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domenica 18 settembre 2016

Perchè siamo cristiani

N. 7
Le “Verità” di fede che sortiscono dal Credo sono definite “divinamente rivelate”  e sono “definitive”.
Esse si impongono –con piccole varianti- a tutti i cattolici, gli ortodossi ed i protestanti.
Gli ortodossi armeni iniziano la recita con “Crediamo” al plurale, il resto della cristianità con “Credo in…”
Tutte le chiese orientali dicono che lo Spirito Santo procede dal Padre; i cattolici romani ed i protestanti che lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio.
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La Chiesa cattolica suscita la fede su una dottrina in sintonia con la ragione. Credo ut intelligam (Credo per capire) diceva Sant’Agostino e aggiungeva “Chiunque crede pensa. Se non è pensata, la fede non è niente”. 
Parole che non dovrebbero essere invecchiate. Successivamente Tommaso d’Aquino prova ad armonizzare la fede e la ragione “la fede non teme la ragione, ma la ricerca e in essa confida”
In ambito cattolico san Bonaventura (1221-1274) e Duns Scotto (1266-1308) provano a discostarsi da questa tesi nel presupposto che la teologia e la morale dipendono meno dalla ragione che dalla rivelazione e dall’intuito personale (l’esperienza). San Bonaventura accusa l’acquinate di “mettere l’acqua della ragione  nel vino puro della sapienza divina”. San Tommaso contestato da più parti, compresa l’Università di Parigi dove insegnava, verrà condannato dal Vescovo di quella città -1277- per essere riabilitato e canonizzato, da morto, nel 1323 ed essere proclamato dottore della Chiesa nel 1567. La corrente spiritualista della Chiesa Cattolica continuerà parallelamente a svilupparsi e sarà incarnata dal mistico tedesco Maestro Eckhart (1260-1327).
Nel pensiero cattolico la fede presuppone quindi l’adesione a una parola umana proveniente da Dio. Essa passa attraverso un incontro col Dio nascosto, e la sua struttura è determinata dagli attributi di questo Dio che sono la libertà, la fedeltà, l’onnipotenza creatrice, l’amore e la misericordia.
Avremo modo di scoprire che questa impostazione però crollerà davanti all’avanzare dell’Illuminismo. 
     
Nelle Chiese Orientali è chiara –da sempre- viceversa l’impossibilità di poter conoscere per vie razionali,  attraverso percorsi filosofici, il divino.

La teologia catafatica in uso in Occidente fa uso di parole umane per provare a descrivere Dio -come visto sopra- per mezzo delle sue proprietà, che in realtà sono proprietà dell’uomo.
La teologia apofatica, in uso presso le chiese orientali fa uso meno esteso di quella catafatica, nega tutto ciò che non è Dio ed evidenzia l’inattingibilità e l’assoluta trascendenza  di Dio, inaccessibile e non esprimibile con le parole umane.
I padri della Chiesa
Dionigi Areopagita, sulle orme di altri padri della Chiesa (Gregorio di Nazianzo e Gregorio di Nissa) asserisce che Dio si conosce attraverso l’oscurità o la penombra della “non visione” (non conoscenza), cioè attraverso la rinuncia ad ogni conoscenza razionale. Negando tutto ciò che Dio non è si perviene alla completa inconoscibilità della Causa di ciò che esiste, essendo

superiore a tutte le cose, non è priva di essenza, di vita, di ragione, d’intelligenza; non è neppure un corpo, e non possiede né una figura, né una forma, né una qualità, né una quantità, né un peso; non si trova in nessun  luogo, non è visibile, né può essere toccata materialmente; non ha sensazioni, né è oggetto di sensazioni (…). Non è né anima, né intelligenza, e non possiede né immaginazione, né opinione, né parla, né pensiero; essa stessa non è né parola, né pensiero; e non è oggetto né di discorso, né di pensiero. Non è né numero, né ordine, né grandezza, né piccolezza, né uguaglianza, né diseguaglianza, né somiglianza, né dissomiglianza; non sta ferma, né si muove, né rimane quieta, né è una forza; non è luce; non vive e non è vita; non è né essenza, né eternità, né tempo; non ammette neanche un contatto intellegibile;  non è né scienza, né verità, né regno, né sapienza (…) né qualcuna delle cose che possono essere conosciute da noi o da qualche altro essere  (…). Non esistono affatto, a proposito di essa, né affermazioni  né negazioni; quando facciamo delle affermazioni  o delle negazioni a proposito delle realtà  che vengono dopo di essa, noi non l’affermiamo, né la neghiamo. In effetti la causa perfetta e unitaria di tutte le cose è al di sopra di ogni affermazione; e l’eccellenza di colui che è assolutamente staccato da tutto e al di sopra di tutto è superiore a ogni negazione.
Ed ancora
Dio è riconosciuto in tutti gli esseri e al di fuori di tutti. E Dio  è conosciuto attraverso la conoscenza e l’ignoranza. Gli appartengono la conoscenza e l’ignoranza. Gli appartengono la cognizione, la ragione, la scienza, il tatto, la sensazione, l’opinione, l’immaginazione, il nome e tutto, ma non è concepito, né detto né chiamato. E non è nessuno degli esseri né è conosciuto in nessuno degli esseri. Ed è tutto in tutto e niente in nessuna cosa, ed è noto a tutti da tutte le cose e a nessuno da nessuna. Infatti anche questo diciamo rettamente di Dio, e da tutti gli esseri è celebrato in relazione a tutti gli esseri di cui è causa. La più divina conoscenza di Dio è pi quella che avviene attraverso l’ignoranza, per l’unione che supera l’intelligenza, quanto la mente, staccandosi da tutti gli esseri e poi abbandonando anche se stessa si unisce ai raggi splendidissimi, illuminata da essi e in essi per la profondità imperscrutabile della Sapienza. Eppure, come dicevo, bisogna riconoscere questa da tutte le cose: infatti, secondo la Scrittura, è lei che ha creato tutto e pone sempre tutto  in armonia ed è causa della sistemazione  e dell’ordine indissolubile di tutte le cose, e sempre accorda i termini delle prime con gli inizi delle seconde: nella bellezza è l’accordo  e l’armonia unitaria di tutto.