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sabato 26 novembre 2016

Referendum del 4 Dicembre. Intervento

Tomaso Montanari (1971), professore ordinario di Storia dell’arte moderna all’università di Napoli Federico II.
È editorialista per la Repubblica e vicepresidente di Libertà e Giustizia.

Ha pubblicato un e-book con Micro-Mega per spiegare su n. 8 interventi le ragioni del NO al Referendum del 4 Dicembre.

I° - La Questione Omerica
II° - Il Capo e la Pistola
III° - Decidere o Comandare ?
IV° - La Dittatura della Maggioranza

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LA DEMOCRAZIA COME OSTACOLO 
Ma questa ferita alla democrazia è «solo» il peccato originale della riforma, o ha anche a che fare con la sua sostanza? 
Una risposta molto chiara e molto ponderata l’ha data don Luigi Ciotti: 

La democrazia, con il suo sistema di pesi e contrappesi, di divisione e di controllo dei poteri, rappresenta un ostacolo per il pragmatismo esibito da certa politica come segno di forza. Le richieste di delega, la sollecitazione a fidarsi delle promesse e degli annunci, l’ottimismo programmatico, così come l’accusa di disfattismo o di malaugurio (il «partito dei gufi») verso chi critica o solo esprime perplessità, rivelano una concezione paternalistica e decisionista del potere, dove lo Stato rischia di ridursi a una multinazionale gestita da supermanager e il bene comune a una faccenda in cui il popolo non deve immischiarsi. 
Tentazione anche questa non nuova ma a cui la globalizzazione ha offerto inedite opportunità, visto l’asservimento, salvo eccezioni, delle istituzioni politiche alla logica esclusiva del «mercato», cioè di quel sistema che proprio la politica dovrebbe regolamentare. 

La democrazia come ostacolo. 
È in fondo questo ciò che dovrebbe essere scritto sulle schede del 4 dicembre: «Siete voi convinti che la democrazia sia un ostacolo al governo?» Perché la diagnosi cui fa seguito la terapia della riforma è proprio questa: l’Italia sarebbe malata di troppa democrazia. 
Votiamo troppo, protestiamo troppo, siamo troppo rappresentati e troppo garantiti: i cittadini hanno troppa voce in capitolo, e se vogliamo che il governo decida, è necessario ridurre gli spazi di democrazia. 
Ma chi di noi pensa che nell’Italia di oggi i cittadini contino troppo? 
Chi pensa che siano i nostri diritti ad ostacolare le decisioni di coloro che ci governano? 
Eppure è proprio questa la cifra della riforma, a partire dalla lingua in cui è stata riscritta la Carta. 

Prendiamo l’articolo 70. Ecco come era stato scritto nella Costituzione del 1948: «La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere». Ed ecco il testo partorito dai «ricostituenti» di oggi: 

La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere per le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali, e soltanto per le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche, i referendum popolari, le altre forme di consultazione di cui all’articolo 71, per le leggi che determinano l’ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di governo, le funzioni fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane e le disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni, per la legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea, per quella che determina i casi di ineleggibilità e di incompatibilità con l’ufficio di senatore di cui all’articolo 65, primo comma, e per le leggi di cui agli articoli 57, sesto comma, 80, secondo periodo, 114, terzo comma, 116, terzo comma, 117, quinto e nono comma, 119, sesto comma, 120, secondo comma, 122, primo comma, e 132, secondo comma. 
Le stesse leggi, ciascuna con oggetto proprio, possono essere abrogate, modificate o derogate solo in forma espressa e da leggi approvate a norma del presente comma. Le altre leggi sono approvate dalla Camera dei deputati. Ogni disegno di legge approvato dalla Camera dei deputati è immediatamente trasmesso al Senato della Repubblica che, entro dieci giorni, su richiesta di un terzo dei suoi componenti, può disporre di esaminarlo. 
Nei trenta giorni successivi il Senato della Repubblica può deliberare proposte di modificazione del testo, sulle quali la Camera dei deputati si pronuncia in via definitiva. 
Qualora il Senato della Repubblica non disponga di procedere all’esame o sia inutilmente decorso il termine per deliberare, ovvero quando la Camera dei deputati si sia pronunciata in via definitiva, la legge può essere promulgata. 
L’esame del Senato della Repubblica per le leggi che danno attuazione all’articolo 117, quarto comma, è disposto nel termine di dieci giorni dalla data di trasmissione. Per i medesimi disegni di legge, la Camera dei deputati può non conformarsi alle modificazioni proposte dal Senato della Repubblica a maggioranza assoluta dei suoi componenti, solo pronunciandosi nella votazione finale a maggioranza assoluta dei propri componenti. I disegni di legge di cui all’articolo 81, quarto comma, approvati dalla Camera dei deputati, sono esaminati dal Senato della Repubblica, che può deliberare proposte di modificazione entro quindici giorni dalla data della trasmissione. 
I Presidenti delle Camere decidono, d’intesa tra loro, le eventuali questioni di competenza, sollevate secondo le norme dei rispettivi regolamenti. 
Il Senato della Repubblica può, secondo quanto previsto dal proprio regolamento, svolgere attività conoscitive, nonché formulare osservazioni su atti o documenti all’esame della Camera dei deputati. 

Qui la farragine, il disordine, l’oscurità della procedura legislativa (alla faccia della semplificazione e dello snellimento!) si traducono in una lingua farraginosa, disordinata, oscura: che è essa stessa un sintomo fortemente rivelatore. 
E fa una certa impressione ricordare che nel 1309, quando a Siena si deliberò di «fare scrivere uno statuto del Comune di nuovo», si scelse di farlo «in volgare di lettera grossa, bene leggibile et bene formata, in buone 26 carte pecorine [...] el quale statuto sia et stare debia legato ne la Biccherna, acciocché le povare persone et altre persone che non sanno grammatica, et li altri, e’ quali vorranno, possano esso vedere et copia inde trarre et avere a loro volontà» . 
Sette secoli fa ci si preoccupava che anche gli illetterati capissero il Costituto, nel 1948 si commissionava una ripulitura formale che rendesse il testo della Costituzione bello e comprensibile a tutti: e oggi, invece, si riscrive la Costituzione in modo da non farla capire nemmeno ai costituzionalisti. 
È anche così che ai cittadini vengono chiuse in faccia le porte del palazzo della politica. Questa pessima forma rispecchia una pessima sostanza: perché l’accentramento del potere in poche mani e l’espulsione dei cittadini dai processi decisionali sono il cuore di questa scellerata riforma. 
Prendiamo il Senato. 
Potremmo iniziare da un dettaglio, in sé non molto rilevante, ma che rivela l’approssimazione (possiamo dirlo: l’imperdonabile cialtroneria) con cui si sono messe le mani nella nostra legge fondamentale. Ebbene, fino ad oggi si poteva essere eletti alla Camera a 25 anni, mentre ce ne volevano 40 per entrare al Senato: il cui nome viene dal latino senex («vecchio») e significa «assemblea dei più anziani». 
Ma i padri ricostituenti non hanno considerato che si può diventare sindaci, o consiglieri regionali, anche a 18 anni, e che dunque il Senato sarà da chiamare piuttosto Juvenato (da juvenis, «giovane»), e che a quel punto è davvero bizzarro che per la Camera rimanga lo sbarramento a 25 anni. E lo ripeto: qua non c’è alcun danno oggettivo, ma se l’attenzione, la cura, la precisione del nuovo costituente sono queste, ne vedremmo delle belle in una eventuale fase di applicazione. 

 E potremmo continuare: che senso ha che gli ex presidenti della Repubblica, che sono stati i supremi rappresentanti della nazione, si trovino a sedere in un Senato che – stando alla proposta di riforma costituzionale – non rappresenta più la nazione? 
E ancora: la riforma conserva al presidente della Repubblica la facoltà di «nominare senatori cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario» (articolo 59). Ma se si tratta della patria, perché non nominarli deputati, visto che solo la Camera conserverà la rappresentanza della nazione? 
Che ci faranno questi campioni della patria tra i sindaci e i consiglieri regionali del Molise, della Liguria e della Sardegna? 
Ma anche questo, in fondo, è un dettaglio secondario: veniamo finalmente alla domanda centrale. 

Davvero il problema dell’Italia è il bicameralismo perfetto? 
Avere due camere che fanno lo stesso lavoro rallenta il ritmo dell’approvazione delle nostre leggi, o ne riduce il numero? 
La risposta è no. 
Solo il 20% delle leggi approvate nel 2015 ha richiesto due letture, e le leggi proposte dal governo hanno avuto una gestazione parlamentare media decisamente breve: 156 giorni (dati Openpolis). 
E sono poche le nostre leggi? 
Mediamente ne produciamo il triplo di quelle britanniche e spagnole, e il doppio che in Francia. Insomma, avere due camere non ci impedisce (purtroppo) di legiferare a un ritmo indiavolato: mentre sarebbe assai meglio disboscare la foresta di leggi assurde, contraddittorie, inapplicate. 
Dovremmo fare meno leggi, e farle meglio: e dunque possiamo tranquillamente archiviare questo caposaldo della propaganda del Sì. 
Ma la cosa più importante è che, contrariamente a quanto continuamente il governo cerca di far passare, il Senato non viene affatto abolito: ad essere aboliti sono invece gli elettori che lo votavano. Ad essere aboliti siamo noi: cittadini cancellati da una politica ripiegata su se stessa. 
Il Senato rimane, e rimane in mano alla politica dei partiti (ormai ridotti a comitati d’affari): perché l’unico vero cambiamento è che non lo eleggiamo più noi. A votarlo saranno invece i consigli regionali: con una modalità che oggi nessuno conosce, perché dovrà essere stabilita «con legge approvata da entrambe le Camere» (articolo 57).
 E questa è l’ennesima mancanza di serietà: gli italiani sono chiamati a votare su una scatola ancora vuota. 
Ma – si replica – i cittadini non votano perché il nuovo senato è una «camera delle regioni» che rappresenta i territori, e non i cittadini. E questo è del tutto falso, perché in tutto il mondo le camere regionali prevedono: che i membri si riuniscano secondo l’appartenenza, appunto, regionale; che ci sia un vincolo di mandato e un voto di blocco; che ci sia una perequazione tra regioni grandi e piccole, perché non sia vanificata la rappresentanza dei territori «minori». E invece nel Senato che uscirebbe dal Sì i membri si riunirebbero e voterebbero per appartenenza politica (il gruppo di Forza Italia, non quello del Veneto, per intenderci), e senza vincoli da parte della regione di provenienza; e non ci sarebbe alcun riequilibrio: la Lombardia avrebbe 14 senatori, contro i 3 della Calabria. 
Tutto questo rivela che il nuovo Senato è stato progettato come una Camera dei Partiti: i cui rappresentanti si eleggeranno tra loro, al riparo delle mura dei consigli regionali. Succederà come per le province: i cui governi non sono stati soppressi, semplicemente sono stati sottratti all’elezione da parte dei cittadini. Chi di noi sa come, quando e chi viene eletto negli organi delle città metropolitane? 
Tutto si risolve in riti che si consumano all’interno delle stanze dei poteri locali, all’insaputa dei cittadini: e lo stesso avverrà per questo grottesco Senato. E non entriamo negli aspetti pratici del funzionamento: Matteo Renzi ha detto che il Senato potrà riunirsi anche solo una volta al mese, ma questo pare francamente difficile, dal momento che esso dovrebbe fornire pareri anche entro dieci giorni! 
E come faranno a riunirsi tanto frequentemente i sindaci, già oberati di lavoro, di città come Milano o Napoli? 
Questa sorta di «dopolavoro di lusso» (immunità giudiziaria inclusa) per amministratori locali rischia di trasformarsi in un caos permanente. Un caos dai tratti surreali, visto che questo «senato delle regioni» non ha, tra le sue mille competenze, l’unica che dovrebbe avere: quella sulle materie regionali, che invece toccano alla Camera. 
Un vero capolavoro! 
Ma la cosa più grave non è la pur gravissima cialtroneria pratica, bensì la sottrazione di potere, rappresentanza, voce – in una parola: sovranità – che viene inflitta a tutti noi cittadini. 
La sentenza della Corte Costituzionale che ha condannato il Porcellum rileva che una delle sue colpe più gravi è che «una simile disciplina priva l’elettore di ogni margine di scelta dei propri rappresentanti, scelta che è totalmente rimessa ai partiti»: ecco che il peccato originale della legge con cui è stato eletto questo Parlamento va a deformare tutti i parlamenti futuri, così come sono disegnati dalla riforma. Perché se vincesse il Sì la scelta dei nuovi senatori sarebbe «totalmente rimessa ai partiti». E, se si ricorda che tra le materie su cui dovrà legiferare questo Senato dei Partiti ci sono anche le materie costituzionali 
(art. 70: « La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere per le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali»), si comprende che il danno democratico sarebbe ancora più grave: perché ad essere messo in discussione è addirittura l’articolo 1 della Carta («L’Italia è una repubblica democratica. La sovranità appartiene al popolo»). Se, infatti, d’ora in poi la Costituzione potrà essere cambiata da un’assemblea non eletta direttamente dal popolo, che ne è della nostra sovranità? Insomma, non saranno più i cittadini a decidere la sorte dei partiti: saranno i partiti a decidere dei diritti fondamentali e delle libertà di noi cittadini. Parafrasando Bertold Brecht, si potrebbe dire che un governo che non riusciva a governare ha deciso di sciogliere il popolo. 
Ma il 4 dicembre il popolo può ancora dire di No.