StatCounter

giovedì 24 novembre 2016

Referendum del 4 Dicembre. Intervento

Tomaso Montanari (1971), professore ordinario di Storia dell’arte moderna all’università di Napoli Federico II.
È editorialista per la Repubblica e vicepresidente di Libertà e Giustizia.

Ha pubblicato un e-book con Micro-Mega per spiegare su n. 8 interventi le ragioni del NO al Referendum del 4 Dicembre.

I° - La Questione Omerica
II° - Il Capo e la Pistola
III° - Decidere o Comandare ?

---------------------------------------------------------------------------------
IV 
LA DITTATURA DELLA MAGGIORANZA 

Se vogliamo davvero capire l’intenzione di un testo è importante studiare come è nato. 
E in questa riforma della Costituzione il tratto comune tra il merito del testo e il metodo della sua approvazione è la prepotenza della maggioranza. È vero, l’articolo 138 della Costituzione prevede che la Costituzione stessa possa essere cambiata con una maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera. E che in questo caso (cioè nel caso che non si raggiungano i due terzi dei componenti) vi possa essere un referendum popolare: di fatto il 4 dicembre votiamo un referendum oppositivo che ha luogo perché il Parlamento non ha raggiunto la soglia di un consenso più largo. 
Ma la Costituzione è stata scritta pensando ad un sistema elettorale proporzionale: che fu esplicitamente auspicato in un ordine del giorno della Costituente. Quando, nel 1993, si è passati ad un sistema maggioritario, l’articolo 138 metteva potenzialmente nelle mani della maggioranza politica la Costituzione stessa. 
E qui qualcosa si è rotto. Perché si poteva reagire in due modi a questa svolta: si poteva fare i furbi, applicando il 138 alla lettera infischiandosene del suo spirito (scelta formalmente legittima, ma moralmente e politicamente indegna), oppure si poteva impegnarsi a rispettare quello spirito. E quello spirito è importante per una ragione semplice: perché metteva la Costituzione sopra le parti. Ne faceva un elemento che unisce. 
Oggi, invece, il Paese è stato condotto a spaccarsi in due proprio sulla Costituzione. Ed è proprio questo il più imperdonabile errore di Giorgio Napolitano: aver diviso proprio dove avrebbe dovuto unire, aver lacerato l’Italia invece di ricucirla. 
Il più antico precedente di questa scelta è terribilmente eloquente. Le prime elezioni maggioritarie della storia italiana videro la vittoria di Forza Italia, Lega e Alleanza Nazionale. Uno shock democratico, reso drammatico dal proposito di quella Destra, vecchia e nuova, di mettere subito le mani sulla Carta costituzionale, e di farlo a maggioranza. 
Fu allora che un costituente ancora in vita – e non uno qualunque: Giuseppe Dossetti – scrisse questa memorabile lettera: 

Bazzano (ospedale), 15 aprile 1994 
Alla cortese attenzione del signor Sindaco di Bologna, 
La ringrazio per il suo cortese invito. Sono molto dispiaciuto che un improvviso aggravamento delle mie condizioni di salute mi impedisca di partecipare di persona alle prossime celebrazioni della Liberazione. Pur nel costante desiderio di completa e unanime pacificazione nazionale, che ha sempre ispirato tutta la mia vita e che tuttora fermamente mi ispira, tuttavia non posso non rilevare che attualmente i propositi delle destre (destre palesi ed occulte) non concernono soltanto il programma del futuro governo, ma mirerebbero ad una modificazione frettolosa e inconsulta del patto fondamentale del nostro popolo, nei suoi presupposti supremi in nessun modo modificabili. 
Tali presupposti non sono solo civilmente vitali ma anche, a mio avviso, spiritualmente inderogabili per un cristiano: per chi come me – per pluridecennale scelta di vita e per età molto avanzata – si sente sempre più al di fuori di ogni parte e distaccato da ogni sentimento mondano e fisso alla Realtà ultraterrena. 
Ciò però non può togliere che anch’io debba partecipare alle emergenze maggiori dei fratelli del mio tempo. Perciò, signor Sindaco, mi senta profondamente solidale con gli intenti unitari che quest’anno, ancor più, le celebrazioni indette vogliono rivestire. 
Auspico in questo senso che tali celebrazioni siano le più unitarie e limpide possibili. 
Auspico ancora la sollecita promozione, a tutti i livelli, dalle minime frazioni alle città, di comitati impegnati e organicamente collegati, per una difesa dei valori fondamentali espressi dalla nostra Costituzione: comitati che dovrebbero essere promossi non solo per riconfermare ideali e dottrine, ma anche per un’azione veramente fattiva e inventivamente graduale, che sperimenti tutti i mezzi possibili, non violenti, ma sempre più energici, rispetto allo scopo che l’emergenza attuale pone categoricamente a tutti gli uomini di coscienza. 
Si tratta cioè di impedire a una maggioranza che non ha ricevuto alcun mandato al riguardo, di mutare la nostra Costituzione: si arrogherebbe un compito che solo una nuova Assemblea Costituente, programmaticamente eletta per questo, e a sistema proporzionale, potrebbe assolvere come veramente rappresentativa di tutto il nostro popolo. Altrimenti sarebbe un autentico colpo di Stato. 
Con molta cordialità, 
suo Giuseppe Dossetti 

Il punto di vista di Dossetti era chiarissimo: usare l’articolo di garanzia di una Costituzione scritta avendo in mente il sistema proporzionale per cambiarla con la forza di una maggioranza politica momentanea era un colpo di Stato. Nel drammatico e grottesco gioco delle parti che ha minato le fondamenta della democrazia italiana negli ultimi quindici anni a fare un simile «colpo di Stato» non fu la Destra, ma la Sinistra: quando nel 2001 cambiò a maggioranza (e malamente) il Titolo V della Costituzione in funzione antileghista, andando ad un referendum costituzionale che vide un’affluenza irrisoria (34,1 %) e la vittoria dei Sì. 
La Sinistra aveva dato un pessimo esempio, e Berlusconi cercò di seguirlo nel 2006, quando il referendum riguardò una riforma ben altrimenti grave, e in certa misura sovrapponibile a quella di oggi: ma allora l’affluenza fu del 52,4 %, e vinse il No. 
Il Centro-sinistra sembrò aver imparato la lezione, e, alla sua nascita, il Partito Democratico si dette un Manifesto dei Valori (ancora perfettamente vigente e facilmente consultabile sul sito web dello stesso Pd) in cui si legge che «La sicurezza dei diritti e delle libertà di ognuno risiede nella stabilità della Costituzione, nella certezza che essa non è alla mercé della maggioranza del momento, e resta la fonte di legittimazione e di limitazione di tutti i poteri. Il Partito Democratico si impegna perciò a ristabilire la supremazia della Costituzione e a difenderne la stabilità, a metter fine alla stagione delle riforme costituzionali imposte a colpi di maggioranza, anche promuovendo le necessarie modifiche al procedimento di revisione costituzionale»
Sono parole chiarissime, profonde e ispirate. Parole che preludevano alla modifica, in senso di maggior tutela, dello stesso articolo 138. E infatti questa proposta era stata avanzata già nel febbraio del 1995, quando fu presentato un disegno di legge costituzionale che introduceva l’obbligo dei due terzi di voti per ogni revisione costituzionale, e che prevedeva che il referendum si potesse chiedere sempre, e che fosse «indetto per ciascuna delle disposizioni sottoposta a revisione, o per gruppi di disposizioni tra loro collegate per identità di materia». 
Tra i firmatari di quel disegno di legge figuravano anche Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella: che essendo allora nella minoranza sentivano l’esigenza di impedire alla maggioranza di mettere le mani sulla Costituzione. E che essendo ora in maggioranza hanno cambiato radicalmente idea.
Ora è infatti il Pd a «imporre» una riforma costituzionale «a colpi di maggioranza». E qua davvero ci si chiede come sia possibile che lo stesso Partito violi deliberatamente questo impegno solenne, liberamente e pubblicamente assunto. 
La situazione è oggi tanto grave che è legittimo dire, usando le parole dello stesso Partito Democratico, che – se vincesse il Sì – sarebbero in pericolo la «sicurezza dei diritti» e, addirittura, «la libertà». Ma la situazione è ancora più grave. Perché la riforma RenziBoschi (o riforma Napolitano, come invita a chiamarla lo stesso presidente del Consiglio) è stata approvata a colpi di maggioranza da una maggioranza abusiva: abusiva perché illegittima, e illegittima perché costituita in modo incostituzionale. 
Lo ha solennemente proclamato la Corte Costituzionale nella sentenza numero 1 del 2014, quella che ha dichiarato incostituzionale il cosiddetto Porcellum, cioè la legge che ha generato le attuali camere. 

La Corte ha ritenuto fondato il parere di chi vedeva «una oggettiva e grave alterazione della rappresentanza democratica» nelle attuali Camere. E uno dei motivi di questo giudizio severissimo era proprio il modo in cui quella legge costruisce una maggioranza diversa rispetto al verdetto del voto popolare. 
La Corte ha aggiunto che le Camere potevano comunque restare in carica per il principio di continuità dello Stato: ma chi potrebbe credere che riscrivere più di un terzo degli articoli della Costituzione sia ordinaria amministrazione? 
Ebbene, usare il margine garantito da una maggioranza incostituzionale per cambiare la Costituzione è come entrare in una casa con una chiave duplicata illegalmente e, una volta dentro, cambiare la serratura. 
A rimanere chiusa fuori, questa volta, è la democrazia