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domenica 20 novembre 2016

Referendum del 4 Dicembre. Intervento

Tomaso Montanari (1971), professore ordinario di Storia dell’arte moderna all’università di Napoli Federico II.
È editorialista per la Repubblica e vicepresidente di Libertà e Giustizia.

Ha pubblicato un e-book con Micro-Mega per spiegare su n. 8 interventi le ragioni del NO al Referendum del 4 Dicembre.
(lo pubblicheremo in più tempi)
(pubblicheremo ovviamente ragioni del SI)
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LA QUESTIONE OMERICA E IL REFERENDUM COSTITUZIONALE 

Una mattina di novembre, mentre cercavamo di schivare le pozzanghere di San Frediano correndo per arrivare a scuola prima della campanella, mia figlia Maria – che va in prima media – mi ha chiesto: «Babbo, ma perché dobbiamo studiare la questione omerica?».
Non ero ancora del tutto sveglio, era davvero tardi e stava iniziando a piovere, così ho cercato di cavarmela nel modo più sintetico: «Per capire se al referendum sulla Costituzione si deve votare Sì o No». 
Ovviamente, ho peggiorato le cose: «Questa stasera me la spieghi, babbo!», mi ha detto, con uno sguardo severo. 
Già, perché la Repubblica crede che sia utile che a undici anni gli italiani studino il dibattito secolare sui poemi omerici? 
Se lo deve essere chiesta anche la ministra Stefania Giannini, concludendo che «l’Italia paga un’impostazione eccessivamente teorica del sistema d’istruzione, legata alle nostre radici classiche. Sapere non significa necessariamente saper fare. Per formare persone altamente qualificate come il mercato richiede è necessario imprimere un’impronta più pratica all’istruzione italiana, svincolandola dai limiti che possono derivare da un’impostazione classica e troppo teorica». 

Parole che echeggiano quelle della relazione introduttiva al disegno di legge costituzionale firmato da Matteo Renzi e Maria Elena Boschi – sì, proprio quello su cui voteremo il 4 dicembre – dove si legge che la Costituzione deve cambiare a causa delle «sfide derivanti dall’internazionalizzazione  delle economie e dal mutato contesto della competizione globale»
Se la Repubblica obbedisce al mercato, si capisce che la sua scuola pubblica non serva più a formare cittadini, ma consumatori e operatori economici. E dunque a cosa mai potrebbe servire conoscere Omero? 
Si potrebbe rispondere che Omero ci riguarda, perché non c’è giorno che non usiamo le sue parole: se dico che il «tallone d’Achille» del governo è il legame con le lobbies, alludo ad Omero. E anche quando il presidente del Consiglio dice che i professori del No sono delle «Cassandre» cita Omero: anche se non ricorda che Cassandra era, sì, un po’ drammatica, ma diceva la verità quando ammoniva i suoi concittadini troiani a non aprire le porte della città al bellissimo cavallo di legno, perché è dal ventre di quel cavallo che uscirono i Greci, con le spade e le torce. 
Ma se questo fosse l’unico motivo, Omero basterebbe leggerlo. 
E invece no, ai nostri ragazzi ricordiamo che c’è stata una lunghissima discussione, che ancora continua, sulla genesi dell’Iliade e dell’Odissea: da secoli ci si chiede se questi meravigliosi poemi siano stati scritti da un unico autore, quando ciò sia potuto avvenire, e se quell’autore si chiamava davvero Omero. 
Insegnare la questione omerica ai bambini significa metterli in grado di leggere un testo in modo critico: cioè insegnare loro a smontarlo, a cercarne le contraddizioni, a misurarne lo stile e le parole, a individuarne il progetto complessivo, a considerarne il contesto, le intenzioni, i tranelli. 
Ecco, perché – mia carissima Maria – aver imparato a undici anni che cosa è la questione omerica può servire agli italiani che oggi devono leggersi i quarantasette articoli della loro Costituzione che sono stati cambiati: per capirne il progetto, il contesto, le intenzioni e i tranelli. 
Per aiutarli a non far entrare il cavallo di legno della cosiddetta riforma dentro la città della democrazia. 

Molti anni fa, proprio mentre l’Europa si liberava dai fascisti e dai nazisti e iniziava la gestazione di questa nostra amatissima Costituzione, un altro bambino fece una domanda simile a suo padre. 
Quel padre era Marc Bloch, uno dei più straordinari pensatori del Novecento. Un grandissimo storico, capace di insegnare a fare la storia in un altro modo: per esempio studiando il paesaggio o le idee invece che le battaglie e le vite dei re. Bloch era ebreo: e così dovette lasciare la cattedra della Sorbona, e passò alla Resistenza. Nel 1944, poco prima di essere catturato e fucilato dai nazisti, scrisse un libro capitale, l’Apologia della storia, che inizia proprio così: 
«“Papà, spiegami allora a cosa serve la storia”. Così un giovinetto, che mi è molto caro, interrogava, qualche anno fa, il padre, uno storico». Tra le tante risposte di quel padre ce n’è una che sembra scritta per l’Italia del 2016: «Nella nostra epoca, più che mai esposta alle tossine della menzogna e della falsa diceria che vergogna che il metodo critico della storia non figuri sia pure nel più piccolo cantuccio dei programmi d’insegnamento». 
Ecco: la critica è l’antidoto allo storytelling, alla narrazione ottimistica, superficiale e menzognera del potere. La critica come difesa dei cittadini che non vogliono essere ridotti a sudditi: aguzzare la vista per non dover piegare la testa. 
È quello che cercherò di fare in queste poche pagine, che fermano quanto ho provato a dire in un frenetico giro d’Italia per la Costituzione. 
Non sono un costituzionalista, né un giurista o un politologo, ma ho accettato di essere vicepresidente dell’associazione Libertà e Giustizia perché ci sono momenti in cui le tossine della menzogna sono così diffuse e acute che bisogna lasciare ogni altra occupazione. 
Per combatterle: possibilmente, per vincerle. 
(segue)