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giovedì 6 agosto 2015

Lo Stato, gli Stati possono fallire

La Repubblica
La settimana scorsa su Repubblica, Gustavo Zagrebelsky ha scritto: “Se oggi diciamo che lo Stato può fallire, è perché il suo attributo fondamentale – la sovranità – è venuto a mancare”. 
Professore, la prigione per debiti non esiste più. O forse sì, guardando la Grecia? 
Quando si contrae un debito, si lega la propria sorte alla volontà del creditore. Se il debitore è inadempiente, il creditore aggredisce i suoi beni. Il fallimento dello Stato, in passato, era inconcepibile: lo Stato – dicevano i costituzionalisti – è un’ente necessario”. 
È vero che lo Stato ha sempre contratto debiti e lo Statuto Albertino diceva che “ogni suo impegno verso i creditori è inviolabile”.
Lo Stato però governava sovranamente la moneta, cioè il mezzo per far fronte ai suoi debiti. Ma oggi i creditori dello Stato non sono solo i cittadini, ma soprattutto i grandi capitali internazionali. Che hanno il controllo su un aspetto fondamentale della sovranità, perché lo Stato ha perso la sovranità monetaria. Se non è solvibile, possono “aggredire” i suoi beni – imprese pubbliche, coste, isole, monumenti, cose un tempo ritenute res extra commercium – fino a ridurlo sul lastrico. 
Ridurre un Paese sul lastrico, però, vuol dire annientare il suo popolo.
Ha attaccato il “moralismo vuoto” di chi rimprovera a Paesi come la Grecia d’essersi indebitati, quando proprio i creditori sono interessati al loro indebitamento. 
Si dice: di che si lamenta la Grecia? Bastava che non s’indebitasse. Logico, no? 
Ma le bolle speculative – ricorrenti a partire dal ‘700 (si menziona la “crisi dei tulipani” in Olanda) – non sono incidenti, ma fasi cicliche nell’economia finanziarizzata. 

Perché si formano le bolle? 
Perché la finanza speculativa ha necessità di espandersi continuamente e si finisce per dare denaro a credito a soggetti che non potranno restituirlo. Questi debiti vanno a gravare sui bilanci degli Stati più deboli, costretti a riconoscere tassi d’interesse molto alti: dunque investire in quei Paesi conviene. Tanto più i sistemi economici sono fragili, quanto più hanno bisogno di finanza. E il cappio si stringe. Gli Stati indebitati per pagare chiedono prestiti agli stessi creditori che glieli danno, e il cappio si stringe ancora. In più, mentre il fallimento è una tragedia per i debitori, può essere una fortuna per i creditori che possono assicurarsi a poco prezzo i beni messi in vendita (anzi: in svendita) dallo Stato insolvente, attraverso le privatizzazioni. 
Se ci sono responsabilità “morali”, vanno almeno equamente suddivise. Solo che i debitori ne pagano il prezzo e i creditori, alla fine, ne approfittano. L’unica cosa che temono è il contagio finanziario. Per questo, il fallimento non è la loro prima scelta. La prima è stringere il cappio sempre di più.
Se “l’erosione della sovranità è la resa alla legge dei più forti”, il popolo conta sempre meno. Ma almeno alle nostre latitudini, sembra non accorgersene. Vero? 
In Grecia è stato imposto un piano di “risanamento” che tocca pensioni, Pubblica amministrazione, privatizzazione dei beni pubblici, ammortizzatori sociali, perfino articoli del codice di procedura civile! 
Non sono misure economiche, è un programma di governo di stampo ultraliberista. Tsipras ha dovuto dire in Parlamento: altro era il mio programma e su quello sono stato eletto, ma voi dovete votare l’esatto contrario perché lo chiedono i mercati finanziari. È un conflitto radicale, esplicito, che mette in discussione la democrazia. Si determina un cortocircuito tra la sovranità che “appartiene al popolo” e la sovranità che appartiene alla finanza. Diciamo finanza, come se fosse un mondo monolitico. Non è così e, per questo, se può far fallire gli Stati, non è in grado di assicurare un ordine mondiale. Dove c’è l’egoismo dei mercati , lì c’è disordine e i deboli soccombono. L’ordine spontaneo degli egoismi non esiste. Tanto più che la finanza globale non ha interessi solo finanziari, ma anche geopolitici conflittuali. Così, il Fondo monetario, che non è un soggetto speculativo, cerca di arginare la cecità del capitalismo finanziario a favore di visioni politiche strategiche diverse da quelle prevalenti nella parte forte dell’Europa. Christine Lagarde, contro l’opinione degli altri, ha detto che il debito greco è insostenibile e bisogna tagliarlo.

C’è un problema sovranità anche in Italia, dove non solo c’è la questione dell’erosione di sovranità nel rapporto con l’Europa, ma da anni non riusciamo a esprimere un governo con il nostro voto? 
In Italia ci sono stati slittamenti costituzionali progressivi di cui non si è avvertito il significato d’insieme. I governi tecnici successivi a Berlusconi non si basavano su una piattaforma elettiva democratica. Ma sulla legge della necessità: con Monti si è incominciato a dire: “Non ci sono alternative”. Vuol dire che sopra di noi c’era una forza a cui non si poteva resistere, ci si poteva solo piegare. Era la famosa lettera Draghi-Trichet, che conteneva molte delle richieste che sono poi state fatte alla Grecia: riforma della Pubblica amministrazione, interventi sul lavoro… C’è un disegno di cui non si è avvertita, all’inizio, la pervasività. Si è accettata la soluzione Monti perché ci liberava da Berlusconi, ma era l’inizio di una messa tra parentesi dei principi democratici. Mica ci hanno puntato la pistola. Non ce n’è bisogno. Basta congelare la situazione, evitando le elezioni o, almeno, privandole del loro significato politico. I partiti si mettono d’accordo: il patto del Nazareno è stato un modo per sterilizzarle. Prima si dice di essere alternativi, poi ci si accorda. Ma nel grande accordo, esplicito o implicito, la politica sparisce, perché la politica è il luogo delle scelte. Norberto Bobbio diceva che la democrazia è non solo il luogo della contesa, ma (etimologicamente) della discordia. Oggi impera la retorica della coesione, della condivisione. I governi tecnici ci hanno lentamente abituato a essere apolitici.
Come se ne esce? 
Si può premere sulle condizioni di vita delle persone fino a un certo punto. La finanza non conosce regole e andrà avanti fino a che i popoli non reagiranno. Già oggi succede, con il rigetto dell’euro che molti partiti sostengono in Europa. Si arriverà probabilmente a un conflitto radicale. La soluzione secondo me non dovrebbe essere il ritorno agli Stati-nazione, perché così si distruggerebbe l’Europa ma non la speculazione finanziaria. Si dovrebbe riprendere in mano la questione di un’Europa politica e in grado di fronteggiare le crisi finanziarie con un proprio, autonomo, sistema creditizio basato sulla solidarietà comune. Prima, però, credo che si debba toccare il fondo della crisi.”"