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mercoledì 19 ottobre 2016

Il senso della vita. Nel lavoro, l'impegno ed il sacrificio -ossia nell'amore- c'è una chiave di lettura

Dario Fo, il grande artista e Premio Nobel recentemente scomparso, pare che si dicesse “non si può morire davvero” e secondo quanto narrato dal figlio continuava a parlare con la moglie Franca Rame morta qualche anno prima. In effetti noi uomini siamo gli unici esseri animati che abbiamo consapevolezza del nostro limite estremo, la morte. Da questa consapevolezza nasce in tutti la volontà sterile di volerla evitare, il desiderio di non parlarne, di volerla dimenticare. Ed oggi siamo arrivati al punto di non far morire le persone sul proprio letto, in mezzo al mondo in cui sono vissute, ma negli scantinati, nei piani seminterrati degli ospedali, negli obitori, per non ricordare al mondo che la vita non è data goderla per sempre.

La vita.
Capita comunque a tutti interrogarsi su di essa, sul senso della vita. I pessimisti rispondono subito che essa non ha alcun senso. Altri danno ad essa un certo significato di “movimento”, di darsi da fare, di realizzare, che poi significa lavorare e creare per dare una impronta e lasciare un ricordo. E’ una visione questa all’insegna della dinamicità dell’essere umano, dell’apparire in attesa, o meglio nella volontà di non voler completamente scomparire.  
E’ in fondo quella visione della vita del farsi e del disfarsi dei fenomeni che il Cristianesimo sotto certi aspetti fa propria. Il Dio cristiano –che non ha nulla a che fare con le interpretazione morbose con cui taluni sparlano quando ne fanno un supremo giudice che sta in alto e condanna i peccatori e premia i bravini, che ha un trono e ogni tanto manda qualche fulmine-  sappiamo che è amore, ossia impegno, passione, capacità di sacrificio e di lavoro, dramma.

Per il cristiano cosa potrebbe essere il senso della vita ?  potrebbe (ma non è detto che tutti coloro che si professano cristiani vi si riconoscano) essere la convinzione che la vita è orientata verso una crescita del rispetto altrui, l’ordine e l’armonia e al contempo verso la consapevolezza che ogni lavoro deve implicare fatica, dolore e rischio di perdere la possibilità di intravedere il senso di ciò che viene operato.
Opportuno ci sembra il brano di una lettera che il matematico, scienziato, teologo e sacerdote Pavel Florenskij* scrisse al figlio dal gulag dove fu trattenuto per anni e poi fucilato nel dicembre del 1935 dalla follia stalinista. 
“Si tratta  della visione della vita dell’antichità greca, di un ottimismo tragico.
La vita non è affatto una festa e un divertimento continuo; nella vita ci sono molte cose mostruose, malvagie, tristi e sporche. Tuttavia, rendendosi conto di tutto questo, bisogna avere dinnanzi allo sguardo interiore l’armonia e cercare di realizzarla”.

In un'altra lettera dello stesso sacerdote ortodosso indirizzata alla figlia Olga si legge “La vita consiste nel lavoro tenace e integrale”.

*Pavel Florenskij, Non dimenticatemi. Lettere alla moglie e ai figli