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martedì 18 ottobre 2016

Hanno detto ... ...

ENZO BIANCHI, priore di Bose
Quando vogliamo dare un giudizio sulla vita dobbiamo guardare non a ciò che si è raccolto ma a ciò che si è seminato.

GIORGIO CREMASCHI, sindacalista cgil
Secondo il Rapporto Caritas in Italia dilaga la povertà.
La Finanziaria di Renzi su 100 euro ne assegna 70 ai ricchi (banche, imprese) e 30 agli altri.

CISL-SICILIA

In Italia, secondo i dati Istat, vivono in uno stato di povertà 1 milione 582 mila famiglie, un totale di quasi 4,6 milioni di persone. Si tratta del numero più alto dal 2005 ad oggi; e si tratta, parlando di povertà assoluta, della forma più grave di indigenza, quella di chi non riesce ad accedere a quel paniere di beni e servizi necessari per una vita dignitosa. 
Le situazioni più difficili sono quelle vissute dalle famiglie del Mezzogiorno, dalle famiglie con due o più figli minori, dalle famiglie di stranieri, dai nuclei il cui capofamiglia è in cerca di un’occupazione o operaio e dalle nuove generazioni. 
È quanto emerge da VaSi COmuNiCaNti, il Rapporto 2016 della Caritas su povertà ed esclusione sociale in Italia e alle porte dell’Europa. Un elemento inedito messo in luce nel rapporto e che stravolge il vecchio modello di povertà italiano è che oggi la povertà assoluta risulta inversamente proporzionale all’età, diminuisce all’aumentare di quest’ultima. La persistente crisi del lavoro ha infatti penalizzato (o meglio, sta ancora penalizzando) soprattutto giovani e giovanissimi in cerca “di una prima-nuova occupazione” e gli adulti rimasti senza un impiego. 
Accanto alle fonti della statistica pubblica il rapporto dedica ampio spazio ai dati raccolti presso i Centri di Ascolto promossi dalle Caritas diocesane o collegati con esse (i dati sono stati raccolti presso 1.649 CdA, dislocati su 173 diocesi). 
Nel corso del 2015, le persone incontrate sono state 190.465. Come nel passato, il peso degli stranieri continua a essere maggioritario (57,2%) anche se non in tutte le aree del Paese; nel Mezzogiorno la percentuale di italiani è infatti pari al 66,6%.
Rispetto al genere, il 2015 segna un importante cambio di tendenza; per la prima volta risulta esserci una sostanziale parità di presenze tra uomini (49,9%) e donne (50,1%), a fronte di una lunga e consolidata prevalenza del genere femminile. L’età media delle persone che si sono rivolte ai CdA è 44 anni. Tra i beneficiari dell’ascolto e dell’accompagnamento, prevalgono le persone coniugate (47,8%), seguite dai celibi o nubili (26,9%). Anche in Italia accanto al disagio di coloro che in modo transitorio, persistente (o nei casi più gravi, cronico) sperimentano delle difficoltà legate alla mancanza di reddito e/o di lavoro, coesistono le situazioni più estreme vissute da chi, costretto a fuggire dal proprio Paese, vede sommarsi contemporaneamente tante vulnerabilità, prime fra tutte quelle legate ai traumi indelebili di un viaggio spesso fatto in condizioni disperate. 
I dati ufficiali documentano di 153.842 persone migranti sbarcate nelle coste italiane nel 2015. Le nazionalità prevalenti, dichiarate al momento dell’arrivo, riguardano i seguenti Paesi: Eritrea, Nigeria, Somalia, Sudan, Gambia, Siria, Mali.


BARAK OBAMA, presidente Usa
“Voi italiani siete in prima linea e avete un ruolo di leadership nell’affrontare la crisi dei rifugiati, che è una catastrofe e rappresenta un test della nostra comune umanità”
“Occorrono politiche economiche inclusive, che investano fortemente nei nostri cittadini dando loro istruzione, competenze e la formazione necessaria per aumentare gli stipendi e ridurre le disuguaglianze”
"Nei nostri Paesi, le stesse forze della globalizzazione che hanno portato tanto progresso economico e umano nel corso dei decenni, pongono anche sfide politiche, economiche e culturali. Molte persone ritengono di essere svantaggiate dal commercio e l’immigrazione. Lo abbiamo visto con il voto nel Regno Unito per lasciare l’Unione Europea. Lo vediamo nella crescita dei movimenti populisti, sia a sinistra che a destra. In tutto il continente, vediamo mettere in discussione il concetto stesso di integrazione europea, insinuando che i Paesi starebbero meglio fuori dall’Unione".