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domenica 5 luglio 2015

Sicilia. La Regione guidata da un uomo del Pd (un ex comunista) è finita nel pantano. Contestare e protestare è facilissimo, governare è da persone che hanno ... vista

GIORNALE DI SICILIA







vita a ricucire il rapporto tra il governo e il principale partito di maggioranza. Cosi ieri, al termine della riunione della Direzione regionale del partito siciliano a Palermo, è andato in scena lo strappo definitivo che, salvo sorprese, porterà alle elezioni anticipate, probabilmente in primavera. A stabilire il percorso saranno le consultazioni che Raciti avvierà subito con gli alleati e un'assemblea che si terrà a fine luglio. Parte il dopo-Crocetta «Se me lo chiede il partito sono pronto a dimettermi, non voglio essere un problema» dice Crocetta, ma la mancanza di un'alternativa e la paura di non essere pronti all'appuntamento elettorale rinviano ogni decisione. «Dobbiamo articolare un per corso che non ci porti a perdere» sintetizza Baciti. Insomma, i democratici non staccheranno subito la spina al governo ma inizieranno a lavorare per definire quando, come e, per dirla con le parole del deputato Antonello Cracolici, «con chi» degli altri partiti costruire il percorso che porterà alle urne. La crisi politica Cronaca di una lunga giornata di passione nel Partito democratico, chiamato a Palermo a decidere sulle sorti del governo mentre migliaia di lavoratori delle Province e di società in orbita regionale rischiano di restare senza stipendio se da Roma non arriveranno oltre 300 milioni di euro. Sono però le dimissioni dell'assessore alla Salute, Lucia Borsellino, a certificare la crisi. «Le sue dimissioni - dice Raciti - sono di natura politica e segnano l'apice di una crisi che si è palesata lentamente e non riguarda i rapporti tra Crocetta, il Pd e i partiti della coalizione ma riguarda questa esperienza di governo. Tocca a Crocetta trovare una risposta e dare una prospettiva. È compito di Crocetta indicare se c'è una strada». La difesa del presidente Crocetta replica in apertura e in chiusura della lunga riunione, parlando di «continui attacchi mediatici», di continue «ingerenze nella vita privata. Sono intercettato da dieci anni e non è mai stato trovato nulla» attacca. «Ritengo però irresponsabile andare ora alle elezioni anticipate e non lo dico perché temo di perdere. Sia- mo noi a dover agire adesso, con il Pd e gli alleati abbiamo la responsabilità di salvare la Sicilia dal default. Ma se siamo delegittimati, se ogni settimana da Roma arriva la minaccia di commissariamento, non posso essere credibile». La strategia del Pd Le parole del presidente non convincono però i dirigenti del Pd. «Non ha fatto alcuna proposta - dice Baciti - non ha consapevolezza. Oggi speravo di giungere a una soluzione ma non ho avuto elementi per trovare questa soluzione. Non possiamo però girare a vuoto». 11 deputato Giuseppe Lupo propone allora una via di uscita: «Una crisi al buio danneggerebbe principalmente i lavoratori e le fasce sociali più deboli. La Direzione dia mandato al segretario Raciti di verificare assieme alla coalizione e al presidente Crocetta se, come penso, ci sono le condizioni per una fase nuova di rilancio del programma per lo sviluppo e le riforme. Sia l'Assemblea del Pd a valutare e decidere se e come proseguire questa esperienza di governo». Assemblea che si terrà entro luglio, ma su Baciti continua il pressing di una folta pattuglia di dirigenti e deputa
ti che chiede di agire subito. «Non mi faccio condizionare dalle correnti - ribadisce Raciti - credo che dobbiamo prima affrontare le emergenze e poi, se vogliamo vincere le elezioni, aprire un percorso con Roma e la coalizione». I dubbi dei democratici partito però si divide. Il deputato Fabrizio Ferrandelli rilancia la mozione di sfiducia mentre Cracolici attacca: «La situazione è precipitata e adesso va governato il processo. Andare al voto non è un segno di vittoria, ma a un certo punto può essere una strada da intraprendere se lo decide una classe dirigente. Confrontiamoci con gli altri, verifichiamo con chi costruire la coalizione, perché una volta possiamo sbagliare, due no. Se passa un anno in questo bagnomaria alla fine non troveremo più niente». A rincarare la dose Lillo Speziale e Mirello Crisafulli, che parlano del rischio che «il Pd sia ostaggio dell'impossibilità di scegliere. In questi casi i nodi vengono sciolti con un colpo secco alla corda». Una parte del Pd però continua a chiedere tempo. «Il voto anticipato è una anomalia - dice Baldo Gucciardi, capogruppo all'Ars - ma i prossimi mesi saranno decisivi: se governo, maggioranza e assemblea saranno in grado di risolvere i problemi della Sicilia, allora questa legislatura potrà continuare». E il senatore Beppe Lumia parla del rischio che «senza un nuovo modello si andrebbe alle elezioni al buio. Possiamo pure andare al voto subito, domani, ma se non scioglieremo i nodi come quello delle Province o del personale, dove rischiamo di mandare a casa cinquantamila persone senza i fondi da Roma, allora non avremo risolto nulla». E per Mariella Maggio «il governo Crocetta ha fallito, ma se andiamo a casa adesso avrà fallito anche il Pd». Le tensioni con Roma Una situazione di «impasse» da cui il sottosegretario Davide Faraone vuole uscire: «Dobbiamo capire se ci sono le condizioni per andare avanti o se invece dobbiamo costruire una proposta elettorale alternativa. Nessuno mette in discussione che lo Stato deve soldi alla Sicilia - aggiunge - il problema è che noi non possiamo chiederli a prescindere dalle riforme ma dobbiamo costruire un percorso virtuoso, come ad esempio la Sardegna, per poi sederci al tavolo con il governo per dire come vorremmo spendere questi soldi. Non bisogna attaccare l'assessore all'Economia come è stato fatto - aggiunge Faraone -. Ora la legge di stabilità è diventata di tutti ma ricordo le telefonate su Baccei che è stato visto come un marziano. Ma se mentre fai la spola come ho fatto io per aiutare la Sicilia a fare quadrare i conti, c'è un presidente della Regione che spara sul governo nazionale, come vogliamo essere aiutati?». Il governatore Crocetta ha messo il suo mandato nelle mani dell'Assemblea del Partito Democratico