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sabato 26 novembre 2016

Corleonese. Arrivano le condanne per "grande passo 3"

GIORNALE DI SICILIA






·· · Pensavano in grande e parlavano di uccidere Angelino Alfano «come Kennedy», aggiungendo che il presidente americano era stato assassinato - secondo loro, i mafiosi di Chiusa Sclafani - proprio da Cosa nostra. 
Ora per quattro presunti appartenenti alla cosca del paese, per il reggente di Corleone, Rosario Salvatore Lo Bue, e per il presunto capo di Contessa Entellina, Pietro Pollichino, il pm Sergio Demontis ha chiesto le condanne: 70 anni di carcere complessivi, ai quali si aggiungono le richieste di risarcimento dei danni presentate dalle parti civili, fra le quali ci sono i Comuni di Chiusa Sclafani, assistito dall'avvocato Salvino Pantuso, e di Corleone, patrocinato dall'avvocato Ettore Barcellona, assieme al Centro studi Pio La Torre (avvocato Francesco Cutraro). 
Il processo è denominato «Grande Passo 3» e si svolge col rito abbreviato davanti al Gup Fabrizio La Cascia. Nella requisitoria il pm Demontis, che rappresenta l'accusa assieme ai colleghi Caterina Malagoli e Gaspare Spedale, ha ricordato la centralità della cosca che gravita fra Corleone, Chiusa e Contessa Entellina. 
La pena più alta, 16 anni, è stata proposta per Lo Bue, di 63 anni, indicato come il capo del mandamento di Corleone, molto vicino a Bernardo Provenzano e alla sua linea morbida, che tende a evitare lo scontro con le altre cosche e soprattutto con lo Stato: Lo Bue infatti non era presente al colloquio, avvenuto in un casolare e intercettato dai carabinieri, in cui si parlava di uccidere Alfano, insúltate per avere sostenuto e voluto il carcere duro. 
A quella piccola riunione avrebbe partecipato invece il presunto capo di Chiusa Sclafani, Vincenzo Pellitteri, 64 anni: per lui la richiesta è di 14 anni. Presente anche, in quel giorno di settembre 2014, Pollichino: e la richiesta del pm Demontis nei suoi confronti è di 11 anni. Il terzo e più accanito di coloro che parlavano era Pietro Paolo Masaracchia, processato a parte. Sempre in abbreviato sono sotto processo il figlio di Pellitteri, Salvatore, di 24 anni, con i nipoti, Roberto e Salvatore Pellitteri, di 26 e 40 anni: per ciascuno di loro sono stati chiesti 9 anni. Il piano di morte erasoio accennato, tant'è che non viene contestato nemmeno il tentativo, però la rabbia nutrita dai capi cosca contro Alfano era notevole. 
E sempre parlando fra di loro, Masaracchia, Pollichino e Pellitteri davano per certo che John Kennedy, a Dallas, il 22 novembre del 1963, fosse stato ucciso dalla mafia siculoamericana. 
Una «rivelazione» alla quale gli inquirenti non avevano dato alcun peso, limitandosi a registrare piuttosto l'insofferenza dei capi, o degli aspiranti tali, per il 41 bis, che mette fortemente in difficoltà i boss detenuti e rende difficili i collegamenti e le comunicazioni fra di loro e l'esterno. 
Masaracchia, che aveva l'aria di chi la sa lunga, paragonava Kennedy ad Alfano, perché «prima è salito con i voti di Cosa nostra americana e poi gli ha voltato le spalle...». L'attentato voleva commetterlo a Roma, dove «c'è gente che ha una casa e la mette a disposizione che tè la dà un giorno prima... lo dobbiamo sminchiare dove lui se ne va a dormire, quando lui se ne va a dormire...». 
L'alternativa era ucciderlo ad Agrigento, dove il titolare del Viminale sarebbe dovuto andare per le elezioni: «Fra due anni ci sono le elezioni» (cioè, a conti fatti, in questi giorni), anche se i boss non avevano le idee molto chiare, perché dicevano che Alfano «si porta e se ne viene qua ad Agrigento, che vuole i voti degli agrigentini... qua deve essere fatto... qua lo dobbiamo aspettare».