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sabato 18 giugno 2016

Hanno detto ... ...

ELVIRA TERRANOVA, giornalista
In concomitanza con partita Italia oggi (ndr 17 giugno) a Palermo si sono 'ammalati' all'improvviso 40 autisti Amat su 225. L'azienda manda tutto in Procura



GIAN ANTONIO STELLA, giornalista
Vabbè il caldo infernale, vabbé la siccità, vabbé il vento a cinquanta nodi che a tratti ha impedito ai Canadair di levarsi in volo, ma possono esser divampati da soli circa ottocento focolai degli incendi che hanno devastato migliaia di ettari in Sicilia? 
Cos’è stata, una maledizione del dio del fuoco Efesto? O piuttosto, almeno in parte, la vendetta di chi vede a rischio l’andazzo di un sistema in cui ai forestali è stato chiesto per decenni non tanto di prendersi cura del territorio ma di portar voti ai padroni delle clientele?

«Basta col pietismo buonista», si era sfogato poche settimane fa Rosario Crocetta rivelando la presenza in un elenco «atteso per un anno e mezzo» di 3.500 precari su 24 mila (uno su sette) con la fedina penale non pulita e annunciando l’espulsione di almeno quelli condannati per mafia o possesso di armi. «Esaminando il passato di queste persone ci siamo imbattuti in notizie di tratta di schiavi, violenza, associazioni a delinquere, spaccio di stupefacenti. A centinaia sono accusati di incendi dolosi. E oggi si occupano di boschi. È come mandare un pedofilo in una scuola».

È solo una dannata coincidenza se alle prime raffiche di scirocco rovente mezza isola da Trapani a Messina ma soprattutto nell’area intorno a Palermo, sui Nebrodi e sulle Madonie, è stata investita dalle fiamme? Nessun morto, alcuni feriti non gravi (pare), panico, danni enormi.
«Dite apertamente come stanno le cose. Dite a chi giova tanto criminoso disastro, tutti sappiamo chi metterà le mani sui finanziamenti per riparare i danni immensi arrecati da criminali organizzati con interessi reciproci... E quando, sennó, arriverebbero soldi in Sicilia per saziare l’Orda famelica che ci fa restare terzo mondo?», urla Adolfo, un cittadino disperato, nel blog del Giornale di Sicilia.

Difficile dagli torto. Fossero pure «casuali» (si fa per dire) molti incendi di questi giorni, l’uso della parola «calamità naturale» sarebbe comunque scellerata. Sono gli uomini, con le loro opere di scrupolosa manutenzione quotidiana o le loro sciatterie decennali a determinare «come» il fuoco possa avventarsi su un bosco e «quanto» possa essere devastante. E qui le responsabilità della cattiva politica sono enormi.

In Sicilia il Corpo Forestale (per capirci: quello in divisa che ha funzioni di polizia e di controllo e dipende lì non dallo Stato ma dall’assessorato regionale all’Ambiente) è stato progressivamente abbandonato a se stesso fino a veder dimezzare gli organici, stando alle denunce («e si tratta di una cifra destinata ancora a diminuire per i pensionamenti in corso») da 1500 a 700 uomini. Nello stesso tempo il corpaccione di impiegati assunti in pianta stabile e quasi tutti sistemati negli uffici e più ancora gli operai forestali assunti volta per volta per 51, 101 o 151 giornate lavorative ma coperti per il resto dell’anno dall’Inps, veniva gonfiato a dismisura. Fino ad arrivare nel 2012 a quasi 26mila dipendenti. Per un totale, compresi gli amministrativi, di 28.542 persone, che costavano quasi 693milioni di euro all’anno. Più le pensioni, spesso stupefacenti e figlie di un passato spendaccione come quella dell’ispettore capo Totò Barbitta che grazie al regalo di un anno ogni cinque di servizio («lavoro usurante») riuscì ad andarsene quarantacinquenne a riposo il 1 gennaio 2009 con soli 16 anni, 10 mesi e 30 giorni di attività. Tre lustri dopo la riforma Dini.

Il paese di Godrano, come denunciò quattro anni fa un’inchiesta durissima di Antonio Rossitto su Panorama, aveva 1.096 abitanti e 190 operai forestali. Tra i quali il sindaco («Togliendo anziani, donne e disoccupati, il 90% lavora nei boschi»), il vicesindaco, gli assessori ai Lavori pubblici e al Turismo e il presidente del consiglio comunale che sospirava: «Per legge dovremmo essere dieci, invece siamo 190. Ma se chiudono i rubinetti siamo rovinati: qui solo il bosco ci fa mangiare».
E questo è il nodo. Uno Stato serio, nelle aree in cui proprio non c’è lavoro e non esiste tessuto produttivo e i giovani non hanno prospettive se non l’emigrazione o peggio le lusinghe mafiose, può pure scegliere di fare assistenza alle fasce più deboli distribuendo lavoro. E anche se certi confronti sono fastidiosi (301 stagionali a Marineo e 279 in tutta l’Umbria, 383 nel borgo di Pioppo e 404 in tutto il Piemonte, 437 a Sortino e 460 in tutta la Lombardia…) si tratta di una scelta politica che un senso ce l’ha. I costi sociali di un tracollo nella disperazione più nera sarebbero maggiori.


Ciò che è insopportabile, come si è visto per l’ennesima volta in questi giorni e come ammettono i beneficiati, è che vengono distribuiti soldi, posti, statini di maternità e coperture Inps ma in cambio non viene chiesto lavoro. Lavoro vero. Cioè cura di boschi e foreste, manutenzione, sfalcio, opere di prevenzione giornaliera contro il fuoco. Insomma lealtà verso i cittadini italiani che si fanno carico di pagare un esercito di forestali, in Sicilia come in Calabria, in Sardegna e altre regioni, e forse meriterebbero di avere in cambio, come minimo, un po’ di amore in più verso i territori di queste regioni esposti a rischi tremendi e supplementari anche da questa insopportabile incuria. A meno che le inchieste non accertino addirittura di peggio.