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giovedì 24 marzo 2016

Filosofia. Il pensiero e la cultura russa (6)

Secondo quanto finora riportato nel nostro argomentare  sul pensiero filosofico russo  e' facile immaginare che quello russo rappresenti sotto piu' aspetti la continuazione del pensiero greco sorretto da un instrumentario filosofico moderno. 

I tratti finora affrontati ci consentono la comprensione più profonda di alcuni fenomeni della storia spirituale russa, che proponiamo per flash.

-1) Nella prima metà del XIII secolo la Russia era caduta progressivamente sotto il dominio dell’Orda tatara, da cui era riuscita a liberarsi definitivamente solo alla fine del XV secolo con Ivan III. 
Nella fase di vittoria dei miscredenti si era vista spesso un’espressione della debolezza interna del paese cristiano e al contempo il castigo divino. Si era diffusa perciò la sensazione che questo mondo era «il mondo della depravazione», a cui si contrapponeva un altro regno, quello di Dio. 
La via per raggiungere il regno di Dio non era quella dello stato, depravato tanto quanto il mondo (nonostante la grande ascesa del principato di Mosca nel XV secolo), ma piuttosto la fuga dal mondo terreno nella solitudine, cercando di perfezionarsi nell’«azione interiore», nella penitenza e nella «preghiera spirituale».

-2) Diametralmente opposto era l’ideale di perfezione di Iosif da Volokolamsk (1440-1515, monaco teorico del Cesaopapismo russo) per il quale il sacro consisteva nel pieno raggiungimento di uno stato ortodosso, inscindibilmente fuso con la Chiesa, in cui i dogmi e i riti della religione fossero contemporaneamente anche leggi dello stato. Solo partecipando alla vita di questo stato e osservando i precetti della religione si viveva un’autentica vita cristiana e si raggiungeva la salvezza eterna.

-3) Questa idea dei due regni, che si contrapponevano aspramente nella visione di Nil Sorskij (1433-1508, monaco ascetico) fondendosi invece in un’unità omogenea nella concezione di Iosif da Volokolamsk, fu anche alla base delle potenti correnti cultural-religiose e politico-sociali che segnarono poi nel XVI secolo tutta la vita russa e che furono alla radice dei profondi sconvolgimenti del XVII secolo. 
Fu allora che si iniziò a parlare della «santa Russia», di «Mosca, la terza Roma» e, soprattutto, di «scisma» (raskol).

-4) L'ascesa politica del principato di Mosca nel XV secolo, sotto Ivan III, a cui si sottomise la gran parte della Moscovia, continuò nel XVI secolo con Vasilij III e soprattutto sotto Ivan IV detto «Il Terribile» (che nel 1547 assunse il titolo di zar). 
Il clima spirituale era segnato dall’ideologia di Iosif da Volokolamsk, che poggiava sulla rappresentazione della «santa Russia» e su una corrispondente identificazione della sfera religiosa e di quella laica. Le sue posizioni ideologiche " cesaropapiste" puntavano a rendere la Russia un solo grande monastero. Questa mentalità trovò espressione nel Domostroj (Il governo della casa), un trattato della metà del XVI secolo che insegnava a «governare» la vita casalinga di una famiglia pia, precisandone anche i più piccoli dettagli con istruzioni spesso tratte dalla vita monacale. 
Tra le altre cose, vi si esigeva che si pregasse quanto più spesso possibile: tutti i famigliari si dovevano ritrovare per il vespro, persino la notte si dovevano alzare per la preghiera; ai muri dell’abitazione dovevano essere affisse le icone, davanti alle quali si accendevano le candele durante la preghiera, eccetera. 
Questa impostazione ideologica  indusse la moltitudine a obbedire ciecamente alle vecchie consuetudini, rese assolute, mentre portò altri, che intravedevano la vera situazione spirituale della Russia, ad abbandonare il mondo delle tentazioni per dedicarsi all’eremitismo ascetico, producendo ancora in seguito, soprattutto nel XVIII e nel XX secolo, un utopismo lontano dalla realtà.

-5) Alla rappresentazione della «santa Russia» fu coniugata  una seconda posizione ideologica, diffusissima in tutte le epoche, che un monaco di nome Filofej espressee  con il motto «Mosca la terza Roma». 
Con la presa di Costantinopoli (capitale dell'Impero Romano d'Oriente) da parte dei Turchi, il centro dell’Ortodossia – la giusta fede – si ritrovò nelle mani degli «infedeli». 
L’evento storico fu generalmente percepito come un castigo di Dio per l’unione di Bisanzio con l’«eretica Roma», risalente a pochi anni prima, nel 1439. Come unico baluardo della Slavia ortodossa rimaneva dunque il principato di Mosca, e sulla base di tale visione Filofej elaborò, all’epoca del granduca Vasilij Ivariovič III (1505-1530), la seguente idea: 
«La prima e la seconda Roma sono cadute, la terza resiste, e non ce ne sarà una quarta.» 
La chiusa «non ce ne sarà una quarta» esprimeva l’idea che con il numero tre si fosse raggiunto qualcosa di definitivo e che il regno di Mosca rappresentasse dunque il compimento della storia.
La storia tuttavia non si fermò affatto. 
L'isolazionismo che era alla base dell’ideologia della «santa Russia» e l’incapsulamento della nazione russa a difesa di qualsiasi influsso culturale proveniente dall’esterno (soprattutto dall’Occidente) non potevano resistere. Se non altro, le conquiste della tecnica militare, ma anche altre necessità della vita, costringevano comunque a imparare dall’Occidente.

-6) Tra i ceti più elevati della società iniziarono presto a diffondersi nuove visioni e nuovi criteri. Tali influssi si rafforzarono all’epoca dei «torbidi», durante i disordini politici che scoppiarono subito dopo la morte di Ivan il Terribile e che furono superati solo con l’instaurazione della dinastia dei Romanov nel 1613. Sullo sfondo ideologico della «santa Russia» quest’irruzione del pensiero occidentale non poteva che condurre allo scontro tra due culture contrapposte e la crisi divampò con particolare veemenza nella seconda metà del XVII secolo.
I motivi sembrarono apparentemente futili. 
La presenza di abusi e soprusi nella vita della Chiesa russa fece sì che alla metà del XVII secolo si sentisse ovunque il desiderio di una riforma, e a tale riguardo si trovavano d’accordo anche i due partiti che si sarebbero poi detestati. 
La polemica si sviluppò sostanzialmente sulla questione del metodo e, più in concreto, sulla questione dell’ufficio divino. Nel corso dei secoli, infatti, nei libri liturgici erano stati introdotti numerosi errori a cui occorreva porre rimedio. 
Ma secondo quali modelli dovevano essere corretti? 
Per una fazione più avvezza ad argomentare con motivazioni razionali, era chiaro che potevano essere utilizzati solo i libri greci, essendo i testi liturgici slavi nati da traduzioni dal greco. 
Per la controparte, che faceva appello ad argomenti religiosi, ma anche nazionali, e incarnava la tradizione della «santa Russia», questa richiesta era assolutamente inaccettabile.
Acconsentendo infatti all’Unione delle Chiese con il concilio di Firenze, Costantinopoli si era abbandonata all’eresia e non poteva più vantare alcuna pretesa di autorità nella sfera religiosa. Relativamente alla questione delle correzioni da apportare ai testi liturgici sorsero anche vari altri punti di scontro: se si dovesse fare il segno della croce con due dita (che simboleggiavano le due nature in Cristo), seguendo lo stile russo antico, o con tre dita (la Santissima Trinità), come volevano i nuovi credenti, e altre controversie simili.

-7) Il sostenitore principale della «antica fede» fu l’arciprete Avvakum, mentre dalla parte dei riformatori si schierò la forte personalità del patriarca Nikon. Lo zar Alessio, per il quale la riforma della Chiesa rappresentava anche una scottante questione personale, si schierò decisamente dalla parte dei riformatori e i proseliti dell’«antica fede» (i «vecchi credenti») furono perseguitati con l’impiego di tutti i mezzi del potere statale. 
I loro maggiori esponenti furono giustiziati (Avvakum morì sul rogo nel 1681) mentre i semplici credenti dovettero andare in esilio o emigrare nelle remote regioni del nord per evitare la persecuzione. Ciononostante, diversi milioni di persone rimasero fedeli alle fede antica, che si è mantenuta fino all’epoca attuale.

-8) Con la presa di posizione dello stato a favore dei riformatori, nella mente dei vecchi credenti la scissione assunse dimensioni addirittura apocalittiche: era caduta anche la terza Roma. 
Ma non ce ne sarebbe stata una quarta. La sacra Russia, dunque, era diventata il regno dell’Anticristo. La cosa migliore da fare era fuggire da questo regno nel deserto. 
Questo tratto apocalittico della coscienza dei vecchi credenti divenne particolarmente marcato nel momento in cui, morendo i preti fedeli all’antica fede, si vedevano costretti a rinunziare alla vita sacramentale. Con l’avvento dell’Anticristo si esaurivano nella Chiesa il sacerdozio e la vita nella grazia. 
La Chiesa era dunque entrata in una nuova epoca: l’epoca senza grazia. Sulla terra dominava ormai vittoriosa la Krivda, l’ingiustizia, mentre la Pravda, la vera Chiesa, si era ritirata in un mondo invisibile, nell’aldilà. 
È caratteristico il fatto che la leggenda della città «invisibile» di Kitež, nascosta nella profondità del «sacro» lago di Svetlojar, sia a tutt’oggi viva soprattutto trai i vecchi credenti.

9) II fatto che divergenze come gli usi e i costumi liturgici abbiano avuto conseguenze di tale gravità non può essere spiegato solamente in base a fattori esteriori, quali l’ignoranza, oppure in base a particolari categorie sociologiche o psicologiche.
Si e' trattato di tensione tra due culture: 
--da un lato, la cultura della «santa Russia», con la sua interpretazione della Russia come incarnazione del regno di Dio in terra, in cui la sfera spirituale e quella terrena erano fuse insieme; 
--dall’altro, una nuova cultura votata al pensiero razionale che si andava affermando lentamente, su influsso dell'Europa occidentale.

Questa prima scissione fu di importanza assolutamente decisiva per lo sviluppo successivo del pensiero russo: da questo momento in poi, infatti, la tensione tra il carattere peculiare della Russia e gli orientamenti occidentali si estenderà a tutta la storia spirituale russa.