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venerdì 19 giugno 2015

Debito pubblico. Il governo disattento

Il debito pubblico italiano corre verso l'alto e brucia record su record.
A maggio l'indebitamento dell'Italia ha raggiunto quota 2.194,5 miliardi di euro, un aumento di 10 miliardi rispetto al mese precedente.
Sono soprattutto le amministrazioni centrali ad aumentare il loro livello di indebitamento (9,9 miliardi in più soltanto tra aprile e maggio), mentre il patto di stabilità ha costretto enti locali  ed enti previdenziali a essere virtuosi.
Stando alle intenzioni del governo a fine anno il suo rapporto debito-Pil sara' portato al 132,5%. Oltre 70 punti rispetto a quanto previsto dai trattati europei.
L'ultimo Documento di economia e finanza ha previsto che l'indebitamento crescerà in termini nominali fino al 2019, quando arriverà a 2.218,2 miliardi di euro.
 Come spiegare tanta incoscienza ?
Il governo di Renzi spera mese dopo mese che arrivi la ripresa e se aumenta il Pil deve diminuire il relativo rapporto. Ma di ripresa economica non si intravede pero' alcun segno.

In tre anni sono stati riconosciuti ai creditori 318 miliardi di euro ed ovviamenye mancano i fondi per gli investimenti.

Le società di rating continuano a tenere basso il giudizio sulla stabilità italiana - cosa che poi si ripercuote sulle nostre aziende quando sono a caccia di denaro - mentre l'Unione europea da almeno un quinquennio impone a Roma politiche di rigore.
Per non parlare dell'approccio schizofrenico della nostra politica finanziaria: l'Italia infatti si finanza sia attraverso un'alta tassazione sia con un eccessivo ricorso ai mercati. In quest'ottica non investe in strumenti per la crescita e prova a tenere i conti in ordine con interventi di rigore, in grado però soltanto di depotenziare la ripresa.
L''eccessivo indebitamento porta con sé altre incertezze sul futuro italiano. Innanzitutto il nostro Paese - come dimostra l'estate calda del 2011 - non è in grado di difendersi dalla speculazione, quando ci sono turbolenze finanziarie.
 Nelle ultime settimane l'allungamento nelle trattative tra la Grecia e l'ex Troika, lo spread tra Bund e Btp decennali è salito progressivamente verso i 150 punti, dopo essere tornato verso quota 100 nei giorni in cui Mario Draghi ha dato il via al suo Quantative easing.
In attesa poi di capire le conseguenze del caos greco, non è mancato chi ha criticato le capacità del Tesoro di interloquire con i mercati.
Come dimostra l'affaire derivati, dopo che i governi precedenti (soprattutto quello Ciampi) avevano sottoscritto questi contratti per 159 miliardi per proteggersi da rischi come l’oscillazione delle valute o dei tassi d’interesse.
Soltanto dal 2011 al 2014, lo Stato italiano ha visto un aggravio del proprio debito di 16,95 miliardi di euro proprio per le clausole onerose di quei contratti.
Secondo le opposizioni, Movimento 5 stelle in testa, l'esecutivo oltre a non garantire trasparenza su questo fronte, avrebbe pagato più del dovuto proprio per l'incapacità a rinegoziarli.
Ma dal Tesoro si è subito fatto sapere che cancellare questi derivati (anche perché stipulati con grandi istituti come Bank Of America, Barclays, Bnp Paribas, Citibank, Credit Suisse, Deutsche Bank, Goldman Sachs, Hsbc, Ing, Morgan Stanley, Nomura, Ubs) costerebbe almeno 41 miliardi di euro.