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martedì 22 novembre 2016

Referendum del 4 Dicembre. Intervento

Tomaso Montanari (1971), professore ordinario di Storia dell’arte moderna all’università di Napoli Federico II.
È editorialista per la Repubblica e vicepresidente di Libertà e Giustizia.

Ha pubblicato un e-book con Micro-Mega per spiegare su n. 8 interventi le ragioni del NO al Referendum del 4 Dicembre.

La Questione Omerica - I° parte dell'e-book di T. Montanari ---------------------------------------------------------------------------------
II
IL CAPO E LA PISTOLA 

Da storico dell’arte, Montesquieu lo frequento soprattutto come straordinario conoscitore di scultura. Era capace di leggere, e spiegare, la grandezza di un’opera in modo molto più vivo e avvincente di quanto facciano i nostri manuali: «La testa del cardinale Scipione Borghese del Bernini è stupenda. È riuscito ad esprimere tutta l’asperità della carne del viso di un uomo un po’ rude. Le labbra sembrano vive: sembra che parli, che abbia la saliva tra le labbra. Le pieghe del collo sono stupende. Il colletto sembra di stoffa. La berretta, calcata, fa rialzare i capelli. Le orecchie al punto giusto, e belle». 
Ma è certo molto più noto il fatto che Montesquieu guardava con la stessa acutezza al potere pubblico, e ai suoi equilibri. Egli ha scritto, ne Lo spirito delle leggi (libro XI, capitolo IV), che: «La libertà politica... vi è soltanto quando non si abusa del potere: ma è una esperienza eterna che qualunque uomo che ha un certo potere è portato ad abusarne; va avanti finché trova dei limiti. Chi lo direbbe! Perfino la virtù ha bisogno di limiti. Perché non si possa abusare del potere bisogna che, per la disposizione delle cose, il potere arresti il potere». 
È questo il senso ultimo di tutta la storia delle costituzioni: che vengono chieste dal basso per limitare il potere di chi sta in alto. Ebbene, cosa direbbe allora Montesquieu di questa riforma della Costituzione italiana? 
A chiedere di cambiarla non sono cittadini decisi a limitare i poteri del Potere. La richiesta non viene dal basso. No: stavolta è il contrario, è il Potere che dice ai cittadini: «Scioglimi le mani da questi lacci, da questi contrappesi. Non avere paura di me: userò bene questo arbitrio, lo userò nel tuo interesse. Fidati di me. Democrazia italiana, stai serena». A chiederlo – con una scelta inaudita, gravissima – è proprio il potere che dovrebbe essere più soggetto ai controlli: quello esecutivo. 
Il primo firmatario del disegno di legge costituzionale su cui voteremo è il presidente del Consiglio Matteo Renzi: così l’esecutivo mette direttamente le mani sul potere legislativo. Esattamente il contrario di ciò che Piero Calamandrei prescrisse durante i lavori preparatori dell’Assemblea Costituente: «Nella preparazione della Costituzione, il governo non deve avere alcuna ingerenza... Nel campo del potere costituente il governo non può avere alcuna iniziativa, neanche preparatoria... Quando l’Assemblea discuterà pubblicamente la nuova Costituzione, i banchi del governo dovranno essere vuoti». Le preoccupazioni di Calamandrei erano fondate: come comprendiamo oggi, quando vediamo un presidente del Consiglio che sopprime Equitalia senza aver pronta un’alternativa, promette ai signori del cemento il Ponte sullo Stretto e scrive a tutti gli italiani all’estero per far propaganda al Sì, calpestando la dignità e l’imparzialità della sua alta carica e mettendo i soldi di tutti al servizio di una parte sola. 
Un giocatore non può e non deve fare le regole: ma oggi quel giocatore non ha alcuna remora. Oggi il Potere ci sta dicendo che l’Italia ha bisogno di un «capo». È questa la parola chiave per capire qual è il senso profondo della riforma. Non la si trova nel testo della nuova Costituzione, ma in quello della legge elettorale: l’Italicum, cioè l’altro gemello di questa doppia gravidanza politica. 
L’articolo 2, comma 8 dell’Italicum dice che «i partiti o gruppi politici che si candidano a governare depositano il programma elettorale nel quale dichiarano il nome e il cognome della persona da loro indicata come capo della forza politica». 
Basterebbe questa norma a far capire che stiamo cambiando – senza aver nemmeno il coraggio di dircelo chiaramente – la forma stessa della Repubblica: non più parlamentare, ma di fatto presidenziale. 
I partiti, infatti, non si candidano più a rappresentarci in Parlamento, ma direttamente a «governare». E i cittadini eleggono un «capo» a cui il presidente della Repubblica (ora davvero un notaio inutile) è obbligato a conferire l’incarico. Un capo eletto direttamente dal popolo: il sindaco d’Italia. È questo il progetto reale del «combinato disposto» di riforma costituzionale e legge elettorale: un progetto che ricalca, nello spirito presidenzialista e plebiscitarista se non nel dettaglio della lettera, quello che Silvio Berlusconi tentò di attuare nel 2006, e che fu fermato dalla vittoria del No, in un referendum identico a quello di oggi. Dieci anni dopo, un capo più giovane e ambizioso ci riprova: cucendo un abito istituzionale sulla propria persona, e invocando un plebiscito su se stesso. Questo progetto, tuttavia, ha iniziato a mostrare la corda ancor prima che fosse attuato. 
Nel giugno 2016 il Partito Democratico di Renzi ha clamorosamente perso le elezioni comunali. E qualcuno ha cominciato a chiedersi se il capo invocato dall’Italicum e dalla riforma costituzionale alla fine non sarà Beppe Grillo, o addirittura Matteo Salvini. Come tutti gli apprendisti stregoni, Matteo Renzi sta, insomma, evocando un potere che gli si potrebbe ritorcere contro. Ed è qua che è iniziato il teatro sul cambiamento dell’Italicum. Con una coerenza che gli va riconosciuta, Renzi non è convinto di dover cambiare una legge elettorale sulla quale il suo governo aveva posto la questione di fiducia (e ci sono solo due, assai poco edificanti, precedenti di una legge elettorale approvata a colpi di fiducia: la Legge Acerbo, sotto il fascismo, e la celebre Legge Truf- 11 fa). 
D’altra parte, è innegabile che tra legge elettorale e riforma costituzionale esista un nesso genetico forte, che precede il governo Renzi: è il 2013 quando il Pd di Pierluigi Bersani fa girare tra i suoi parlamentari un documento che afferma limpidamente che «la riforma della legge elettorale è naturalmente legata alla forma di governo e pertanto vi è un nesso di consequenzialità tra revisione costituzionale e forma elettorale». Ma la paura dei 5 Stelle è tale che molti protagonisti del discorso pubblico cominciano ad avere seri dubbi sul famoso «combinato disposto»: Eugenio Scalfari, Carlo De Benedetti e la minoranza del Partito Democratico annunciano il loro No al referendum se non verrà cambiato l’Italicum. 
A poche settimane dal voto una commissione del Pd trova un accordo per emendare (peraltro in modo confuso e insufficiente) la legge elettorale: Gianni Cuperlo e De Benedetti dichiarano che voteranno Sì.
 Ma è un «sì» che io non riesco a comprendere: innazitutto perché si tratta solo di una promessa. E l’attendibilità delle promesse si misura sulla credibilità di chi le fa: Matteo Renzi è quello che twittò ad Enrico Letta: «#Enrico stai sereno», e sappiamo com’è finita. E se il messaggio complessivo della riforma è «# democrazia stai serena», ebbene non credo che ci convenga fidarci. 
Ammettiamo che Renzi, una volta tanto, non faccia come Laomedonte: il re di Troia che non manteneva le promesse. Ebbene, le leggi elettorali non le fa il Partito Democratico da solo: si aprirà un percorso parlamentare di cui nessuno è in grado di prevedere con sicurezza i risultati. E allora è serio decidere il voto referendario tenendo conto non delle promesse, o delle eventualità: ma dei fatti. Ed è un fatto che oggi l’Italicum, la legge elettorale «del capo», è legge dello Stato. 
Road Map delle riforme costituzionali, redatta da Massimo Rubechi, diffusa il 7 agosto 2013. Ma tutta questa lunga, e noiosa, agitazione sull’Italicum è importante per un altro motivo. 
Quando un osservatore autorevole e lucido come Eugenio Scalfari dice che questa riforma costituzionale diventa un pericolo per la democrazia se è associata a una legge elettorale come l’Italicum, ebbene egli dà un motivo insuperabile per votare No anche se l’Italicum fosse cambiato oggi stesso per incantesimo della fata buona della democrazia. E il motivo è questo: le costituzioni sono fatte per durare nel tempo e servono a garantire la democrazia qualunque cosa decidano le maggioranze parlamentari del momento. Ma se io dico che basta una legge elettorale a rendere pericolosa la Costituzione, sto dicendo che la legge elettorale è una pallottola che carica la pistola della Costituzione. E non basta togliere la pallottola dalla canna: perché chiunque ce la può rimettere con estrema facilità, nei mesi e negli anni futuri. 
Come si è appena visto, infatti, per scrivere una legge elettorale sembra bastare un accordo interno al partito di maggioranza: e dunque chiunque può caricare quella famosa pistola, in qualunque momento. Oggi questa micidiale combinazione autoritaria può servire a Renzi, o a Grillo: ma se domani essa servisse all’inarrestabile avanzata di un Donald Trump italiano? 
Perché è sicuro che, se si mette una pistola sul tavolo, prima o poi qualcuno la userà: ed è per questo che – carica o scarica – non vogliamo una pistola puntata alla tempia della democrazia italiana. 
E solo votando No quella pistola sparisce.