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domenica 5 luglio 2015

Regione e Comuni in Sicilia. I politici di oggi sono quelli che criticavano la I° Repubblica

GIORNALE DI SICILIA


















ben difficilmente possono avere la trasparenza, intesa come visibilità, che caratterizza le scelte politiche ed amministrative della più grande macchina regionale. 
Su tutto pesa la riduzione dei trasferimenti statali e regionali a favore dei Comuni siciliani, fenomeno corretto, almeno in parte, con la lievitazione delle imposte locali. Ciò che invece si giustifica meno, è l'espansione senza fine della spesa, che non riesce a trovare un fattore di mitigazione neppure in sette anni continui di crisi. Ne conseguono, per dirla con le parole della Corte, «forti preoccupazioni per la tenuta degli equilibri di bilancio dei Comuni, già nel breve periodo». Come dire che il disastro è dietro l'angolo. I numeri del resto alimentano il pessimismo più nero. 
Negli ultimi tré anni la spesa corrente comunale è cresciuta di 240 milioni di euro, mentre le entrate sono andate in direzione diametralmente opposta, fino al punto che soltanto nell'esercizio 2014 lo scoperto (maggiori spese-minori entrate) ha toccato il livello di 368 milioni di euro. Ben diversa invece la sorte toccata alle spese per investimento, da anni in caduta libera; le spese correnti assommano ormai ad un valore dieci volte superiore a quello delle spese per investimenti. E ciò malgrado, come ricorda la Corte dei Conti, la strada sia obbligata: «Arginare la spesa corrente e fornire adeguato sostegno allo sviluppo locale tramite gli investimenti». Come si «difendono» i Comuni davanti a così gravi difficoltà finanziarie? 
Ricorrendo alle banche con le cosiddette anticipazioni di cassa. Peccato però che soltanto nel 2013 siano maturati 260 milioni di anticipazioni non restituite. Può sembrare quasi ripetitivo ricordare che l'ipertrofia delle spese correnti dei Comuni siciliani ha una matrice precisa: l'eccessivo numero di dipendenti. Vero è che nel triennio 2011 -2013 dipendenti comunali sono diminuiti del 6%. Ma è altrettanto innegabile che continuano ad esserci 50.431 occupati; «con una consistenza - sottolinea la Magistratura contabile - seconda solamente a quella dei comuni della Lombardia, dove però ci sono dieci milioni di abitanti rispetto ai cinque della Sicilia». 
I precari, tra Comuni ed ex Province, superano le 18 mila unità. Rispetto a questo scenario, non certo rassicurante, risulta immanente una polveriera. 
La Corte dei Conti ha accertato, infatti, 163 milioni di euro per debiti non iscrìtti in bilancio ma già formalizzati, più 467 milioni di europerdebiti anch'essi fuori bilancio ma da formalizzare. Ce ne sono altri? È probabile. La «tendenza a dissimulare la reale esposizione debitoria» è «marcata». Del resto soltanto nei 27 comuni che hanno avviato la procedura di riequilibrio finanziario, è venuta fuori una massa debitoria da ripianare di altri 562 milioni di euro. 
Dulcís in fundo, la Corte denuncia l'esistenza di un ulteriore debito per 1.816 milioni a fronte della raccolta (si fa per dire) dei rifiuti. Stiamo parlando di oltre tre miliardi di euro. Sono anni che la Corte sollecita un intervento organico teso a ridurre la spesa pubblica, accrescere l'efficienza dei servizi comunali ed abbattere drasticamente il numero dei centri di spesa. 
Analoghe considerazioni hanno trovato spazio in Commissione Affari Costituzionali durante l'audizione della Corte sulla mancata riforma delle Province. Per tutta risposta, l'Ars ha tagliato gettoni ed indennità a sindaci, assessori e consiglieri comunali, salvo rinviarne gli effètti negli anni a venire. 
E così mancano all'appello altri 50 milioni di euro ogni anno!