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mercoledì 17 giugno 2015

Uomini, fatti, eventi. Come li ricordiamo oggi

17 Giugno
In quel 17 giugno del 1982 vene trovato impiccato a Londra il banchiere italiano Roberto Calvi, sotto ilBlackfriars Bridge (Ponte dei Frati Neri) sul Tamigi in circostanze sospette, con dei mattoni nelle tasche e 15.000 dollari addosso. 

Si trova anche un passaporto con le generalità modificate in “Gian Roberto Calvini” e un foglio con annotati i nominativi di alcuni industriali e politici italiani.

La magistratura inglese liquiderà la morte di Calvi come suicidio, come affermato da una perizia medico-legale. Sei mesi dopo, la Corte Suprema del Regno Unito annullerà la sentenza per vizi formali e sostanziali ed il giudice che l’aveva emessa verrà incriminato per irregolarità; il secondo processo britannico lascierà aperta sia la porta del suicidio, sia quella dell’omicidio.

E’ l’epilogo di una travagliata avventura finanziaria, cominciata laddove era finita quella di un altro banchiere, Michele Sindona. Ad accomunare i due, oltre all’iscrizione alla Loggia P2, le loro capacità professionali nel sistema dei mille incroci societari, la politica delle “scatole vuote” acquistate e poi rivendute.
Nel 1975 Roberto Calvi diventa presidente del Banco Ambrosiano. Per impadronirsene completamente, crea una rete di strutture ad hoc, formate da filiali off shore alle Bahamas, holding in Lussemburgo, società pirata in Centro-America e casseforti in Svizzera. Nel corso degli anni Calvi crea così un impero, giovandosi soprattutto dei suoi legami piduisti e delle entrature che possiede in Vaticano attraverso lo IOR di monsignor Paul Marcinkus, che si sviluppa a dismisura e che diventa punto nodale non solo del riciclaggio dei soldi sporchi della criminalità organizzata, ma anche per operazioni internazionali di vario spettro: dal traffico d’armi per la guerra delle Falkland-Malvine al sostegno della dittatura di Somoza in Nicaragua, fino al finanziamento del sindacato cattolico polacco Solidarnosc, tanto caro a papa Giovanni Paolo II.
Ma il gioco delle scatole vuote di Roberto Calvi non dura a lungo. Nel 1981, travolto dal fallimento del Banco Ambrosiano, Calvi viene arrestato. Appena scarcerato, fugge all’estero nel tentativo di salvare un impero in disfacimento con il sistema del ricatto politico: un’operazione che non gli riuscirà. Qualcuno gli legherà un cappio attorno al collo. Il suo corpo verrà trovato, penzolante dal traliccio di un ponte, macabra messinscena di un suicidio che in realtà è solo un delitto di potere.
La frase “Il Banco Ambrosiano non è mio, io sono soltanto il servitore di qualcuno.” pronunciata da Roberto Calvi durante il processo per reati valutari ha lasciato molti dubbi sugli eventi.
In un processo in Italia, nel marzo 2007, il pm Luca Tescaroli, al termine della sua arringa conclusiva, aveva chiesto l’ergastolo per Pippo Calò, già considerato il “cassiere” della mafia, per il “faccendiere” Flavio Carboni, per Ernesto Diotallevi, ritenuto uno dei boss della Banda della Magliana, e per il contrabbandiere Silvano Vittor con il seguente capo d’imputazione:
« Gli imputati, avvalendosi delle organizzazioni di tipo mafioso denominate Cosa nostra e camorra, cagionavano la morte di Roberto Calvi al fine di: punirlo per essersi impadronito di notevoli quantitativi di denaro appartenenti alle predette organizzazioni; conseguire l’impunità, ottenere e conservare il profitto dei crimini commessi all’impiego e alla sostituzione di denaro di provenienza delittuosa; impedire a Calvi di esercitare il potere ricattatorio nei confronti dei referenti politico-istituzionali della massoneria, della Loggia P2 e dello Ior, con i quali avevano gestito investimenti e finanziamenti di cospicue somme di denaro ».
Ma nel giugno dello stesso anno la Corte di Cassazione assolse completamente i quattro, ritenendoli estranei e non coinvolti o coinvolgibili ai fatti accaduti.
Ma Calvi era un uomo potente: dal suo uffico del Banco Ambrosiano era diventato il massimo comun denominatore di Mafia, Vaticano e Politica e per anni, come un abile burattinaio, aveva tirato i fili della finanza italiana.
Emblematiche dei suoi rapporti con il Vaticano sono queste parole di Calvi in una lettera a Giovanni Paolo II, quando ormai si sentì abbandonato da tutti:
« Santità sono stato io ad addossarmi il pesante fardello degli errori nonché delle colpe commesse dagli attuali e precedenti rappresentanti dello IOR, comprese le malefatte di Sindona…; sono stato io che, su preciso incarico dei Suoi autorevoli rappresentanti, ho disposto cospicui finanziamenti in favore di molti Paesi e associazioni politico-religiose dell’Est e dell’Ovest…; sono stato io in tutto il Centro-Sudamerica che ho coordinato la creazione di numerose entità bancarie, soprattutto allo scopo di contrastare la penetrazione e l’espandersi di ideologie filomarxiste; e sono io infine che oggi vengo tradito e abbandonato… ».