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sabato 26 dicembre 2015

Contessa Entellina. Il paese dove serve l'impegno congiunto di tutti per ricreare: il lavoro, il senso civico, e l'identità storica

Nel 2016 scandaglieremo, per filo e per segno la realtà contessiota, in misura superiore a quanto abbiamo fatto finora.
L'auspicio e la sollecitazione che coltiviamo è che anche chi dissente e dissentirà dalle nostre (ed in quanto nostre sono parziali) analisi possa intervenire sul Blog. In oltre sei anni di vita il Blog non ha censurato nulla e nessuno, infatti.
Iniziamo con una analisi-provocazione.
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Diciamoci la verità su: 
Valori, vizi e virtù (N. 1)
A Contessa Entellina è di moda parlare in italiano
Intendiamoci da noi non si parla l'italiano di Dante o quello del Manzoni e neppure quello scolastico; è un italiano tutto nostro, un italiano disinvolto costruito spesso contro la grammatica, la sintassi ed il vocabolario. 
Con questo tipo di lingua italiana noi parliamo ai nostri figli.

La gente qui da noi dà la sensazione di avere fretta a sbarazzarsi dell'arbëresh e ai propri figli parla l'italiano "prefabbricato in casa" pur di scordarsi da dove pro-viene, chi sono stati gli antenati e quale è stata la Storia di queste nostre contrade.

No, non tutti in verità parliamo in "Italiano", noi parliamo pure il siciliano. 
Si tratta di un siciliano -pure esso- senza radici: c'è chi lo declina alla "busacchinara", chi alla "giulianisa", chi alla "sammucara".

Per noi Contessioti, in questa fase storica, quando nella scuola "almeno sulla carta" si insegna l'Arbëresh e il Comune aderisce ad una "Associazione dei Comuni Arbëresh" è importante, insopprimibile, scordarci dell'albanese; questa è la sensazione. 

Succede comunque, ma contro ogni nostro impegno, che nonostante parliamo l'italiano "fatto in casa" -oppure il siciliano- ai nostri figli  loro riescano ad imparare (chissà dove !!) l'arbëresh e parlino pure con i loro amici in arbëresh; però quando tornano a casa, con i genitori, ricomincino a parlare  in "italiano fai da te" o in siciliano alla "sammucara". 

Nelle famiglie (ovviamente non in tutte) ormai, inconsciamente, l'arbëresh non esiste.
Nessuno che possieda, o meno, responsabilità civiche si accorge del danno culturale che si va producendo sotto i nostri occhi. 

Nessun spinge per una presa di coscienza dei valori che stiamo perdendo, per certi aspetti irrimediabilmente.