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martedì 22 dicembre 2015

Uomini, fatti, eventi. Come li ricordiamo oggi

                                      22 Dicembre
 Nella fortezza di Pietro e Paolo a San Pietroburgo l 22 dicembre 1849, dove era rinchiuso per partecipazione a società segreta con scopi sovversivi, viene comunicata la revoca della pena capitale a Fëdor Michajlovič Dostoevskij.
Già decisa nei giorni precedenti all’esecuzione, viene comunicata allo scrittore solo sul patibolo. 
L’avvenimento lo segnerà molto, come ci testimoniano le riflessioni sulla pena di morte in “Delitto e castigo” e ne “L’idiota“.
 Dove mai ho letto che un condannato a morte, un’ora prima di morire, diceva o pensava che, se gli fosse toccato vivere in qualche luogo altissimo, su uno scoglio, e su uno spiazzo così stretto da poterci posare soltanto i due piedi, – avendo intorno a sé dei precipizi, l’oceano, la tenebra eterna, un’eterna solitudine e una eterna tempesta, e rimanersene così, in un metro quadrato di spazio, tutta la vita, un migliaio d’anni, l’eternità, – anche allora avrebbe preferito vivere che morir subito? Pur di vivere, vivere, vivere! Vivere in qualunque modo, ma vivere!… Quale verità! Dio, che verità! È un vigliacco l’uomo!… Ed è un vigliacco chi per questo lo chiama vigliacco. “ (da L’Idiota).

Il metodo di sospendere la pena capitale sul patibolo, utilizzato frequentemente a quei tempi, era una forma di sadismo che creava nel condannato un forte stress psichico. Il trauma della mancata fucilazione probabilmente sarà la causa delle crisi di epilessia che segneranno l’esistenza dello scrittore.
Dostoevskij era stato arrestato Il 23 aprile per partecipazione a società segreta, con scopi sovversivi e imprigionato nella fortezza di Pietro e Paolo. Nel novembre dello stesso anno, insieme ad altri venti imputati era stato condannato a morte, ma lo zar Nicola I, commuta la condanna a morte in lavori forzati a tempo indeterminato. L’avvenimento lo segnerà molto, come ci testimoniano le riflessioni sulla pena di morte, alla quale Dostoevskij si dichiarerà fermamente contrario, in “Delitto e castigo” e in “Memorie da una casa dei morti”.

Graziato della vita, viene deportato in Siberia giungendo nel gennaio del 1850 a Tobol’sk per poi essere rinchiuso nella fortezza di Omsk. Dalla drammatica esperienza della reclusione matura una delle opere più crude e sconvolgenti di Dostoevskij, “Memorie dalla casa dei morti“, in cui varie umanità degradate vengono descritte come personificazioni delle più turpi abiezioni morali, pur senza che manchi nell’autore una vena di speranza. Anche i due capitoli dell’epilogo di “Delitto e castigo” si svolgono in una fortezza sul fiume Irtiš, identificabile con Omsk.
Dopo quattro anni, Dostoevskij è liberato dalla galera, per buona condotta, scontando il resto della stessa servendo nell’esercito come soldato semplice nel 7º battaglione siberiano di stanza nella città di Semipalatinsk, vicino al confine cinese. In questo periodo gli sono di grande supporto morale i libri inviatigli clandestinamente dal fratello Michail, tra cui i romanzi di Dumas e la “Critica della ragion pura” di Kant.
Il libro nel quale l’esperienza del carcere e della condanna a morte torna con intensità filosofica è “L’idiota” che vuole rappresentare “un uomo positivamente buono”, un Cristo del XIX secolo. In una lettera del 1867 indirizzata allo scrittore Maikov, Dostoevskij descrisse il nucleo poetico del romanzo a cui stava lavorando: « Da tempo mi tormentava un’idea, ma avevo paura di farne un romanzo, perché è un’idea troppo difficile e non ci sono preparato, anche se è estremamente seducente e la amo. Quest’idea è raffigurare un uomo assolutamente buono. Niente, secondo me, può essere più difficile di questo, al giorno d’oggi soprattutto. » É importante sottolineare come l’aggettivo buono usato nella lettera fosse nell’originale russo prekrasnyi, che indica lo splendore della bellezza. Nel corso del romanzo è più volte citato e discusso dai personaggi, il quadro di Hans Holbein il Giovane, Cristo nella tomba. Dostoevskij aveva visto il dipinto nel 1867 a Basilea e ne era rimasto fortemente impressionato.
Nelle opere di Dostoevskij, come nella sua esistenza, la brama di vivere si scontra con una realtà di sofferenza e si coniuga con una incessante ricerca della verità; egli scrisse: «..Nonostante tutte le perdite e le privazioni che ho subito, io amo ardentemente la vita, amo la vita per la vita e, davvero, è come se tuttora io mi accingessi in ogni istante a dar inizio alla mia vita [...] e non riesco tuttora assolutamente a discernere se io mi stia avvicinando a terminare la mia vita o se sia appena sul punto di cominciarla: ecco il tratto fondamentale del mio carattere; ed anche, forse, della realtà »