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mercoledì 23 dicembre 2015

LA POSIZIONE GIURIDICO-SOCIALE DELLE COLONIE ALBANESI IN SICILIA NEI SECOLI

di Zef Chiaramonte

“Ogni diritto e imperio nostro sia, pertanto, sempre comune con te e i tuoi, niente sia da te diviso, niente seperato. Sia la potestà del regnare fra noi entrambi eguale, con pari bilancia e proporzione.”
                                                                    Ferrante I d’Aragona re di Napoli a Giorgio Castriota

(cfr. Marinus Baletius, De Vita moribua ac rebus...gestis G.Castrioti..., Strasburgo, Milio, 1537, p.CCLXXXV. Seconda edizione della medesima opera , già data alle stampe nel 1508-10)

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    Un pomeriggio del giugno 1819 la popolazione di Piana degli Albanesi correva per le strade del paese in preda al panico per l’insolito suono delle campane della chiesa di S.Vito, l’unica chiesa latina  in Piana.
    Impaurita, la gente si chiedeva cosa fosse successo.  Gli uomini più svelti trovarono il parroco ai piedi del campanile a tirare su e giù a tutta forza la corda della campana grande.

-  Che succede, Signore (Padre)?
-  E’ finita, è finita! Da oggi in poi non abbiamo più né greci né latini.
-  Ma cosa dici, reverenza tua, greci e latini ci sono sempre stati dai tempi di
   Costantino in qua. E poi ... che c’entra questo scampanio: le donne e i bambini
   sono atterriti come se fossero entrati i turchi!
-  Ve lo ripeto ancora una volta: da oggi in poi non ci sono più né arbëreshë e né
   litinjë!

   Il prete, di contro alla costernazione degli accorsi, sprizzava gioia da ogni poro!
   Qual’era il motivo riposto di tanto strombazzo  nell’annunciare che ex nunc non ci sarebbero stati più né arbëreshë né litinjë?
  Anche se il parroco di questa chiesa poteva  non essere arbëresh  ( quindi un latino o litì ), egli parlava arbërisht, così  come arbërisht parlavano i suoi fedeli.
Perché i litinjë che immigravano e si stabilivano nei paesi arbëreshë , finivano per parlare arbërisht, come generalmente succede anche oggi.
   Infatti, per quanto riguarda l’ordinario uso della lingua di comunicazione, nelle Colonie albanesi è stato sempre usato l’arbërisht. Cambiava soltanto la lingua della Messa che, per gli arbëreshë era il greco e per i litinjë il latino.
   Quest’ultimo aspetto segnala senz’altro una differenza degli abitanti all’interno della stessa comunità: da una parte gli arbëreshë fondatori, che godevano dei diritti sanzionati dai contratti stipulati con Capitoli sin dall’inizio del loro arrivo in Sicilia e rinnovati molte volte (generalmente a ogni cambio di feudatario o di dinastia regnante) e, dall’altra, i litinjë che sono stati sempre considerati sopaggiunti.
   Poiché i litinjë giungevano tra gli arbëreshë a fondazione avvenuta, non ebbero diritto di esercitare le funzioni di rappresentanza della comunità, in quanto tali funzioni erano riservate e garantite agli arbëreshë sin dal loro primo impianto in Sicilia.
   Ma come veniva certificata l’appartenenza all’una o all’altra componente, dal momento che tutti parlavano arbërisht?
   Di fatto l’unica differenza esternamente percepibile era rappresentata dalla tradizione liturgica seguita.
   Gli arbëreshë, stretti alla chiesa di Roma da legami storici che passano dalla crisi iconoclasta (sec.VIII) al Concilio di Firenze (sec.XV), si sono sempre riconosciuti nella Chiesa Orientale, celebrando la liturgia “arbërisht”. 
   Quando parliamo di liturgia “arbërisht” non ci riferiamo alla lingua degli albanesi, ma all’uso liturgico proprio degli albanesi, cioè alla loro liturgia bizantina in lingua greca, di contro alla liturgia dei litinjë di rito romano in lingua latina.
   L’avverbio “arbërisht”, infatti, non si usa solo per indicare la lingua: flas arbërisht, ma anche per il costume tradizionale: vishem arbërisht e per la Messa bizantina: thom Meshën arbërisht.
   Dal momento, però, che anche i sopraggiunti che venivano a stabilirsi nel contesto arbëresh, oltre alla lingua prendevano molte altre costumanze arbëreshe, l’unico modo per distinguerli era il Certificato di Battesimo.  Questo, oltre a certificare il rito col quale il Battesimo era stato amministrato, comportava altre implicazioni di carattere socio-giuridico.
   Proprio qui risiedeva il motivo di tanta esaltazione da parte del parroco latino di Piana degli Albanesi: dopo quattro secoli, con l’abolizione del sistama feudale e l’impianto dei Comuni, gli era giunta notizia che i diritti civili dei latini si livellavano con quelli degli arbëreshë!
   Perciò il parroco latino si felicitava segretamente del fatto che una volta per tutte poteva affrancarsi dall’arciprete arbëresh, mentre i suoi fedeli conquistavano in un sol colpo il diritto all’elettorato attivo e passivo nelle elezioni del Comune, appena sorto dalle ceneri dello Stato arcivescovile di Monreale.
   Il Regno delle Due Sicilie, di fatto creato nel 1734 con l’accorpamento del Regno di Napoli e del Regno di Sicilia attraverso l’unione dinastica in capo ai Borbone,  nel 1817 aveva emanato la Legge Organica sulla formazione dei Comuni, seguita alla  rinuncia dei signori feudali ad amministrare le comunità rurali, avvenuta nel 1812.
   Questa Legge, già in vigore nel Regno di Napoli, dall’1 gennaio 1818 venne estesa  anche nei possedimenti ultra pharum, cioè in Sicilia. La sua applicazione, però, venne a scontrarsi con le diverse  tradizioni locali preesistenti, tanto radicate nelle popolazioni dell’Isola e sopattutto nelle comunità arbëreshe.
   Questa legge abbatteva in maniera definitiva la piramide feudale costruita dai Normanni sin dal XII secolo, allorquando, dopo un’aspra e lunga lotta contro l’emirato arabo di Sicilia, occuparono definitivamente l’Isola più grande del Mediterraneo e la dichiararono Stato sovrano.
   I Normanni, con la loro politica equidistante verso Costantinopoli e verso il Sacro Romano Impero d’Occidente, trassero il titolo di Re di Sicilia dalle mani del Papa di Roma e si trovarono ad esercitare il loro potere su una popolazione siciliana composta da tre etnie:
- i greci cristiani, tra i quali va annoverato un buon numero di albanesi quale residuo dell’amministrazione bizantina, quando il Tema d’Italia, con la Sicilia, era in mano agli Albanesi che lo amministravano da Durazzo nel quadro dell’ isopoliteia di cui godevano all’interno dello Stato multietnico bizantino;
- gli arabi musulmani, eredi del precedente emirato arabo; e
- i latini cristiani, nella componente locale e in quella pervenuta in Sicilia coi Normanni.
   La corte, composta da personalità di estrazione mista, esercitava una esemplare tolleranza della quale srivono molti autori dell’epoca, soprattutto i viaggiatori arabi nei loro diari.
    Ancora oggi molti edifici religiosi e le residenze reali normnne, nonché gli archivi e le biblioteche siciliane conservano moltissime iscrizioni, platee e codici miniati scritti in tre lingue: greco, latino e arabo, oltre a una lapide marmorea decorata a mosaico che, alle tre lingue menzionate, aggiunge anche l’ebraico.
   Al vertice della piramide di questo Stato, come in tutti gli stati feudali, stava il monarca quale signore e padrone.  Ma in Sicilia operava anche un Parlamento formato da un braccio militare e da un braccio ecclesistico, cioé dai commilitoni della famiglia reale, da una parte, e dai capi religiosi cristiani, dall’altra.
   Il braccio ecclesiastico, a sua volta, si componeva di vescovi greci, subito rimpiazzati con elementi latini, e di monasteri e archimandritati, quasi tutti di estrazione greca, quale eredità del cristianesimo bizantino prearabo.
   Tra il braccio militare e quello ecclesiastico, i Normanni avevano scelto le città più ragguardevoli come proprietà personale del re e della regina, creando così il demanio pubblico.
   La posizione socio-giuridica di queste città, con i privilegi accordati, con le attività culturali che vi si svolgevano, con la presenza della cattedra vescovile e di molti monasteri e conventi, con l’apparato del senato cittadino, ecc., era assai lontano dalla posizione in cui si dibattevano le comunità agricole feudali: le universitates o terre. Qui veniva esercitata ogni sorta di angaria tipica del medioevo. Le tasse venivano pagate due volte, e per il signore feudale e per la corte regia. Qui non si godeva di alcun diritto di contro ai molteplici obblighi addossati alla maggioranza della popolazione e, se un qualche spiraglio di civiltà si poteva scorgere, esso proveniva  solo dalla capillarità dell’amministrazione ecclesiastica, presente con le parrocchie in ogni borgo pur piccolissimo.  
   I successori dei Normanni: gli Svevi, gli Angioini, gli Aragonesi non cambiarono nulla nello sfruttamento della situazione così come l’avevano ereditata.
  Saranno proprio gli Albanesi, al tempo degli Aragonesi, a rompere, almeno marginalmente, lo status quo socio-giuridico delle comunità agricole in Sicilia.
   La venuta degli Albanesi in massa e in manieta organizzata, assicurava benefici tangibili all’economia dell’Isola che aveva bisogno della manodopera di questi contadini-soldati per la messa a coltura di nuove terre e, quando occorreva, per servizi al Re. Ma segnava anche un primo colpo alla demolizione del sistema feudale per la particolare posizione giuridica che essi acquisivano.
   Gli Albanesi infatti, riuscirono ad ottenere:
- la sottoscrizione di contratti notarili con il signore feudale;
- il rifiuto delle “angherie” medievali;
- l’autogestione nell’amministrazione locale, con la scelta di propri ufficiali a  rappresentanza del popolo albanese: i giurati, il capitano, il maestro-notaro, il bajulo, l’archivario, l’arciprete e il vicario foraneo;
- la garanzia di poter avere propri sacerdoti per l’esercizio delle funzioni liturgiche e per l’amministrazione dei sacramenti all’uso della Chiesa Orientale di appartenenza.
   In prosieguo di tempo accettarono anche la presenza del sacerdote latino a favore della popolazione non arbëreshe che veniva a stabilisi tra di essi, concedendo l’uso di chiese in precedenza adibite al culto bizantino.
   Da quanto sopra, risulta che:
- la popolazione arbëreshe di Sicilia era molto compatta, sia che si trattasse di hjimarioti, epiroti, çami o coronei;
- i loro capi-comunità  (qefalitë) che insieme ai sacerdoti avevano organizzato la migrazione, continuano a esercitare in maniera esemplare il loro ufficio e a firmare gli atti notarili in rappresentanza dei profughi, mentre i sacerdoti conservano il  riserbo e non appaiono quali protagonisti, rispettando l’epitropia dei laici secondo le costumanze della Chiesa Orientale;
- la tradizione ecclesiastica arbëreshe, attraverso la lingua greca che usava nella liturgia, mise in buona luce tra gli uomini di cultura questa nuova popolazione a motivo dell’importanza che l’Umanesimo e il Rinascimento, allora in atto, annettevano alle  lingue classiche;
- la maniera arbëreshe di costruire  le proprie cittadine, lo stile e la struttura loro, influirono nella costruzione delle cosiddette Città Nuove di Sicilia;
- il loro stato giuridico travalicava il sistema feudale e inglobava elementi demaniali: questo accadeva più facilmente dove gli Albanesi erano inserit in realtà feudali del braccio ecclesiastico, come Monreale.
   Qui essi ebbero la capacità di fondare chiese, ospedali, conventi e monasteri, sodalizi e biblioteche e di ostentare i loro stemmi con tre spighe o con l’aquila bicipite, sempre col cartiglio S.P.Q.A., Senatus Populusque Albanensis.
   Quando l’inglese Denis Mek Smith,  nella sua Storia della Sicilia medievale e moderna, 1971, p. 245,246,269,  primo fra gli storici, sottolineava  lo scacco subito da parte del sistema feudale medievale siciliano dallo stabilirsi degli Albanesi nell’Isola, non possedeva, come molti ancora oggi, “le coordinate di partenza” dei profughi. 
   Non si chiese, pertanto, com fosse possibile che un gruppo di fuggiashi, a mani vuote, abbia potuto avere la forza di scalfire un sistema collaudato dal tempo e così ben radicato nella società siciliana?
   Per comprendere appieno tale fenomeno bisogna, perciò, avere chiare non solo le “coordinate di arrivo” nella Sicilia del tempo, come abbiamo cercato qui di sintetizzare, ma  soprattutto le coordinate della “pre-istoria” degli Arbëreshë, legate alla loro tradizione umanistica, al Kanùn e alla Chiesa illiro-bizantina. 
    Era questo il capitale storico e la particolare  Weltanschauung con cui partivano dalla loro patria!       
    Dobbiamo interrogarci su quali esperienze avevano maturato per giungere alla formazione del primo Stato moderno d’ Europa, plasmato da Scanderbeg su basi democratiche, con una vasta ed efficiente rete diplomatica, creato con il consenso dei Pari e non con la contrapposizione e lo spargimento di sangue fraterno.  
   Quali conoscenze e quali capacità avevano acqusito al servizio di Venezia, sia come soldati stradioti, sia come comandanti delle fortezze in Morea?
   Quanto ha pesato sulla loro sistemazione in Italia l’apprezzamento e il sostegno di Carlo V e del Papato?
   E’mancato sinora il confronto tra queste due coordinate.
Perciò la storiografia sugli arbëreshë, sviluppata da loro stessi e dagli albanesi d’oltre mare, rimane ancora molto frammentaria, perché gli albanesi non conoscono i fatti storici relativi alla Sicilia, mentre gli studiosi arbëreshë non hanno ben chiare le condizioni sociali e culturali dei Padri prima che lasciassero la patria.
   A ciò va aggiunto che il  perpetuarsi dell’approccio non sempre scientifico nello studio del fenomeno arbëresh, sconta cinquant’anni di imperante ideologia comunista in Albania e in Kosovo che, in parte, ha influenzato anche gli arbëreshë.
   All’Albania comunista serviva propagandare, contro il campo capitalista, discriminazioni e miseria  degli arbëreshë, per proclamare il sistema stalinista enveriano come il migliore in assoluto.
   Alla Jugoslavia titina, invece, interessava far passare la versione della corruzione del sangue, come se gli Arbëreshë, praticando per secoli l’endogamia - cosa assolutamente falsa -  sono ammalati e  soffrono di pazzia!   Così era facile fare il paio coi Kosovari!
   Mi piace qui sottolineare le preziose informazioni che ho ricavato dalla lettura del 2° volume di Historia e Popullit Shqiptar, opera edita nell’ultimo decennio dall’Accademia delle Scienze d’Albania. 
   In questa opera, un gruppo di storici di alto livello scientifico hanno chiarito, senza schemi né remore ideologiche come mai era accaduto prima, la situazione degli arbëreshë prima dell’esodo dall’Albania. E’ consigliabile che gli arbëreshë la leggano se vogliono dare basi solide alla loro identità.
   Impiantatisi in Sicilia, essi continuarono a godere dei loro particolari diritti  anche durante la dominazione spagnola, dando il proprio contribuendo alla società dell’epoca con personaggi  di rilievo in ogni campo e nelle sedi più alte, persino negli organi dell’Inquisizione.
   E, tuttavia, il periodo più florido per essi è stato quello della dinastia borbonica (1734-1860).
   Sia gli arbëreshë che gli skipetari consideravano come proprio lo Stato borbonico e
il Reggimento Real Macedone fu l’unico corpo militare a seguire i Borbone in Sicilia durante l’occupazione francese del regno di Napoli. Esso era composto solo da
albanesi e da arbëreshë.
   La crescita economica verificatasi durante la dinastia borbonica, è all’origine del consolidamento di una ricca borghersia arbëreshe in Sicilia che volle sottolneare la propria gratitudine a re Ferdinando sostituendo  nello scudo della cintura d’argento, brezi, delle signore, la simbolica corona “aperta” con la corona “chiusa" o reale borbonica.
   Per gli arbëreshë furono creati e sovvenzionati due collegi di studi, uno in Calabria e l’altro in Sicilia.
   Ad essi furono concessi due vescovati particolari, mentre la loro tradizione ecclesiastica era tenuta in così alta considerazione che nel palazzo reale a Napoli era presente una cappella bizantina, così come nella residenza di caccia, a Ficuzza, troviamo tutt’oggi paramenti e libri liturgici per la celebrazione della Divina Liturgia arbërisht, all’albanese.
   La ragione fondante  di tutta la questione, cioé il modo di autoamministrasi degli arbëreshë, venne a cessare con la Legge Organica sulla formazione dei Comuni.
   Con essa decaddero i privilegi già goduti e gli arbëreshë si ritrovarono in grosse difficoltà, perché insieme ai privilegi anche la loro economia si impoverì.
   Così, mentre la nuova legge sui Comuni rallegrava oltre misura il parroco della campana, gli arbëreshë cominciarono a voltar la schiena ai Borbone: così facendo, di fatto, tagliarono il ramo su cui erano seduti!
    Lo Stato italiano unitario, per la formazione del quale pure gli arbëreshë ebbero grandi meriti, con il concetto moderno dell’uguaglianza dei cittadini, mise in ombra le particolarità degli arbëreshë. Sicché l’odierna legge di salvaguardia della lingua minoritaria, senza alcun riferimento alla situazione economica e culturale, ci appare come la foglia di fico che copre il vuoto.

                                                                                      zef.chiaramonte@yahoo.it


(Il testo, in albanese, è stato letto al Seminario Internazionale di Lingua  Letteratura e Cultura Albanese, Prishtina 18-29 agosto 2013)