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sabato 20 agosto 2016

Hanno detto ... ...

La religione e le imposizioni

ENZO BIANCHI, priore di Bose
La storia della Chiesa è costellata di condanne poi revocate, di emarginazioni e di persecuzioni di persone poi riabilitate e beatificate.

PAOLO FLORES D'ARCAIS, filosofo, pubblicista, ricercatore e direttore della rivista Micro-Mega
Raccontarsi che indossare burqa o burkini può essere una libera scelta è il colmo dell’ipocrisia. Una scelta è libera se chi la compie è al riparo, fin da bambina, da ogni minaccia/paura, e viene cresciuta nel progressivo esercizio dello spirito critico e dell’autodeterminazione. È possibile che un caso di burkini su un milione abbia queste caratteristiche, ma un problema sociale (una piaga devastante come è la non-libertà/eguaglianza della donna in tutte le sue manifestazioni) non si affronta a partire dall’eccezione, ma dalla regola.
E la realtà diffusa è che il burkini (e le vessazioni non solo simboliche che vi sono dietro, massicciamente) è l’espressione di una oppressione della donna che ha una specificità religiosa: oppressione islamica. Se c’è un islam capace di garantire assoluta eguaglianza/libertà sessuale alla donna si faccia avanti e rompa ogni omertà (le religioni cristiane non lo hanno fatto, finché non sono state travolte dalla secolarizzazione dei costumi).

Questa è islamofobia? Personalmente sono religiosofobo, perché considero tutte le religioni una minaccia per l’eguaglianza e per la ragione. Ma oggi, per motivi storici stranoti, l’islam è più minaccioso delle altre. Questo non mi impedisce di cercare il confronto.
Naturalmente non ci può essere integrazione nei valori repubblicani se non si offrono all’immigrato le effettive possibilità di “essere simile” sotto il profilo economico, sociale, culturale, cioè un eguale diritto al perseguimento della felicità, per dirla con Jefferson. E le risorse necessarie (che esistono, nelle mani di minoranze straricche) scateneranno razzismi, se prima non si sarà garantito a tutti i cittadini italiani il benessere sicuro di un welfare in espansione.
Ma questo è un altro… No: questo è lo stesso imprescindibile discorso.”"

CHIARA SARACENO, sociologa e filosofa 
Sono abbastanza vecchia da ricordare quando, ancora negli anni Sessanta, non solo il bikini sulla spiaggia, ma le maniche corte sopra il gomito e i pantaloni lunghi erano considerati abbigliamenti indecenti, non solo dai parroci, e non solo da quelli di campagna. Una donna senza il velo in testa e con le maniche “troppo corte” poteva vedersi rifiutare la comunione. Una ragazza in pantaloni o con le maniche ritenute troppo corte poteva vedersi aspramente rimproverata dal responsabile della parrocchia dove era andata a fare animazione con i bambini. All’Università Cattolica di Milano le studentesse venivano obbligate a portare il grembiule nero; non potevano neppure sedersi sui muretti del chiostro, per evitare di far intravvedere le ginocchia. Ancora oggi, in molte spiagge del Sud si possono vedere donne anziane vestite di tutto punto, possibilmente di nero, che passano intere giornate sotto l’ombrellone accanto a donne più giovani e uomini di tutte le età in costume da bagno (anche se non mancano uomini anziani vestiti di tutto punto e con il cappello in testa).
Sentirsi a proprio agio nello spazio pubblico con il proprio corpo è stata per le donne una conquista recente e difficile, oltre che non priva di ambivalenze e di rischi vecchi e nuovi. Si può capire la pena e il disagio di fronte a chi, invece, appare ancora con un corpo chiuso in gabbia. Ma è accettabile passare dal divieto di scoprirsi a quello di coprirsi? I criteri di “buon costume” e “ordine pubblico” oggi in vigore sulle nostre spiagge come su quelle francesi permettono topless, bikini anche minuscoli, costume intero, slip maschili che non nascondono nulla, ma anche mutandoni tanto di moda tra i ragazzi, mute subacquee comprensive di maschera integrale, oltre che lo stare semplicemente vestite.
Nessuno pensa di dare una multa non solo a una suora, ma anche a una donna non visibilmente appartenente a qualche gruppo religioso che se ne stia vestita di tutto punto sulla spiaggia. Nessuno si interroga sulle loro ragioni o sul fatto se siano o meno obbligate. Non si vede perché si debba usare un criterio diverso per le donne che indossano il cosiddetto burkini, in quanto sarebbe simbolo di una appartenenza a una comunità e ad una religione. A meno di non considerare lo stare il più possibile svestite simbolo della cultura occidentale, livrea obbligatoria per ogni donna che voglia vivere in un Paese occidentale, criterio discriminante per la sua integrazione – espressione dei “nostri valori”, per dirla con il primo ministro francese Valls.
Per altro, anche secondo la rigida legge francese sulla laicità, il divieto di esibire abbigliamenti religiosamente identificabili riguarda i luoghi pubblici intesi come luoghi in cui si svolgono funzioni pubbliche – gli uffici statali, le scuole – non le strade, le piazze, le spiagge, i bar, i ristoranti, i parchi. Non stiamo parlando del velo integrale, che copre il viso e talvolta, con i guanti, anche le mani. 
Vietare il burkini con qualche scusa più o meno fantasiosa – dalle norme di sicurezza a quelle di igiene – o richiamando il, legittimo, disagio che dopo gli attentati i francesi proverebbero per tutto ciò che appare musulmano, mi sembra non solo sbagliato, ma controproducente.