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venerdì 19 febbraio 2016

Hanno detto ... ...

I veri nemici dell'idea di Europa
MICHELE SERRA  (Repubblica 16.2.16)
“”Alle giuste osservazioni di Roberto Saviano sulla natura strutturalmente “antieuropea” che avrebbero la fine di Schengen e la rinascita delle frontiere interne, vorrei aggiungere una inevitabile domanda: in quale misura, e fino a quando, la politica xenofoba (e dunque antieuropea) dei governi di Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia può conciliarsi con l’appartenenza all’Unione di quei paesi? Quale club accetterebbe tra i suoi membri chi ne respinge le regole etiche? Se il solo criterio adottato è il pagamento della retta di iscrizione (vedi i rigorosi parametri di bilancio richiesti da inflessibili revisori dei conti), quale prestigio politico, culturale, morale rimane da difendere e da esercitare, dentro quel club? Che politica è una politica che destina tutti i suoi sussulti e tutte le sue energie solamente all’economia? E come ci si può lamentare, poi, dell’ingigantirsi della cosiddetta “antipolitica” (parola spesso usata per definire all’ingrosso quello che non si capisce) se la politica diventa un territorio così ristretto, così gretto?
Si capisce che l’ondata migratoria, né contingente né di basso impatto, sia difficile da gestire. È un problema storico. Ma non era nata per questo – per dare respiro storico e stabilità istituzionale alla cessazione di secoli di guerre fratricide tra europei – l’unità d’Europa? Quando il premier slovacco, violando in una sola frase intere biblioteche del diritto, dice di “tenere sotto controllo ogni singolo musulmano vivente nel nostro territorio”, quanto perde ogni singolo europeo vivente in Europa, in termini di identità e di dignità democratica?”"

AGNES HELLER  (Repubblica 17.2.16)” filosofa ungherese che è stata il massimo esponente della Scuola di Budapest e rimane la leader storica dell’intellighenzia critica del centro-est europeo. 
 “Varsavia, Budapest, Bratislava e Praga non sono unite dai valori ma dall’avere un nemico comune. È la sfida degli egoismi nazionalisti contro la solidarietà dei veri europei. Gli elettori sono frustrati e depressi e credono alla propaganda dell’Europa delle patrie. 
«I quattro paesi di Visegrad sono il nuovo Asse. Il nemico è Angela Merkel, simbolo forte dell’Europa liberale. 
Questi no all’Europa raccolgono ampi consensi in patria: che cosa sta succedendo nel centro-est dell’Europa? «Ungheria, Repubblica Ceca, Polonia e Slovacchia ricordano il vecchio Asse. Non sono uniti da valori ma dall’identificare un nemico comune: il cuore della Ue, soprattutto la Germania, contro cui sono in guerra per imporre le loro ideologie illiberali e prendere la guida dell’Europa insieme a forze a loro affini. È una sfida lanciata a liberal, progressisti, conservatori, a tutti i veri europei».
Il no ai migranti non è l’obiettivo principale?
«È piuttosto strumento della loro guerra: criminalizzano migranti e profughi per criminalizzare Angela Merkel che, dicono, accogliendoli sul suolo europeo distrugge la loro idea d’Europa. È guerra tra diverse parti dell’ex impero sovietico e le democrazie dell’Europa occidentale e meridionale. Vincerà chi avrà il controllo della Ue».
Merkel primo bersaglio, dunque: perché?
«Perché è e rimane il personaggio più forte, centrale, dell’Unione europea. Nella partita in corso, lei è come il Re negli scacchi. Devono riuscire a darle scacco per trasformare la Ue in una “Europa delle patrie” rette da sistemi illiberali nazionali, di cui Orbàn e i suoi migliori alleati, i governanti polacchi, parlano. Scacco al re, anzi regina in questo caso, nel nome di nazionalismo e onnipotenza degli Stati nazionali, il vero male del Ventesimo secolo, a mio modo di vedere».
Ma sono comunque popolarissimi in patria: perché?
«Perché gli elettori da noi sono frustrati e depressi, sebbene non manchi chi scende in piazza per protestare contro questi governi antiliberali. È sempre facile in Europa orientale, dove esistono persino opposizioni a destra di Orbán o del PiS polacco, giocare la carta del nazionalismo, dire che occorre resistere ai diktat in arrivo da fuori. Il potere è così forte da creare oligarchi che poi lo sostengono».
I cittadini condividono dunque il no alla solidarietà europea dei loro politici?
«Purtroppo, giocando la carta della resistenza nazionalista contro presunti ricatti di Bruxelles o Berlino, hanno distrutto il principio stesso della solidarietà, legame e valore fondamentali dell’Europa. Vogliono tutto dalla Ue, ma non danno nulla in cambio. La gente dimentica gli ingenti aiuti e investimenti europei. E l’egoismo degli Stati nazionali, definiti da Nietzsche “bruti che si servono da sé”, distrugge i valori costitutivi europei. Ma in patria slogan e propaganda convincono.
Quanto è pericoloso tutto questo?
«Molto, perché le democrazie occidentali si stanno mostrando deboli a fronte di questi semi-dittatori. Germania, Francia, Italia, in quanto Stati liberali, non sono portati ad assumere linee dure o sanzioni. Se resteranno deboli, l’Asse e i suoi potenziali seguaci potranno davvero mettere a rischio la Ue e i suoi principi» 
L’Europa democratica dovrebbe reagire più duramente?
«Non so come dovrebbe reagire, ma so che deve mostrarsi forte. Difendere i suoi valori. E capire la serietà della sfida illiberale di cui Orbán è l’ideatore: lui invita tutti a non sentirsi più innanzitutto europei. Nel futuro non temo certo guerre europee, ma sostengo che il virus illiberale e demagogico potrà diffondersi e minare le fondamenta democratiche dell’Europa, contando sulla capacità di condizionare l’elettorato con un messaggio forte e populista».