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sabato 23 gennaio 2016

Hanno detto ... ...

Oggi dai Municipi ai Parlamenti Nazionali ci finiscono i più incompetenti, i più furbi, i più disonesti.
E' vero ?

Corrado Augias (Repubblica 22.1.16) risponde ai lettori
“”Caro Augias, leggo molte analisi sulla crisi delle democrazie. Quasi tutte mi lasciano insoddisfatto. A me, nato a Bologna sotto i bombardamenti, testimone diretto dell’involuzione, pare chiaro che, cessato l’influsso positivo della Resistenza, le classi dirigenti siano decadute. Sono emersi i mediatori incapaci di decidere, quando non i furbastri o i disonesti. 
Le persone di specchiate onestà e dignità sono state emarginate o utilizzate come specchietti per le allodole — sia in Italia che all’estero. Sarà l’età, ma sto diventando pessimista. Mi sembra di capire che non vi sia soluzione a questa incapacità dei sistemi democratici rappresentativi fondati sui partiti di selezionare il meglio dalla società per affidargli il governo del Paese, anzi, direi che si stia selezionando il peggio. 
Nel pragmatico mondo anglosassone, si ipotizza che se il Parlamento fosse eletto sorteggiandone i membri fra gli elettori disponibili, magari con qualche correttivo demografico o di genere, il risultato sarebbe migliore e la percentuale di onesti e volonterosi più alta. (Paolo Serra)
Risponde  Augias:  ”Essendo il tema molto impegnativo, do al signor Serra due risposte basate su opinioni di specialisti di alto livello. 
La prima la ricavo dal saggio Democrazia di Massimo L. Salvadori (Donzelli ed.); la seconda è una sorpresa. 
Lo storico Salvadori spiega con linguaggio di esemplare chiarezza perché il termine “democrazia rappresentativa” sia in parte illusorio. I parlamenti sono istituti nei quali alcuni delegati dovrebbero rappresentare l’intero popolo. 
Chi sceglie però i delegati? In pratica, si legge nel libro, sono le élites a farlo. Non è nemmeno questione della legge elettorale che certo può aggravare il fenomeno. È sempre così nella sostanza. L’idea dei grillini di affidare la scelta alla democrazia diretta della Rete (“Uno vale uno”) s’è visto che fine ha fatto: 
-manovre della diarchia imperante, 
-espulsione dei prescelti “inadatti”, 
-risultati comunque non verificabili. 
Se ci spostiamo al livello più alto, l’elezione presidenziale negli Stati Uniti, le cose non cambiano. Perfino l’uomo più potente del mondo, scelto da una percentuale pari a circa il 25 per cento degli elettori, è in realtà mandato alla Casa Bianca dalle potenti consorterie (oggi si dice lobbies) che puntano su di lui e dall’invasivo sfruttamento mediatico delle masse popolari. Ecco perché Salvadori, con ragionato pessimismo, ha dato come sottotitolo al suo saggio “Storia di un’idea tra mito e realtà”. 
La sorpresa è venuta leggendo (Domenicale del Sole24ore) la recensione di un libro dedicato a David Bowie. L’autore, Simon Critchley, si definisce pop-philosopher (New School for Social Research — New York). Pensando alla personalità geniale, poliedrica e sfuggente della grande popstar, ha scritto: «Non c’è una realtà solida a partire dalla quale possiamo dare senso al mondo. Più la cerchiamo, più lottiamo, più vicino arriviamo al nulla». 
Molto più modestamente penso anch’io che stiamo attraversando un’epoca di cambiamenti così radicali da comportare trasformazioni di cui nessuno può prevedere l’esito — tanto meno noi “nati sotto i bombardamenti”.”"