole. (…) 
7. Diranno che l’iniziativa del governo nelle faccende costituzionali non ha nulla d’anormale e, quelli che sanno, porteranno l’esempio della Francia, del generale De Gaulle e della sua riforma costituzionale del 1962. 
Noi ci limitiamo a porre queste domande: credete davvero d’essere dei nuovi De Gaulle, il capo della Resistenza repubblicana che sbarca in Normandia al momento della liberazione? E di poter paragonare l’Italia di oggi alla Francia d’allora? La riforma francese aveva alla sua base le idee costituzionali enunciate “disinteressatamente” nel 1946 a Bayeux, guardando lontano e radicandosi nel passato della storia della Repubblica francese. Noi abbiamo invece testi raffazzonati all’ultima ora, la cui approvazione si è resa possibile per equivoci compromessi concettuali e lessicali, proprio sul punto centrale della riforma del Senato. (…)