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martedì 9 agosto 2016

Referendum di Ottobre. Argomenti per capire il senso del cambio costituzionale

di Sofia Ventura
(politologa - su QN)
Si tratta di una riforma pensata male e probabilmente foriera di malfunzionamenti che ancora non immaginiamo. Dal governo fanno credere che con leggi fatte più in fretta il nostro sistema correrà come un treno, ma non si sono preoccupati della motrice e hanno costruito scambi fragili. Prendere un treno per rischiare di farsi male non è una scelta oculata. 
QUANDO una riforma della Costituzione entra a far parte delle politiche simboliche di un governo che si rappresenta come il governo che farà tutto molto in fretta per rendere semplici e facili cose per loro natura complesse, può accadere che il risultato poco abbia a che vedere con innovazioni ragionevoli. E questo è accaduto con la riforma che dovremo approvare o bocciare con il referendum.
Spesso presentata come una riforma che darà governabilità, in realtà l’unico elemento che influenza il ruolo dell’esecutivo è la sottrazione del Senato dal rapporto fiduciario. Nelle parti più rilevanti, riforma del bicameralismo e competenze tra Stato e Regioni, le confusioni non si contano. Per quanto riguarda il Senato, la rappresentanza delle autonomie sembra una mera pretesa.
A PARTE le contraddizioni di una riforma che accentra fortemente i poteri nello Stato (con confini al suo potere labili e ambigui) e al contempo si dota di una camera ‘federale’, non è chiaro cosa in quel Senato si rappresenti. I cittadini delle Regioni? No, ma un po’ sì. Le Giunte? No, ma un po’ sì. Questa l’unica risposta che si può dare viste le ambigue modalità di elezione dei senatori. Per non parlare della presenza di un sindaco per Regione: in che modo dovrebbe rappresentare le istanze locali un sindaco scelto dai consiglieri regionali? Mistero.
Per quanto riguarda la funzione legislativa del Senato, essa è caotica e svilente del suo ruolo. Sono state inventate una pluralità di leggi che daranno luogo a contenziosi addossati ai due presidenti delle Camere. Ma oltre a ciò, si è voluto ignorare il ruolo della Camera alta come camera di riflessione e perfezionamento (le leggi, ricordiamolo, influenzano la nostra vita concreta). Si poteva immaginare una navetta con l’ultima parola alla Camera dopo alcuni passaggi e un tentativo di conciliazione (come in Francia, dove certo il governo non è debole), invece si è preferito relegare il Senato, per la ‘normale’ legislazione, a un ruolo marginalissimo. E si potrebbe continuare. Un cenno alla riforma del rapporto Stato e Regioni: nonostante con un approccio naif si sia pensato che eliminando le materie concorrenti tutto diverrà lineare, la nuova normativa si presta a produrre sovrapposizioni e contenziosi, come osservato da seri giuristi, anche sostenitori del Sì.
QUESTI ESEMPI sono indicativi di una riforma malpensata (negli obiettivi e negli strumenti) e probabilmente foriera di malfunzionamenti che ancora non immaginiamo. Ma essa è presentata come la riforma con la quale finalmente avremo un sistema ben funzionante. Ovviamente non è vero, non solo perché è malfatta, ma anche perché non si sono affrontati i nodi del sistema di governo. Dal governo cercano di far credere che con leggi fatte più in fretta il nostro sistema correrà come un treno, ma non si sono preoccupati della motrice e hanno costruito scambi fragili e dal facile inceppamento. E prendere un treno per non arrivare e rischiare di farsi male non è una scelta oculata. Qui sta la principale ragione del No.