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sabato 18 luglio 2015

Da La Sicilia di Catania


































depositati e trascritti vi fosse la famigerata frase «Lucia va fatta fuori come suo padre», è tornato sull'argomento anche ieri: «Ribadisco quanto contenuto nel comunicato stampa del 16 luglio. L'intercettazione tra il dottor Tutine e il presidente Crocetta, di cui riferisce la stampa, non è agli atti di alcun procedimento di questo ufficio e neanche tra quelle registrate dal Nas». Il direttore de "l'Espresso", Luigi Vicinanza, da parte sua, ha insistito sull'autenticità della frase pubblicata dal suo settimanale, precisando che il giornalista che ha firmato l'articolo ha avuto modo di ascoltare la registrazione, secretata, e di averne trascritto il contenuto. Autore dello scoop - o bufala a seconda del punto di vista - è Piero Messina, che fino all'arrivo di Crocetta a Palazzo d'Orléans era stato capo dell'ufficio stampa della Regione. Messina con un'altra ventina di colleghi era stato poi "licenziato" da Crocetta, dando vita ad una sequela di ricorsi davanti al giudice del lavoro. Una vendetta? «Quello che dice Crocetta è vero - ha confermato Messina - mi ha licenziato tré anni fa dall'ufficio stampa della Regione. Ma questa vicenda non ha nulla a che fare con l'articolo che ho scritto. Si tratta di due vicende che non hanno nulla a che vedere. Io faccio il giornalista, cerco solo di raccontare le vicende di cui vengo a conoscenza. Non ho alcuna acredine nei confronti del presidente della Regione che ho sempre rispettato per il suo ruolo e le sue funzioni. Io faccio semplicemente il mio mestiere di giornalista e non credo che mi si possa contestare il fatto di volere continuare a svolgere la mia professione». Secondo indiscrezioni, la Procura della Repubblica di Palermo starebbe valutando l'ipotesi di aprire un'inchiesta sulla vicenda relativa alla pubblicazione dell'intercettazione della conversazione tra il medico Tutino e Crocetta. 
Probabilmente, un esposto sarà presentato anche dall'avvocato di fiducia del presidente della Regione, Enzo Lo Rè. La partita è molto delicata e va approfondita per i risvolti sia penali che politici. Ad aggiungere un ulteriore elemento di dubbio, il presidente della commissione Sanità dell'Ars, Pippo Digiacomo: «Sono mesi che gira la notizia di un'intercettazione imbarazzante. L'hanno fatto sapere a Lucia Borsellino, a me, a Crocetta e altri. Appunto, da tempo. Ne ho parlato col presidente la settimana prima della pubblicazione e ne ho voluto conto e ragione. Lui mi ha giurato di non avere mai sentito una bestialità del genere. Mi sembrava sincero. Mi sono ricordato che quando telefona fa un casino: fuma, beve caffè, litiga, insulta, urla, da direttive, cita romanzi. Non escludo che questo possa essere stato il contesto. A volte, al telefono con lui, ho chiuso la chiamata irritato, rendendomi conto che non mi ascoltava e stava parlando d'altro. Se Crocetta deve andare via per ragioni politiche è un conto; che lui dovesse stare politicamente più vicino a Lucia e sostenerla è un altro conto - ha aggiunto - che si circondi di tirapiedi in malafede che lo conducono al baratro è un terzo conto (quello che ci ha fatto litigare di brutto). Ma che Crocetta sia il silenzioso avallante di una strage ordita da Matteo Tutino, magari in canottiera e con i bicipiti in bella mostra, muove a una risata. Isterica, amara, fuori luogo, ma risata rimane». Dunque, secondo Digiacomo, la notizia dell'intercettazione, vera o presunta, non sarebbe arrivata del tutto inaspettata a Crocetta ne all'ex assessore alla Salute, Lucia Borsellino. Un particolare, quello raccontato da Digiacomo, che rende ancora più inquietante l'intricata vicenda. Lo stesso presidente della commissione Sanità dell'Ars, probabilmente, avrebbe fatto bene ad informare il segretario regionale del Pd, Fausto Raciti, e la magistratura. Di fronte ad una situazione tanto ingarbugliata, hanno gioco facile coloro che intendono aprire una nuova stagione di veleni che potrebbe tornare a coinvolgere la Procura di Palermo. Perché, se da un lato il procuratore Lo Voi ha ribadito ieri che nell'inchiesta del Nas non c'è alcun riferimento alla frase incriminata, attribuita a Tutine mentre parlava con Crocetta, come sarebbe potuto venirne a conoscenza Digiacomo? La telefonata gli è stata riferita o l'ha ascoltata pure lui, oltre che i cronisti de "l'Espresso"? 
Se i giornalisti possono trincerarsi dietro al segreto professionale, un politico come Digiacomo dovrebbe invece raccontare agli inquirenti in che circostanza ha saputo dell'intercettazione. Crocetta ieri ha preferito rimanere nel suo rifugio di Castel di Tusa, chiuso nel suo dolore ma in stretto contatto con l'avvocato Lo Rè. Martedì riprenderà l'attività dell'Ars per iniziare l'esame del disegno di legge sui Liberi consorzi di Comuni. Difficilmente, però, sarà avviato il dibattito, se prima il presidente della Regione non riferirà all'Aula sulle turbolenze politico-giudiziarie di questi giorni.