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martedì 8 novembre 2016

Latinizzazione delle comunità arbëreshë dell’Albania tarantina (V) ... ... di Calogero Raviotta

Latinizzazione delle comunità arbëreshë dell’Albania tarantina (V)

Alcuni soldati albanesi venuti in aiuto del re di Napoli contro i baroni filoangioini, cessate le ostilità, accettano di ricostruire e ripopolare le località di seguito riportate, avviando così la costituzione delle prime colonie albanesi nel territorio tarantino, di cui vengono riportate brevi notizie: Belvedere, Carosino, Carosino, Civitella, Faggiano, S. Crispieri, Fragagnano, Monteiasi, Monteparano.
Belvedere - Casale feudale esistente già dal secolo XIII (citato in un diploma del 1272 di Carlo I d’Angiò), viene ricostruito e abitato dal 1534 da Albanesi provenienti dai casali vicini. Nel 1575 conta solamente cinque fuochi. Durante la visita del vescovo Brancaccio (1578) la chiesa di S. Maria della Presentazione é aperta al culto, ma pericolante e senza suppellettili. 
Il parroco Todaro Xafilo, ordinato dal metropolita greco Pafnunzio, é sospeso dal suo ufficio ed i fedeli sono costretti a recarsi, per le funzioni religiose, al vicino casale di Roccaforza. Queste circostanze favoriscono lo spopolamento progressivo del casale e conseguentemente la scomparsa del rito greco (attorno al 1650).  Oggi resta soltanto il nome (Monte Belvedere) per indicare una località tra Roccaforzata e S. Giorgio.
Carosino - Casale medioevale (citato in documenti del XIV e XV secolo), è distrutto dai soldati di Scanderbeg  nel secolo XV. Rimasto disabitato per qualche decennio, viene ricostruito dagli Albanesi dall’inizio del secolo XVI e nel 1575 conta 52 fuochi.
Accanto all’antica cappella del santuario dedicato a S. Maria di Carosino, dove é molto venerata una icone miracolosa della Madonna,  gli Albanesi costruiscono una nuova cappella più grande, adatta ad accogliere i locali fedeli greci e latini ed i  pellegrini, che vengono dagli altri casali. Il santuario però viene chiuso al culto dal vescovo di Taranto nel 1578, per  vicende riguardanti Giovanni Battista Simonetta, abate e rettore del santuario medesimo, e gli Albanesi sono costretti ad andare nella chiesa del vicino Casale di S. Giorgio per partecipare alle funzioni religiose, celebrate ogni domenica e nei giorni festivi dal sacerdote greco Luca Papocchia, che recita l’ufficio in greco, porta la barba e veste all’orientale. Non essendo stata mai terminata la costruzione di una loro chiesa, avviata nella periferia di Carosino, e per mancanza di sacerdoti a Carosino il rito greco scompare definitivamente attorno al 1625. La lingua albanese continua invece ad essere parlata ancora per qualche decennio.
Il santuario, noto per i miracoli in una vastissima area, riaperto al culto dopo qualche anno, continua ad essere meta di pellegrinaggi da parte di fedeli latini e greci. 
Civitella - Nel 1540 è ripopolata da  circa 200 Albanesi, chiamati  dal feudatario
Caragnano, che vi costruisce anche una cappella. Nel 1553 vi si stabiliscono altri Albanesi con decennale  immunità fiscale concessa da Carlo V  al loro capo albanese  Giorgio Mastolano. Durante la visita del Brancaccio (1578) un terzo (10 famiglie) degli abitanti è di rito latino ed hanno un loro  sacerdote ed una loro parrocchia), mentre per gli Albanesi, che sono però due terzi (20 famiglie) degli abitanti, pur non avendo un loro sacerdote residente, viene celebrata, nella loro chiesa con iconostasi ad una porta,  la messa domenicale e vengono amministrati i sacramenti da  presbiteri greci dei casali albanesi vicini. Come negli altri casali, gli Albanesi non accolgono l’invito del vescovo Brancaccio a passare al rito latino. Oggi Civitella è frazione di Grottaglie. 
Faggiano - Casale medioevale con pochi abitanti, di cui si hanno riscontri nel secolo XIII, distrutto e disabitato, é ricostruito e ripopolato  da Albanesi all’inizio del secolo XVI, quando il  re di Napoli accorda loro privilegi ed esenzioni fiscali. 
Durante la visita del vescovo di Taranto Lelio  Brancaccio (1578) sono aperte al culto due chiese. Una dedicata a S. Nicola, dotata di iconostasi a due porte, dimora dei basiliani (Cripta antica con pareti quasi interamente affrescate del secolo XI-XIII e parte fuori terra di costruzione recente, con pareti affrescate con alcune immagini di santi).  La chiesa parrocchiale, dotata di iconostasi con due porte, dedicata a S. Maria (di Faggiano) é affidata all’arciprete Pietro Pigonato, che riveste anche la carica di Vicario generale dei paesi greco-albanesi di Puglia e d’Abruzzi, conferitagli dal Metropolita ortodosso  Pafnuzio. Il vescovo Brancaccio sospende il parroco dal suo incarico, il rito greco tuttavia continua ad essere praticato anche dopo l’anno 1683, quando  comincia ad essere sostituito dal rito latino. Tuttavia in tale anno risulta essere presente ancora a Faggiano un sacerdote di rito greco (papa Giorgio Sebaste), ed alcune funzioni in rito greco continuano ad essere praticate a Faggiano fino al secolo XIX, unitamente ad usi, costumi e tradizioni degli antenati albanesi. Nel 1855 una donna anziana ricorda ancora in albanese la Kalimera della resurrezione di Lazzaro, tradizione popolare religiosa viva ancor oggi, con qualche variante locale, in alcuni paesi arbëreshë della Sicilia e della Calabria oltre che a S. Marzano e nella Parrocchia greca di Lecce.
S. Crispieri  - Casale medioevale, denominato “Sanctorum trium puerorun, feudo dei monaci basiliani dal XIII fino all’inizio del XVI secolo, eccetto dal 1284  al  1325, quando é assegnato erroneamente alla famiglia Visconti di Taranto. Nel 1517 é assegnato a Evangelista Simonetti di Castellaneta e vi si insediano degli Albanesi nel periodo in cui ripopolano anche la vicina Roccaforzata. 
Il rito greco é mantenuto per circa un secolo (risulta latinizzato attorno al 1625) mentre più a lungo (fino all’inizio del secolo XIX) rimangono vivi alcuni usi, costumi e tradizioni degli antenati albanesi.
Durante la visita del vescovo Brancaccio (1578) , nella chiesa intitolata a S. Giorgio, a S. Crispieri é parroco Lazaro Borsci, ordinato nel 1558 dal Pafnuzio. La chiesa é dotata di iconostasi con due porte, le pareti sono affrescate con immagini di santi, dispone di suppellettili, paramenti, libri e arredi sacri della tradizione liturgica orientale. Nel 1532 ha 31 fuochi e nel 1575 ne ha 60. Oggi è  frazione di Faggiano  con 3500 abitanti (nel 1960 circa 2500) e dista da Taranto 15 chilometri. 
Fragagnano - Nel casale medioevale, esistente  già  dal secolo IX e nel secolo XIII assegnato alla famiglia nobile Antoglietta, si stabiliscono alcuni albanesi nel secolo XV, solamente per pochi anni, perché nel 1514, cacciati dal padrone del feudo,  si trasferirono nel vicino casale di Monteparano. Fragagnano dista circa 23 chilometri da Taranto. Il rito ed i costumi greco-albanesi sono scomparsi all'inizio del secolo XIX. 
Monteiasi - Fattoria di proprietà della famiglia Antoglietta, nel 1518 vi si stabiliscono alcune famiglie albanesi per alcuni decenni. Nel 1575 conta 20 fuochi. Durante la visita di Brancaccio (1578) é aperta al culto la piccola cappella, dedicata a S. Giovanni Battista. Alla fine del XVI secolo, quando il feudo passa alle istituzioni ecclesiastiche di Taranto, per l’assenza di clero greco la comunità albanese passa al rito latino e, unitamente al rito, pochi decenni dopo, anche le altre espressioni dell’identità etnica e linguistica albanese scompaiono.
Monteparano - Prima della metà del secolo XVI è abitata da Albanesi provenienti da 
Patrello (Casale distrutto dai soldati albanesi) e da Fragagnano (cinque famiglie). Durante la visita del Brancaccio (1578) nella chiesa dedicata a S. Maria di Costantinopoli, con iconostasi a due porte e molti affreschi di santi orientali sulle pareti, celebra il sacerdote greco Demetrio Sirchio. Brancaccio esorta i fedeli a passare al rito latino e lascia dei testi per istruirsi in greco ed in latino.
Oggi non vi sono testimonianze vive del patrimonio culturale etnico, linguistico e religioso degli Albanesi, che ripopolano Monteparano: lingua e tradizioni albanesi ed il rito greco scompaiono completamente  nel scolo XIX.