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lunedì 6 luglio 2015

Da "Buchi nell'acqua" di Zef Chiaramonte

I capitoli in allegato fanno parte degli "Antefatti" di un romanzo più lungo che ho in preparazione.
Zef Chiaramonte
XXIX

   Un articolo, apparso sulla rivista studentesca della Pontificia Università
Gregoriana, portava la firma di Zef Maliqart.
   Prendendo spunto dagli interventi in Concilio del Patriarca di Antiochia dei Melchiti, Maximos IV Saigh, l’articolo esponeva la tradizione delle Chiese orientali sul sacerdozio coniugato.
   Non si tratta del matrimonio dei preti, come in modo sbrigativo e inappropriato si dice, ma del fatto che le Chiese orientali affidano il sacramento del sacerdozio non solo a uomini celibi, generalmente monaci, ma anche a sposati.
   La materia è regolata dal principio canonico che il sacerdozio fissa l’uomo nello stato in cui l’ha trovato.  Così, se si è sposati prima dell’ordine sacro, il matrimonio rimane in piedi insieme all’esercizio del debito coniugale.  Rimasto vedovo, non hai diritto a un nuovo matrimonio, a pena di decadenza dall’esercizio del sacerdozio.
   Tale disciplina vale per tutte le Chiese orientali, comprese quelle in comunione con Roma e, perciò, dette greco-cattoliche.
   Solo che, su queste ultime, la Sede Apostolica romana, ab immemorabili faceva pressione a ché si abbandonasse quest’uso a favore del solo sacerdozio celibatario.
   Maliqart, nel suo articolo, reagiva contro questa indebita pressione e, nel clima conciliare, affermava che quest’aspetto della tradizione orientale era un precisa indicazione per i Padri nel dibattito in atto sul sacerdozio nella Chiesa universale.
   Vero è che, nella fase antepreparatoria del Concilio, un esponente della Curia romana aveva visitato l’Eparca degli Albanesi di Sicilia, ponendo la questione e chiedendo lumi sul come si realizzasse il connubio tra matrimonio e sacerdozio nella stessa persona. Ma l’Eparca, in seguito definito pastor dormiens in un articolo, con foto, di Gustavo Selva, lo mandò da papa Luci, unico prete vedovo della comunità.
   Il monsignore romano si mostrò talmente stranito e ostile alla tradizione arbëreshe, che papa Luci, con bei modi, lo cacciò fuori di casa!
   Quando in Concilio si pose la questione, il Patriarca Maximos non solo non dormì, ma parlando in forbito francese, difese la tradizione delle Chiese orientali e la propose con forza alla Chiesa latina.  Le reazioni furono contraddittorie, ma il Papa, Paolo VI, avocò a sé la decisione.
 
XXX

   L’articolo di Maliqart, pubblicato nell’organo di stampa della più prestigiosa Università pontificia, venne considerato assai sconveniente.
   Il responsabile editoriale venne subito sollevato dall’incarico mentre si dava la caccia alle streghe per individuare l’autore dell’articolo incriminato e espellerlo dalla Facoltà.
   Il suo nome e il suo cognome non figuravano, però, negli elenchi degli allievi.  Si era presa la precauzione di usare uno pseudonimo che, poi, altro non era che la traduzione in altra lingua del nome ufficiale.
   Tra gli alunni corse voce che si trattava di un “greco” siciliano, in buona amicizia con Michele Pennisi, poi divenuto arcivescovo di Monreale.
Sta di fatto che un bel giorno, mentre tra una lectio e l’altra i due si godevano i giochi dell’acqua Virgo a fontana di Trevi, una folta delegazione di studenti siciliani, a colpo sicuro si rivolse al più alto dei due chiamandolo Zef.
   La coperta fu scoperta, ma non arrecò danno a nessuno! Anzi, i siciliani vollero sapere se la tradizione del clero uxorato in uso tra gli arbëreshë fosse uguale a quella della chiesa siciliana durante il periodo bizantino.  La risposta, ovviamente, non poté che essere positiva. 
   Ne nacque una bella amicizia. I siciliani continuarono a chiamare il greco” Zef “, cosa che all’interessato non dispiacque, e lo invitarono a via del Tritone, nella chiesa di S. Maria d’Itria dei Siciliani, dove avevano un proprio sodalizio e si riunivano ogni giovedì pomeriggio.  

XXXI

   Tra le tante chiese “nazionali”, quella dell’Odigitria al Tritone fu il punto di incontro e di cura degli interessi per i siciliani residenti o transeunti nella Città dei papi.  Con la fine del sistema feudale e con l’adozione delle leggi napoleoniche, essa aveva perduto anche l’ultimo degli scopi per cui era sorta: la sepoltura intra moenia degli affiliati.  Ora gli studenti di teologia provenienti dall’Isola ne usavano i locali per occuparsi di … economia.
   Se ne stupì assai il siciliano “greco”, soprattutto quando gli venne presentato il Prof. Vacca della Facoltà di Economia, ospite e animatore dell’incontro.  Tema: Economia e sviluppo del Mezzogiorno.
   I grandi fermenti conciliari spingevano le giovani leve di leviti, prossimi alla cura d’anime, a occuparsi anche dei corpi, e i vescovi siciliani ne assecondavano la sollicitudo rerum socialium, quando addirittura non ne li spronavano. Non così, però, tra i “greci”!
   Il “greco”, infatti, si sentiva preso dai turchi!  La sua tradizione bizantina, incentrata su una ritualità disincarnata, quasi fuori dal tempo, contemplativa ed esicasta, faceva fatica a calarsi nella realtà di fatti concreti che avrebbero inciso nelle carni di uomini e donne in cerca del pane quotidiano.
   Il Professor Vacca, purtroppo, spense subito  le aspettative dei convenuti, affermando che i piani di sviluppo nazionali non prevedevano nessuno sviluppo per il Mezzogiorno.  Ci sarebbero stati solo finanziamenti a pioggia, per servizi: fognature, strade, illuminazione, … acquedotti.
   Con dovizia di cartine e di particolari illustrò le possibilità offerte a ogni Comune della Sicilia nell’attingimento di finanze pubbliche finalizzate alla creazione o al miglioramento di servizi.  Nient’altro.
   Dopo un secondo incontro e una gita fuori porta, gli amici siciliani si salutarono dandosi appuntamento per il nuovo anno.  Ora cominciava la sessione estiva d’esami e poi le vacanze.

XXXII

   Con scrupolosa diligenza, Zef aveva preso nota delle possibilità offerte al suo Comune dal Piano nazionale dei servizi. Riteneva suo dovere avvisarne gli amministratori.
   Quale fu, invece, la sua sorpresa, quando, tornato dai suoi per le vacanze, vide le ruspe già a lavoro?! 
   In un solo giorno, insieme all’antico kjankato della strada, saltarono la fognatura costruita a proprie spese dal nonno, La Pipinu i Karminës, alla fine dell’800 e il tubo di un pollice che  Gnazzino aveva interrato per portare l’acqua in ogni casa.
   In realtà, sia la fognatura che il tubo di un pollice risultavano oramai obsoleti e non più rispondenti ai migliori standard. Subito dopo  i lavori, però, ci si accorse che, insieme ai nuovi allacciamenti, molti dei vecchi erano rimasti in vita, disperdendo nelle viscere della terra il prezioso liquido.
   La cosa ebbe uno strascico tragicomico qualche anno dopo, allorquando, nel piccolo podere di Pinuzzo Conti, a valle del paese, zampillò improvvisa in piena estate, una bella polla d’acqua!  Una vera benedizione per Pinuzzo che teneva un bell’orto, alcune pecore e bianche vacche “sguizzere”.  Ma Pinuzzo era anche l’operatore ecologico comunale, come si dice oggi, e addetto all’apri e chiudi della valvola erogatrice dell’acqua pubblica: aveva preso il posto di Kuridu.
   Nell’accecamento totale della ragione, provocato dalla persistente   mancanza d’acqua, specialmente d’estate, un intero popolo si rivoltò contro Pinuzzo, reo d’aver lasciato aperta, di proposito, la coda, la parte terminale dell’acquedotto!  Pinuzzo rischiava la denuncia, se il Presidente del Comitato non l’avesse salvato convincendo la maggioranza degli aderenti che si trattava di grosse falle vergognosamente lasciate aperte dai “marinisi” quando avevano fatto i lavori.
   Lavori che non si erano limitati a strade, fognature e a nuovi pezzi di acquedotto cittadino. No! Erano andati oltre.  Avevano scombussolato tutti gli accessi alle abitazioni non curando di adeguare la pendenza della strada al piano di entrata di ogni singola porta d’ingresso. Infatti, all’orlatura dei marciapiedi, ancora in pietra Sheshi o di Billiemi, veniva data la medesima pendenza da cima a fondo.  Il primo a farne le spese fu  La Pepi i Pizingrilit che stramazzò a terra mezzo morto per essersi impigliato nella novità …    
XXXIII

   Con l’occasione scomparvero alcuni angoli pittoreschi della cittadina, risalenti all’antica bicocca degli Albanesi della prima enfiteusi(1691-1747)  o forse alla successiva infeudazione ai Gela (1747-1818).
   Scomparve il pollaio di Vo Ghatuca in largo Musacchia, un capolavoro dell’arte di arrangiarsi tra una scala a due rampe e un trabusino a terrazzo. 
   Scomparve l’aia intra moenia di Zu Shaverio Parli, il padre di Tanuci i Shpallinit.  Era uno spiazzo a semicerchio davanti casa, chiuso da un muro di contenimento, quasi un torrione senza merli.  Con l’asino o a mano, Zu Shaverio vi pestava ogni sorta di granaglia e di legume che produceva nella sua piccola chiusa.
   Scomparve anche la “casa solerata” dei Kuatroqi con la bella gradinata esterna, diligentemente segnalata nel contratto di enfiteusi ai Gela.
   Ma, terribile dictu, scomparve pure la fontana del 1895!
Così: una ruspa la parò davanti e la sradicò dalle fondamenta. I conci biachi di Sheshi saltarono come saltano i denti quando ti danno un pugno sul grugno all’improvviso.  Ora il frontone di recupero senza la conca originale e montato senza slancio ascensionale, pare lo spettro di se stesso.
   Il “vezzo” di far piazza pulita si sarebbe ripetuto in diverse altre occasioni: i lastroni della vasca della fontana distrutta, ricomposti altrove, sparirono di notte senza che nessuno ne rincorresse le tracce; nel restauro di Paghaci i don Nelit, Palazzo Musacchia, dal piano nobile sparì la porta di ferro bombata e corazzata a protezione dalle scorribande del periodo garibaldino; nell’allargamento del viale Scanderbeg, subito dopo la Croce dei Missionari, sparì la scarpata di pietra Sheshi; nel rifacimento della seconda parte di via Palermo, dalla strada di Gamillo al poggio della S. Croce, sono appena spariti oltre 1.500 metri di orlatura e cunetta sempre in pietra Sheshi che si sarebbero potuti utilizzare per il rifacimento della piazza principale del paese.
  Tutta roba di pregio che non va a finire in discarica, ma si tramuta in soldoni per…
  Si licet parva magnis comparare, qui come a Gerusalemme non resterà pietra su pietra!  Ma rimane la “francigena”, una bella foglia di fico a copertura delle vergogne. 

  Per lo scempio della fontana, il Sindaco disse che bisognava rendere rotabile la strada! 
  Era l’inizio della fine: i tempi di Pilaqi inesorabilmente tramontati, qui come altrove. 
  L’Italia entrava nel tunnel del malaffare istituzionalizzato che avrebbe lambito anche Santa Madre Chiesa.