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martedì 16 giugno 2015

Hanno detto ... ...

ENRICO MENTANA, direttore del tg La7
Ho sempre odiato la retorica dei buoni sentimenti, la pedagogia da racconto mensile del libro Cuore, la malacarità che fa più danni della grandine. Ma la sta soppiantando una retorica ancor peggiore, quella ribalda dei cattivi sentimenti, l'ostentazione dell'egoismo, l'ideologia del "me ne frego". Tra Mafia Capitale e la questione immigrati si è letto, visto e sentito di tutto. E i commenti sono perfino peggio dei fatti. Si ruba a due mani, con la destra e con la sinistra, si lucra su ex detenuti, migranti e minori, si specula sulle idee politiche e sul sistema cooperativo, sull'accoglienza, sulle malattie che porterebbero i rifugiati, sulla sicurezza, su tutto. Il sonno profondo della politica genera mostri sempre più orrendi, e gli altri stanno fermi, irretiti o impotenti. È il contagio che temo di più

GIANFRANCO SCALAS, Generale in pensine, già portavoce della missione italiana “Antica Babilonia”

“Sono proprio preoccupato con questa storia di personaggi politici molto impegnati a salvare l’Italia dagli immigrati”
“Oggi un presidente di Regione, Maroni, afferma in tv, senza alcuna remora, che la scabbia è malattia grave. Grave, anzi gravissimo è l’atteggiamento di chi con parole al vento crea allarmismi. Gli acari più pericolosi sono in Italia. Non si crea becero allarmismo utilizzando il dramma degli immigrati. Il problema va risolto con piani che non hanno saputo né pensare né tanto meno cercare”.


ALBERTO BENZONIgiornalista, storico e politico 
In un Paese normale, la scelta delle persone e, quindi, anche il giudizio sulla loro “presentabilità” spettava ai partiti. Ed era un diritto che avrebbero dovuto rivendicare con forza. Delegare questo compito alla Commissione antimafia ha avuto queste tre conseguenze perverse: deviare, diciamo così, la Commissione stessa dal suo compito centrale, quello di analizzare il fenomeno della criminalità organizzata indicando le strategie per combatterla; costringere i suoi verdetti in una tempistica tale da non aiutare i partiti nella preparazione delle liste, finendo così con il giudicare ex post il loro operato; e, infine, valutare la “presentabilità” sulla base delle sentenze, con il risultato di presentare al Paese una situazione di tipo svedese: quattordici impresentabili su migliaia di candidati…
In un Paese normale non dovrebbe essere consentito allo stesso De Luca di insultare con toni e argomenti da codice penale una persona che ha semplicemente adempiuto al proprio dovere, nel silenzio imbelle del partito di appartenenza.
In un Paese normale, infine, non potrebbe mai accadere che amministrazioni, come quelle siciliane, nate sull’impegno della lotta alla criminalità organizzata vengano regolarmente impiombate da accuse di collusioni con la medesima. O che il capo del governo eroghi sanzioni politiche in funzione non in base alla natura dei comportamenti, ma dei tempi in cui sono avvenuti e dell’appartenenza politica.
L’immagine complessiva è quella di un sistema impazzito. Nei suoi comportamenti. Ma anche nella rappresentazione di sé medesimo.
Doveroso, allora, fermarsi e riflettere nella consapevolezza che la responsabilità di questo impazzimento, come vedremo, non è del Fato. E nemmeno del Maggiordomo.