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domenica 21 febbraio 2016

Umberto Eco. Il ricordo della stampa

Antonio Gnoli (Repubblica) 
Umberto Eco è morto. E il mondo perde uno dei suoi più importanti uomini di cultura contemporanei. Aveva 84 anni, è stato scrittore, filosofo, grande osservatore ed esperto di comunicazione e media. La conferma della scomparsa dell’autore de “Il nome della Rosa”, “Il pendolo di Foucault”, “L’isola del giorno prima” fino all’ultimo, “Numero Zero”, è stata data dalla moglie Renata e dal figlio Stefano a Repubblica ieri sera tardi. La morte è avvenuta alle 22.30 nella sua abitazione milanese. Due o tre cose venivano in mente incontrando Umberto Eco: il whisky, i calembour e il Medioevo. Le prime due appartenevano alla sua natura giocosa e mondana, l’ultima era il frutto di una strepitosa curiosità mentale. Quel mondo remoto, segnato dalla superstizione e dalle nevrosi collettive, lo affascinava. Può stupire la dedizione a quei secoli, ingiustamente definiti bui, in un uomo che non ha mai dubitato della propria natura illuminista. Una spiegazione si ricava dal rapporto che ebbe con Luigi Pareyson, i cui vasti interessi filosofici spaziavano dalla cultura antica a quella contemporanea. Il professore di Torino individuò in Eco (nato ad Alessandria nel 1932) e in Gianni Vattimo gli allievi più brillanti ai quali affidare le ricerche più ambiziose e remote. A Vattimo fu chiesto di occuparsi di Aristotele, mentre Eco venne indirizzato sull’estetica di Tommaso d’Aquino. Erano allievi mentalmente agili, spregiudicati, ambiziosi. Provenivano dal mondo cattolico. Arrivavano dalla provincia. Ma si intuì che avrebbero fatto molta strada. Il rapporto con Pareyson fu per Eco fondamentale. Con la libera docenza le loro strade si divisero. Fu solo negli ultimi mesi di vita (Pareyson si spense nel 1991) che avvenne il riavvicinamento: «Compresi che, per quanto forti fossero le divergenze culturali, era pur sempre stato il mio maestro. Se ci fai caso, mi disse, tutti i miei romanzi sono come un Bildungsroman: c’è un giovane che apprende da un legame formativo con un anziano. È la ragione per cui ho fatto il professore e resto in contatto affettuosissimo con tutti i miei studenti». A quelle parole, pronunciate con una certa nostalgia, mi venne in mente il rapporto tra Guglielmo e Adso ne Il nome della rosa (1980), il romanzo che gli cambiò la vita ma non il modo di pensare. Dopotutto, che cosa fu quel folgorante esordio narrativo se non anche un modo di tornare ai temi filosofici che gli erano più congeniali? Nel romanzo si sforzò di pensare come un uomo medievale. Immaginò, lasciandosene ammaliare, che l’uomo medievale fosse preda di oscure nevrosi alimentate da un’endemica condizione di angosciosa insicurezza. Per certi versi simile a quella nella quale oggi versiamo. Eco ne immaginò un vertice accattivante nella figura di Guglielmo di Baskerville. C’è da dire che Il nome della rosa ribolle di araldica medievale, di simbologie minacciose, di contese teologiche, di enigmi interpretativi e di immagini mostruose. Da queste ultime Eco si sentiva attratto. Al punto che la riflessione sulla bellezza — di cui si era a lungo occupato secondo i canoni classici dell’antichità — non lasciava fuori il gusto per il deforme e il difforme. Fu, insomma, consapevole che la cultura medievale — affascinata dal prodigioso ma, al tempo stesso, dal difforme e dall’insolito — aveva fornito le basi a un nuovo modo di percepire la realtà e le sue rappresentazioni. Qualcosa di molto simile immaginò per la nostra contemporaneità, afflitta anch’essa dal disordine e dall’irregolare. Eco amava mescolare generi letterari ed epoche storiche, padroneggiando con abilità borgesiana l’universo dei libri e i suoi segreti. Tra le tante cose, fu anche un bibliofilo raffinato e competente. Come pochi seppe giocare con la realtà. Seppe affrontarla nei suoi toni alti e bassi. Nelle sue paradossalità e infingimenti. Pensava che le teorie del falso e del vero non fossero prerogativa del mondo contemporaneo. E non fosse di nostra esclusiva pertinenza culturale la loro indistinzione. Il Medioevo aveva conosciuto la pratica di una verità riconducibile a Dio. Tuttavia, Dio non sempre era presente e in agguato c’erano i demoni pronti a confondere la mente dei logici medievali. Certo, i processi di falsificazione attuati dal mondo contemporaneo — sia nell’universo politico che in quello mass-mediologico che ben conosceva grazie alla sua esperienza in Rai nei primi anni Cinquanta — toccano solo in minima parte i problemi di fede e di credenza che l’ingenuità medievale aveva posto al centro del proprio universo. E chissà con quale sdegno Tommaso o Agostino avrebbero reagito alla messa in discussione del concetto di autenticità. A volte lo scrittore mostrava insofferenza verso chi liquidava i suoi lavori più popolari come il frutto evanescente della postmodernità. Al contrario, la sua mente era quanto di più moderno si potesse immaginare. Enciclopedica, classificatoria, erudita, paradossale. Giocosa. Fu tra i fondatori del Gruppo 63 insieme a Nanni Balestrini, Oreste Del Buono e Angelo Guglielmi, uno dei rari movimenti di neoavanguardia nell’Italia di quegli anni e poi fondatore del Dams, altro esperimento inconcepibile di trasformare in disciplina accademica arti e materie non allineate. Il tutto senza mai perdere l’ironia. Colse nel riso una qualità esclusivamente umana. Capace di allontanare l’uomo dall’idea di morte. Descrisse Rabelais, che congiunse il mondo medievale con il moderno, come il più straordinario interprete dell’ilarità eversiva. In questo richiamo al mondo medievale Eco rintracciava le radici stesse dell’Europa. Non solo nelle acquisizioni cristiane, non solo nelle mire espansioniste che l’Occidente cominciò a darsi con le Crociate e poi attraverso i primi viaggi; ma anche mediante la riscoperta delle conoscenze filosofiche antiche. Il paradigma medievale fu la stella che orientò il suo cammino. Perfino nei rapporti con Joyce, forse lo scrittore contemporaneo che ha amato più di ogni altro, Eco misurò la vicinanza con il Medioevo. La devozione che il grande dublinese ebbe per quei secoli — per Tommaso e la scolastica, come pure per Dante — furono la ragione di un segreto rispecchiamento. Un’idea seminale che lo avrebbe accompagnato per tutto la vita. Tra i grandi meriti di questo intellettuale c’è anche lo straordinario interesse che le sue opere hanno suscitato a livello internazionale. Fu così che l’Italia, quasi d’improvviso, apparve grazie a lui, un paese culturalmente meno asfittico e deprimente. Egli stesso si meravigliò del grande clamore che il suo nome stava producendo. L’ironia lasciò il posto a una sottile preoccupazione. Come se tutto ciò distogliesse dai veri compiti dello studioso di semiotica e di filosofia che nel corso dei decenni ci ha regalato saggi importanti, su tutte le sue variegate materie di studio: da Opera aperta (1962) ad Apocalittici e integrati (1964); da La struttura assente (1968) a Trattato di semiotica generale (1975); fino alle sue raccolte di articoli, come quel Diario minimo (1963) che contiene due dei suoi scritti più noti al grande pubblico, Fenomenologia di Mike Bongiorno ed Elogio di Franti. E poi ci sono le tante Bustine di Minerva disseminate, negli anni, sull’Espresso, amatissime dai lettori. E naturalmente i romanzi successivi a Il nome della rosa, come Il pendolo di Foucault (1988), L’isola del giorno prima (1994), Il cimitero di Praga (2010) e l’ultimo, Numero zero, pubblicato nel gennaio dello scorso anno. Ma questa produzione letteraria recente non ha esaurito la vitalità di Eco. Perché la sua ultima grande avventura è cominciata lo scorso novembre, quando con il direttore editoriale Elisabetta Sgarbi e un folto gruppo di autori italiani e internazionali ha lasciato Bompiani, nel pieno della fusione tra Mondadori e Rcs, per fondare una nuova casa editrice, La Nave di Teseo. Ed è davvero triste che non abbia fatto in tempo a vederla salpare.”"

Dino Messina (Corriere della Sera) 
“”Umberto Eco si è spento ieri sera, alle 22.30 nella sua abitazione milanese. Aveva da poco compiuto 84 anni, essendo nato ad Alessandria il 5 gennaio 1932. Negli ultimi giorni le voci su un suo aggravarsi dello stato di salute si erano inseguite tra allarmi e smentite. Gli amici più cari avevano minimizzato ma il timore che quella forma affettuosa di protezione nascondesse qualcosa di serio era ormai condiviso e conosciuto da tanti. Scrittore, semiologo, filosofo, saggista, docente universitario, operatore culturale, Umberto Eco è stato tante cose, ma è stato soprattutto un grande innovatore. In qualche modo oggi sembra giusto dire che Eco ha contribuito a cambiare la cultura italiana più di qualunque altro intellettuale. E che avere il coraggio, più di cinquant’anni fa, di mettere la propria firma a un saggio su San Tommaso e poi a uno su Mike Bongiorno, era il segno di un cambiamento che non avremmo più potuto e voluto fermare. Nemico dell’improvvisazione, dell’approssimazione, maniaco della precisione, Umberto Eco, scomparso ieri nella sua casa di Milano in Foro Buonaparte, riceveva i suoi intervistatori che arrivavano da mezzo mondo nell’appartamento che guarda il Castello Sforzesco e il Parco Sempione. I suoi modi cordiali, il tratto di una giovialità straordinaria rendevano simpatiche un’erudizione e una cultura sterminate. Nella biblioteca di casa, dove raccoglieva rarità bibliografiche, classici della filosofia e della letteratura, fumetti, saggi di semiologia, riviste, c’erano naturalmente anche tutte le sue opere, tradotte in decine di lingue. Il suo Trattato di semiotica generale (Bompiani, 1975) è considerato un testo classico nelle università di mezzo mondo, a cominciare dagli Stati Uniti, dove Umberto Eco ha a lungo insegnato, dividendo l’impegno accademico con l’Università di Bologna, dov’era stato tra l’altro direttore del Dams e poi del Corso di Laurea in scienze della comunicazione. Nato ad Alessandria il 5 gennaio 1932, Eco si era laureato all’Università di Torino con Luigi Pareyson, il maestro che non aveva mai smesso di citare, con una tesi sull’estetica in San Tommaso d’Aquino, che poi divenne il suo primo libro. Accanto agli studi accademici, già dal 1954, anno della laurea, Umberto Eco unì l’impegno militante nell’industria culturale: quell’anno assieme a Furio Colombo e Gianni Vattimo vinse un concorso in Rai. Quell’esperienza era il primo passo di quel continuo esercizio tra la cultura «alta» e la cultura «bassa» che sarebbe stato uno dei tratti distintivi della biografia culturale di Umberto Eco. L’esperienza in Rai diede al filosofo l’ispirazione per uno degli articoli culturali più significativi del secondo Novecento, Fenomenologia di Mike Bongiorno . Era il 1961, l’inizio di un’analisi con gli strumenti della filosofia e della semiologia della cultura di massa: tra i titoli più famosi, che ebbero un successo internazionale, Diario minimo , tradotto in inglese con il titolo divertente How to Travel with a Salmon e Apocalittici e integrati , un titolo di cultura alta che sarebbe entrato a far parte del linguaggio corrente. Protagonista del «Gruppo 63», con il saggio Opera aperta , Eco dette una spinta allo svecchiamento culturale del Paese. Seguirono una serie di studi che l’avrebbero confermato come il fondatore della semiologia italiana oltre che uno dei più affermati studiosi di comunicazione nel mondo. Con un curriculum di questo tipo, il mondo accademico italiano reagì con un certo stupore, a volte con disappunto misto a invidia, alla pubblicazione nel 1980 di un romanzo giallo, destinato a diventare uno dei bestseller più di successo di tutti i tempi, “Il nome della rosa”, che finora ha venduto nel mondo circa trenta milioni di copie. Una struttura da giallo classico impastata di filosofia e conoscenza storica del Medioevo. Seguirono nel 1988 “Il Pendolo di Foucault”, sui Templari e la sindrome del complotto, “L’isola del giorno prima” (1994), Baudolino (2000, (a misteriosa fiamma della regina LOana”, “Il cimitero di Praga” (2010), in cui affrontò il tema dell’antisemitismo e “Numero zero”, l’ultimo romanzo, uscito a gennaio dell’anno scorso in cui ha messo alla frusta i limiti del giornalismo contemporaneo. Ogni uscita editoriale di Umberto Eco era un avvenimento non solo per il mondo italiano, ma per l’editoria internazionale. Dopo il successo incredibile del “Nome della rosa”, per il successivo romanzo, ci fu un gioco alle anticipazioni giornalistiche che irritarono non poco il professore. Sicché per il terzo romanzo, “L’isola del giorno prima”, nel 1994 venne organizzato un lancio internazionale in una enorme sala del Frankfurter Hof durante l’annuale edizione della Buchmesse. Le tirature iniziali era ormai da capogiro: si partiva da centinaia di miglia di copie. Umberto Eco era uomo di passioni e di fedeltà. Per tuta la vita, come molti grandi autori, era rimasto legato alla casa editrice che l’aveva lanciato, la Bompiani. Quando alla fine dell’anno scorso il glorioso marchio editoriale è stato ceduto assieme a tuta la Rcs libri alla Mondadori, Eco ha deciso di accompagnare Elisabetta Sgarbi nell’avventura di una nuova casa editrice, La Nave di Teseo. Un’impresa in cui ha investito una cospicua somma e in cui è stato chiamato a collaborare anche il figlio Stefano. Umberto Eco trovava il tempo, accanto ai tanti impegni, di collaborare ai grandi giornali italiani. Aveva scritto per “Il Giorno, “La Stampa”, era stato tra le grandi firme della terza pagina del Corriere della sera e da anni scriveva per “la Repubblica”. Era sua una delle rubriche più di successo dei settimanali italiani, “La bustina di Minerva” che concludeva ogni settimana e poi ogni quindici giorni, i numeri del’”Espresso”. ”"

Stefano Bartezzaghi (Repubblica) 
”«E poi Umberto mi ha detto che non ho la libido docendi». Così suona la battuta con cui il protagonista dei Fratelli d’Italia di Alberto Arbasino illustra i propri rapporti, catastrofici, con il mondo dell’università. Quell’Umberto sarà stato sicuramente Eco. Tutto il mondo lo ha conosciuto come scrittore erudito ma avvincente, a partire dal Nome della Rosa, pubblicato nel 1980 (come quasi tutti i suoi libri, da Bompiani). In realtà era già molto noto, e non solo in Italia, come brillante critico e protagonista delle comunicazioni di massa (televisione, giornali, editoria libraria). Aveva animato polemiche culturali, contribuito a svecchiare il dibattito italiano importando testi e idee provenienti da settori disparati (teoria dell’informazione, linguistica, massmediologia, strutturalismo, cognitivismo, avanguardie letterarie e artistiche); aveva colorato le plumbee pagine della pensosità nazionale con i giochi del suo funambolismo satirico e parodico, dai pastiche all’enigmistica; aveva stabilito una rete intercontinentale di conoscenze e rapporti intellettuali, estesa dal Canada, al Brasile all’attuale Estonia e contribuito a fondare una disciplina tanto rigorosa quanto eclettica: la semiotica. Tutti sapevano che, tra le altre cose, Eco era anche un professore, titolo che in Italia può apparire quasi formale, come venir chiamato «gentiluomo» («dottore» invece equivale a «buon uomo»). Per Eco era diverso. Solo chi è stato suo studente probabilmente ha percepito quanto contasse la libido docendi, che possedeva — lui sì — in massimo grado. La verità è che Umberto Eco è stato professore prima e molto più di ogni altra cosa. Nella sua bibliografia, fatta di titoli passati in proverbio, il più umile e il più autobiografico (ma anche uno dei più preziosi) è certamente il Come si fa una tesi di laurea, del 1975. Io l’ho incontrato per la prima volta nel novembre del 1981, all’Università di Bologna. Voci di corridoio insinuavano che si facesse regolarmente sostituire dai suoi assistenti, distratto dal lancio internazionale del Nome della Rosa (che, a un anno dell’uscita, stava passando dallo status di inatteso bestseller alla dimensione allora inedita di megaseller planetario). Ma non era vero niente. All’università Eco si sentiva come a casa propria. Dentro a quelle mura era un docente e non una star (in quegli anni non ho mai visto nessuno chiedergli di autografare il romanzo): bastava bussare alla sua porta per essere ricevuti e gli studenti venivano trattati come colleghi juniores. Eccolo infatti irrompere nell’aula affollata, dove per anni l’avrei visto fare lezione ogni giovedì, venerdì e sabato, fino a maggio, a volte anche con la febbre. L’anima sabauda non gli consentiva di deflettere. E poi gli piaceva proprio. Quel primo giorno tracciò una linea orizzontale per tutta la larga lavagna, la divise in segmenti regolari, ognuno un secolo, dal V al XV d.C. Per le restanti due ore avrebbe riempito tre fasce parallele alla linea cronologica, dedicate rispettivamente ai fatti storici, a quelli culturali e alle innovazioni tecnologiche. Il Medioevo era di fronte a noi. Molti citano un proverbio appunto medievale: «Non oportet studere sed studuisse», conta aver studiato, non studiare. Tutte le energie didattiche di Eco sembravano volte in direzione opposta e ancora decenni dopo avrei sentito persone insospettabili dire, dopo una sua conferenza: «Mi ha messo voglia di studiare». Anche a una platea di matricole del Dams, maturate in licei e istituti di chissà quale livello, il suo messaggio arrivava nitido e chiaro: non importa quanto hai studiato sino ad ora, conta che cominci a farlo subito. Dell’Autunno del Medioevo di Johan Huizinga diceva a lezione: «Questo è un libro affascinante, da tenere sul comodino». Chi se lo procurava scopriva che era proprio così: fra docente e studente il patto di fiducia o, meglio, il transfert era attivato; il resto sarebbe venuto da sé. In un capannello, prima di far lezione, un giorno si toccò un braccio, fingendo preoccupazione: «Mi fa male qui, sarà l’infarto?». Non lo era, decenni di attività lo aspettavano ancora. Ma da quella volta si è poi notato che della propria morte tendeva a parlare con una certa regolarità. Non solo i suoi personaggi romanzeschi più autobiografici raramente sopravvivono alla fine del libro. Anche le Sei passeggiate nei boschi narrativi (le sue «Lezioni americane»), finiscono con Eco che pensa alla propria morte mentre in un planetario ammira il cielo stellato del 5 gennaio 1932, la notte della sua nascita. Doveva essere un suo pensiero-brivido: l’appuntamento ineludibile con ciò che non significa nulla, che non può essere interpretato, e soprattutto che non si impara né insegna. Che deplorevole inconveniente, l’Inspiegabile, per il caro Professore che non dimenticheremo…”"


Furio Colombo (Fatto Quotidiano)  
”"La cosa più disorientante è che non riesco a liberarmi da questa impressione: sto andando a Milano per parlare con Eco della morte di Eco, e rivedere insieme quella marea di cose fatte che richiedono una grande mente per essere narrate con ordine e restituire a ciascuna il senso che ha avuto. E quando ti rendi conto che non funziona così, comincia a insediarsi il lutto, che a colpi, a scatti, a sorprese (un po’ i ricordi, un po’ i fatti) si rivela una esperienza assurda. Non c’è rifugio ma fai barricata coi ricordi. I giorni di Eco sono talmente tanti che non corrispondono a un calendario e non sono la somma del tempo vissuto. Sono strisce di cose pensose, festose, inattese, tra cultura e invenzione, tra erudizione profonda e battuta azzeccata, tra diario e anticipazione (potrei anche dire “profezia”, ma temo il suo piemontese rancore verso la retorica e la celebrazione) che non puoi fare un tuo personale bilancio, per quanto ti proclami “amico di una vita”. E’ vero, sarebbe un modo di fronteggiare il peso eccessivo di ciò che è appena accaduto e che è un controsenso, con quel tipo vita che, come certi film, non si presta al riassunto. Potresti dire che lo conosci da tanto, ma quel tanto poi lo devi moltiplicare per tanti modi di essere, agire, capire, lavorare, pubblicare, esistere e lasciare impronte in parti del sapere e in parti del mondo e dentro culture diverse che allargano enormemente lo spazio, finché persino tu, che credi di esserci sempre stato, sei un punto fra altri che hanno partecipato o testimoniato di una vita che ha stupito molto, ha creato ammirazione e sorpresa mentre scorreva e dava l’impressione di durare sempre. Mi ricordo due scene sul treno della Cina, destinazione Pechino, sulla via della seta, tanti anni fa (come dirò ai suoi nipoti). In una siamo seduti per terra in un treno affollato, circondati di bambini perché stavamo cantando canzoni alpine italiane, e i bambini cinesi, abbastanza intonati, si accodavano, al punto che Eco (che sapeva di musica e suonava parecchi strumenti) ha cominciato a insegnare, far ripetere, dirigere, e dopo un po’ tutto il vagone seguiva. In un’altra scena, alcuni di noi erano il pubblico di una disputa linguistica fra Eco e i giovani professori cinesi che ci guidavano. E il tema della discussione, in inglese, era: quella specie di altarino che nell’ideogramma cinese si disegna sotto le parole riferite al potere sono un gradino? Sono un altare? Sono un atto dovuto? “La Nave di Teseo è stata l’ultima avventura vissuta insieme. Come ai tempi della Rai (ricordate? il concorso) come ai tempi del Gruppo 63 a Palermo, come ai tempi del Dams a Bologna, come ai tempi del viaggio in Cina, come ai tempi della Academie des Cultures presieduta da Elie Wiesel dove si discuteva e lavorava ogni anno, a Parigi, con Jacques LeGoff, Toni Morrison, Wole Soynka, Luciano Berio, Umberto e io avevamo l’impegno di preparare per l’Academie, un programma scolastico online di educazione alla pace, per le scuole elementari, come ai tempi dell’Istituto di Cultura di New York, che allora io dirigevo, dove dialogavano con lui, di volta in volta, (“le conversazioni in pubblico”) Susan Sontag o Vanessa Redgrave, come alla Columbia University, dove un 25 Aprile è stato celebrato da Umberto insieme a Giorgio Strehler. Davanti a una folla di professori e studenti. Ma “La Nave di Teseo” è stata forse l’evento più sorprendente e più giovane per uno scrittore che aveva già inondato il mondo con milioni di copie in tutte le lingue, ma non ha permesso di cambiare l’editore storico italiano per ragioni commerciali che non lo riguardavano. “Io non sono in vendita”, ha detto al suo editore Bompiani (parte del gruppo in vendita Rcs). E tutta la Bompiani, a cominciare dal suo capo, Elisabetta Sgarbi, e molti autori anche grandi e consapevoli del rischio, lo hanno seguito senza pensarci. Al nipote teenager Emanuele, che spesso è stato compagno di conversazione del celebre nonno (che però era nonno assoluto, fino al punto da andarlo a prendere a scuola quando il primo dei suoi nipoti era bambino) che gli aveva chiesto: “Perché lo fate?” aveva risposto, da piemontese un po’ risorgimentale e privo di retorica: “Perché si deve”. E adesso abbiamo la ragione per continuare, impedendoci però di dire che lo facciamo “in suo nome”, per evitare i fulmini del suo disappunto piemontese per le celebrazioni. I flash di memoria, che giungono, come è inevitabile, in disordine e non obbediscono alla sequenza del prima e del dopo, sono utili con Eco, a causa di un tratto unico della sua vita. Non è di quelli che maturano (come in tante biografie americane) e fanno mille mestieri e un po’ di frequentazioni sbagliate prima di diventare il genio. Umberto è saltato in scena allegro come si è allegri a vent’anni, niente affatto spaesato in un villaggio come la Rai, che non sapeva di essere già globale ma lo era, e si è accorto subito di abitanti molto strani e molto diversi, come Mike Bongiorno e Luciano Berio. Negli stessi anni che si potrebbero chiamare avanguardia dell’avanguardia, Eco ha scritto La fenomenologia di Mike Bongiorno e ha lavorato con Luciano Berio a quel Omaggio a Joyce che è diventato il primo testo musicale della grande e bella produzione musicale di Berio, su lavoro letterario di Eco (quasi nessuno conosceva Joyce) e con la partecipazione, di cui mi vanto ancora, della mia voce. Intanto John Cage, padre dell’avanguardia di tutti i luoghi, i generi e i tempi, veniva a mangiare con noi a casa di Berio (la moglie era allora Cathy Barberian, dalla voce indimenticabile) in attesa di presentarsi a Lascia e Raddoppia come concorrente (alla fine vincente) nello show di Mike Bongiorno. L’enciclopedismo che Umberto prescrive ai più giovani come fondamento del nuovo c’era già in pieno, nell’Eco giovane che non ha mai smesso di scrivere, di ridere, di insegnare e di trasformare la cultura alta in romanzo. C’era già l’idea della scuola che tutti vanno cercando, ripetendo a volte la sciocchezza dello studio simile il più possibile al lavoro, invece che formidabile esercizio di intelligenza. Ma è urgente, e questo è il punto duro e insopportabile del lutto, parlarne con lui. “”