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lunedì 20 luglio 2015

Hanno detto ... ...

OSCAR GIANNINO, giornalista
Crocetta dice che non si dimette perchè è un combattente. I numeri disastrosi della sua gestione dicono che è meglio farlo diventare un reduce

ROSARIO CROCETTA, Presidente della Regione Sicilia
"Non mi dimetto, sono un combattente e un combattente muore sul campo. Se lo facessi la darei vinta ai poteri forti",  
"Trovo assurdo che organi istituzionali abbiano espresso giudizi senza fare le dovute verifiche",
"Il Pd vuole le mie dimissioni? Mai, mi sfiducino se vogliono, così si renderanno complici dei golpisti e passeranno alla storia come coloro che hanno ammazzato il primo governo antimafia della Sicilia"

DEBORA SERRACCHIANI, Vice segretaria nazionale del Pd 
"Intercettazione o non intercettazione, dopo le parole di Manfredi Borsellino la situazione in Sicilia è insostenibile". 
"Quanto ha detto Manfredi, raccontando la solitudine e il calvario della sorella Lucia, le difficoltà, le ostilità e le offese subite solo per adempiere al suo dovere di assessore alla Sanità, quasi un corso e ricorso della vicenda del padre Paolo, mi hanno scosso"

GERY PALAZZOTTO, giornalista
Gente appesa alle parole di un procuratore della Repubblica, come se un programma di governo dipendesse da tre righe di intercettazione e non da tre anni di inefficienze. Gente che vagheggia ancora di nuove maggioranze e che, pensate un po', cerca riparo adesso dietro la povera Lucia Borsellino, prima lapidata e poi riesumata come simbolo di un'atroce lapidazione: vigliacconi o schizofrenici? 
Ci sono volute le parole di Manfredi Borsellino per far capire ai vertici del Pd siciliano che è impossibile andare avanti con certi chiari di luna: quindi fino a ieri questi o dormivano o pensavano che dormissero tutti gli altri.
Restano le lacrime, ma i coccodrilli stavolta hanno gli occhi asciutti: stanno tutti lì intorno, ad aspettare.

GIOVANNI FIANDACAprofessore ordinario di diritto penale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Palermo 

La vicenda Crocetta sembra esibire una complessità tale da risuscitare alcuni stereotipati pregiudizi su di una Sicilia persistente fonte di trame oscure, di verità plurime e pirandellismi.

E anche di imposture e di eccedenze sia morali (nel bene e, più spesso, nel male) che psicologiche. Ma incombe il rischio che l’attaccamento acritico agli stereotipi induca, alla fine, a sottovalutare la portata drammatica di alcune questioni sottostanti, che ben trascendono i confini isolani.

La prima grossa questione riguarda, ancor prima che i rapporti tra politica ed etica pubblica, il modo stesso di fare politica di governo oggi. Alludiamo ad un’azione politica che da tempo non si estrinseca più in una impresa collettiva sulla base di idee e programmi, ma si affida al (reale o presunto) carisma e alla capacità comunicativa di un singolo leader, che assume spesso atteggiamenti populistici, si circonda di sodali e amici costituenti il “cerchio magico” cui delegare porzioni di comando e – non a caso – ostenta superiorità e disprezzo nei confronti di quelle stesse forze partitiche locali a lui sottomesse e prive di reale influenza che formalmente gli consentono di tenere in piedi un governo. Orbene, Crocetta come governatore della Sicilia da circa due anni e mezzo ha esemplificato, direi in modo estremizzante e persino caricaturale, questo modello personalistico di fare politica. Di suo, egli infatti ha aggiunto una sostanziale incapacità e inconcludenza politica, mascherate a parole da una sedicente rivoluzione culturale di ascendenza gramsciana (in realtà egli si è, molto meno nobilmente, avvalso di pezzi o cespugli di politica trasformistica saliti sul suo carro per sopravvivere, riciclarsi e spartirsi posti di potere) e da una retorica antimafiosa contraddetta, nei fatti, da forme di antimafia opportunistica o di facciata ...