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lunedì 14 dicembre 2015

Banche. Gli italiani si sono quasi sempre fatti governare dagli incompetenti

Sulla scorta degli elaborati tecnici in materia di finanza che in questi giorni abbondano sui giornali, seguiremo la crisi che investe alcuni comparti del sistema bancario.
Tutto cominciò con le operazioni in grande di partito (non diciamo quale partito) al Monte dei Paschi di Siena. 
Come sappiamo bene nessun "amministratore di quella banca" si trova in galera.
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Esiste una crisi “strutturale” del sistema bancario italiano. In tutta Europa i governi, consapevoli dell’importanza che il risparmio diffuso delle famiglie ha per l’economia, da dieci anni in qua hanno varato molti provvedimenti di risanamento. Non così è accaduto in Italia, paese in cui la classe dirigente è costituita dai “senza mestieri”. Chi non sa fare nulla di buono nella vita, in Italia sceglie di fare il politico. Da questo presupposto provengono i vari personaggi da macchietta che hanno ricoperto l’incarico di ministro dell’economia.
Proviamo di capire cosa sta succedendo.
Il governo ha adottato un decreto legge c.d. salva banche e, a fronte delle proteste degli azionisti ed obbligazionisti delle stesse, vorrebbe inoltre varare delle misure di ristoro per questi.
Come -non dovremmo mai dimenticarlo- tutti sappiamo la crisi inizia negli USA e raggiunge il suo acme con il fallimento di Lehman Brothers il 15-09-2008.
Le banche italiane avevano indotto poco meno di 130 mila risparmiatori italiani a comprare le obbligazioni di detta banca d’affari e questo dopo che nel 2005 era stata approvata una legge per tutelare il risparmio.
Il panico si diffuse nella Unione europea ed anche in Italia, allora.
Con decreti legge e decreti attuativi delle leggi del 2008 e 2009 sono stati previsti i c.d. Tremonti bond di cui le banche potevano avvalersi per superare le fasi più acute della crisi finanziaria. Solo poche di esse se ne avvalsero con una spesa nell’ordine di 50-60 miliardi mentre negli altri Paesi membri della UE i governi garantirono prestiti per 3.800 miliardi pari al 30% del PIL e la Commissione europea in 4 anni dovette approvare deroghe alla disciplina sugli aiuti di Stato in 450 casi.
Ma era la fase dell’emergenza ed era prioritario salvare le banche altrimenti i danni all’economia reale sarebbero stati di gran lunga più gravi di quanto continuano ad essere.
Nel frattempo la crisi si era trasmessa dal comparto finanziario  al settore reale dell’economia. Gli aiuti alle banche avevano portato ad un aumento del debito pubblico di tutti i Paesi della UE.  meno in quei paesi come l’Italia che partivano con un debito molto più alto.
Secondo la narrazione governativa, -si sosteneva e si sostiene oggi- le banche italiane erano sane e comunque, non avevano fatto grosse speculazioni con i prodotti derivati.

Come molti ricordano il governo Berlusconi, per tre lunghi anni, negò che la crisi interessasse il nostro paese. Ancora nella Primavera del 2011 andava raccontando che se la crisi c’era stata era di natura psicologica e, comunque, era già passata. 
Nel frattempo nella UE si centralizzava a Francoforte sul Meno la vigilanza e si costruivano altri strumenti finanziari di gestione e risoluzione di nuove eventuali crisi con l’obiettivo di creare una vera e propria Unione bancaria – tuttora da completare.
Si definirono anche nuove regole sulle crisi bancarie mirate da un lato a salvaguardare gli interessi dei risparmiatori e dall’altro a disincentivare comportamenti scorretti da parte dei manager delle.

Nel frattempo arrivarono gli stress test della BCE e le banche italiane li superarono “bene”. Si fa per dire perché la BCE raccomandava e continua a raccomandare il rafforzamento patrimoniale secondo determinati parametri.
La stampa amica delle banche, e in alcuni casi da esse sostenuta,  ha continuato a ripeterci che le banche italiane sono sane. 
Crescono invece paurosamente le c.d. sofferenze. Hanno ora raggiunto i 200 miliardi di euro. Il governo vuole una bad bank per tutte le banche ma la Commissione europea non l’autorizza perché configurerebbe una palese fattispecie di aiuto di Stato alle imprese bancarie in una fase congiunturale che non riguarda quelle dei principali paesi membri del centro e del Nord Europa.
Qui vale la pena fare una prima considerazione. 
È vero che la crisi attuale riguarda quattro banche minori (Banca Etruria, Banca delle Marche, CariChieti e CariFerrara) e non quei tredici gruppi sottoposti agli stress test della BCE.
Ma come si fa a dimenticare che c’è stato il caso
1) del Banco Monte Paschi di Siena non ancora del tutto risolto
2) e su tutte le banche pesa il macigno dei duecento miliardi.
3) E c’è ancora il caso di centinaia di Banche cooperative che hanno difficoltà ad accedere al mercato finanziario.
La crisi delle quattro banche per le quali il governo ha emanato il decreto legge pure contestato dalla Commissione europea è solo la punta di un iceberg in un mare che sembra vieppiù agitato anche per la mancata crescita del PIL e dell’occupazione.
A suo tempo i governi dei principali paesi della UE nel 2008 e 2009 hanno fatto dei veri e propri salvataggi delle loro banche e la Commissione europea non sollevò la questione degli aiuti di Stato. Allora la crisi finanziaria rischiava di produrre dei veri e propri disastri. Le decisioni sono state assunte dal Consiglio europeo su parere della BCE, FMI e Commissione europea mentre erano in fase di elaborazione le nuove regole – ora in vigore dal 2013.
Oggi la crisi finanziaria generale non c’è più ma ci sono le nuove regole formalmente più rigorose, anche se rimangono gli strascichi della seconda lunga recessione che le insensate politiche dell’austerità hanno inflitto soprattutto ai paesi periferici della UE.
Sulle banche di questi ultimi si ripercuotono anche gli effetti della mancata ripresa economica e il rallentamento della crescita mondiale. Più recentemente abbiamo visto il caso drammatico della Grecia. Non è il caso di parlare di contagio ma è un fatto che le quattro banche erano in pratica commissariate da circa due anni e tutto il sistema non è così sano come sostiene la narrazione ufficiale berlusconiana prima e renziana adesso – ovviamente per non creare pericolosi allarmismi.
C’è il macigno dei 200 miliardi di sofferenze. Al riguardo, sarebbe molto interessante sapere di chi sono i crediti inesigibili o, meglio, chi sono esattamente, per nome e cognome, i clienti insolventi.
E’ noto che storicamente le banche sono deboli con i forti e forti con i deboli. Inoltre esse sono molto servizievoli con i governanti. Sono servizievoli anche alcune società di rating che stanno lucrando con i derivati sui titoli del debito pubblico italiano, nella specie sulla base di contratti derivati non meglio individuati di cui il ministero dell’economia nega la visione anche alle Commissioni parlamentari in violazione di fondamentali principi di chiarezza, trasparenza e completezza del bilancio dello Stato e che devono caratterizzare anche la gestione di un debito pubblico molto alto.
Non solo ma una recente sentenza de TAR Lazio ha respinto il ricorso di un giornalista che chiedeva di poter visionare i contratti derivati di cui sopra.
E se il governo non gestisce in piena trasparenza i suoi derivati sul debito pubblico, che cosa ci vogliamo aspettare dalle banche private? 
Ma quale problema c’è se,  dopo il recente esame c.d. SREP (Supervisory Review and Evaluation Process) prescritto dalla BCE, la società di rating Moody’s si affretta a ripetere che 11 su 13 banche italiane godono buona salute (1-12-15)?
L'OGGI
La situazione precipita nelle settimane scorse e il governo ha dovuto fare un decreto-legge (180/2015) per le suddette quattro banche minori sull’orlo del fallimento.
Il decreto salva le banche con una spesa di 3,6 miliardi. Una spesa non indifferente ma scoppia la rivolta dei risparmiatori che evidentemente non conoscevano le nuove regole del bail in.
Queste chiamano in causa in primo luogo gli azionisti e i sottoscrittori delle obbligazioni c.d. subordinate proprio per responsabilizzare gli investitori assumendo che essi controllino attentamente i prodotti finanziari che comprano. 
L’alternativa sarebbe far pagare la generalità dei contribuenti. Dall’altro lato, c’è anche la direttiva Mifid che impone alla banca emittente di spiegare le caratteristiche del prodotto. Ma è evidente da un lato la bassa cultura economico e finanziaria dei risparmiatori italiani e, dall’altro, il conflitto di interesse delle banche e dei loro dipendenti che spesso si limitano ad affermare che i prodotti venduti sono buoni e rispettano tutte le regole previste. Da un lato hanno -in Italia- sempre funzionato le catene di S. Antonio e, dall’altro, banche e imprese non bancarie di dubbia reputazione, anche se non in situazione di stress, non si fanno tanti scrupoli ad ingannare i loro clienti.
(Continua)