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sabato 2 gennaio 2016

La cultura. Come leggere il potere, l'autorità, la verità e l'esperienza religiosa (11)

Dopo avere avviato il discorso generale sul significato di cultura nel XXI secolo abbiamo aperto una parentesi sulla connessione che di certo esiste fra Cultura ed identità.
Terremo ancora aperta questa parentesi per qualche tempo, in attesa di poter riprendere la via maestra che dovrà portarci ad attribuire significati netti ai concetti di "cultura", "Potere", "Autorità", "verità", "esperienza religiosa".

IDENTITA' E CULTURA
Ci ha colpito una frase estrapolata da un discorso pubblico del Patriarca Kirill, che qui riportiamo:
"Sono convinto che nessun modello di civiltà possa pretendere all'universalità. Oggi esistono numerosi modelli di civiltà, e nessuno ha il diritto di affermare che il suo modello sia quello più giusto e universale. Proprio per questo è indispensabile il dialogo tra le religioni e tra le culture, anche sulla questione della libertà e dei diritti dell'uomo". 

Il pensiero di Kirill ci convince molto di più delle visioni culturali-religiose possedute da taluni prelati romani della cosiddetta Congregazione Chiese Orientale, tutti intenti ad apparire in direzione della romanità più realisti del re (rif. lettera del settembre scorso a firma  Cyril Vasiľ e Lorenzo Lorusso).

Perchè ci convince ?

A) Il presupposto da cui chiunque deve partire per ritenere declinabile ed imprescindibile il nesso "cultura-identità" è la comune umanità degli abitanti della terra.

B) L'impegno culturale ha significato solo ed esclusivamente:
1) se mira alla salvaguardia dello spirito, della storia e delle tradizioni ereditate dal passato;
2) se sa costruire su di esse la speranza del futuro.

I prelati della sopracitata Congregazione nel loro forbito linguaggio latinesco alla don Abbondio inseguono invece il progetto di latinizzare il pianeta; vorrebbero farlo col sorriso sulle labbra senza offrire nulla all' "altro". 
Stiamo parlando in termini di cultura e/o religione, non di Fede.


La Cultura
La cultura, intesa nel suo significato più complessivo, potrebbe fare molto, moltissimo, in ordine al superamento delle incomprensioni e degli steccati presenti nel mondo e anche all'interno di ogni realtà nazionale e di ogni società. 
Essa consente di comprendere più in profondità, aiuta a comprendere e soprattutto impedisce che ogni nostra scelta, individuale e/o collettiva, si risolva in un pragmatismo senz'anima

Il Patriarca Kirill appare un gigante della civiltà e della cultura del XXI secolo rispetto ai burocrati della Congregazione.

Ai detentori del Potere sfugge che l'uso del Potere che si riveli all'evidenza collettiva privo di motivazioni ideali non si sostanzia in altro che in una corsa del fare e dello scrivere lettere prive di prospettiva ponderata e di orizzonti allargati.  

La Cultura ai nostri giorni
La Cultura come noi la vediamo
Hannerz, prestigioso antropologo svedese,  afferma che oggi esiste una cultura mondiale, ma che questa sia lontana dall’essere “una replica uniforme dei modelli unici”; appare, invece, come “un’organizzazione della diversità, un’interconnessione crescente di culture locali differenti”. 
Per Bauman, antropologo e filosofo polacco, “i processi di globalizzazione non presentano quella unicità di effetti generalmente loro attribuita”, e Friedman (matematico russo) specifica che “i processi globali che stanno trasformando la vita dei popoli in ogni parte del mondo non sono semplicemente una questione di diffusione della Coca-cola, sitcom e internet”, ma vanno visti in maniera molto più articolata e complessa, dal momento che sono frutto “di movimenti culturali” che producono ideologie transnazionali.


Sintetizzando:
Come cambia la cultura nell’era della globalizzazione? 
La discussione condotta finora cementa o il cliché di una fusione culturale mondiale o lo scenario di una frammentazione di società intatte. 
Molti sociologi vedono la frammentazione e l’omogeneizzazione come due poli di una evoluzione che si condizionano reciprocamente. 
Il termine Jihad, usato non solo per designare la guerra santa islamica ma ogni particolarismo locale, va letto come reazione al livellamento mondiale dovuto a un mercato dominato dall’Occidente (o se si vuole dalla Congregazione delle Chiese Orientali vaticana). 

Nel processo di fusione delle culture sorgerebbe infatti una «monocultura americana» su scala planetaria, la quale mescolerebbe la varietà delle culture nazionali cresciute in un «omogeneo parco tematico globale» alla Disneyland. Analgamente come in Vaticano pensano (per fortuna solo quelli della Congregazione Orientale) ad un parco tutto latinizzato.



E ancora:
Per molti «globalizzazione» significa omogeneizzazione. I contatti crescenti tra società che in passato vivevano non avendo conoscenza le une delle altre e le loro reciproche dipendenze sembrano distruggere intere culture, o quanto meno appiattire la loro diversità. 
A questa rappresentazione contribuisce il fatto che sempre più numerosi sono coloro che consumano le stesse cose e sono condizionati durevolmente dal consumo di massa. 
In un mondo in cui dappertutto in tv si vede Dallas, si lavora con Microsoft e si gioca con bambole Barbie, le persone sembrano diventare sempre più simili.

In realtà, sostengono gli antropologi, la situazione reale è decisamente diversa. 

La globalizzazione non diviene strumento di omologazione, per lo meno a livello culturale, di appiattimento totale in un’ottica di americanizzazione e/o occidentalizzazione temuto da più parti. 
“La globalizzazione non si manifesta attraverso l’indebolimento delle diverse culture né tanto meno attraverso il conflitto tra segmenti culturali sparsi che sarebbero rimasti intatti nel corso della storia”. 

“Inventeremo nuove forme culturali più velocemente di quanto non ci omogeneizzeremo” (De Biase). 

Al contrario, quindi, le resistenze a questa ‘metodologia dell’uniformità’ appaiono più vive che mai.
Qualcun dovrebbe spiegarlo in Vaticano, a quelli della Congregazione Orientale.