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domenica 10 maggio 2015

Zef Chiaramonte ed il suo libro di poesie arbëreshe: Vulë uji (Marca d'acqua)



 dalla  Presentazione del Prof. Italo Costante Fortino

     La letteratura arbëreshe fin dalle origini ha dimostrato di essere un robusto pilastro identitario della comunità minoritaria, in un contesto in cui la cultura ospitante  esercitava una forte attrazione per il suo elevato prestigio.
     Nel Settecento Nicolò Chetta, rettore del Seminario greco-albanese di Palermo, centro di formazione religiosa culturale e politica degli arbëreshë di Sicilia, soprattutto per coloro che aspiravano a diventare sacerdoti di rito greco, inaugurava gli studi etnoantropologici con metodo pluridisciplinare sulla popolazione albanese - in lingua italiana - ma creava anche originali composizioni poetiche in cui metteva a prova la consistenza linguistica dell’albanese dell’epoca.
     In contemporanea Giulio Varibobba, anche lui rettore ma del Collegio “Corsini” di S. Benedetto Ullano, in Calabria, affermava la poesia albanese con straordinari picchi estetici che gli avrebbero procurato il riconoscimento di “poeta nato”. Questi due personaggi aprivano, in maniera lodevole, la strada alla letteratura albanese in  Italia, foriera di più incisivi successi soprattutto nel secolo successivo, quando gli scrittori arbëreshë, e soprattutto gli autori di opere letterarie, davano alla letteratura un posto rilevante nel dibattito politico culturale, tanto per la rinascita della civiltà degli albanesi d’Italia, quanto per il recupero della coscienza nazionale in Albania, nel momento in cui era necessario emanciparsi dalla dominazione della cultura e della politica turca e musulmana.
     La letteratura, dunque, rivestiva un ruolo che andava al di là del suo valore estetico, in quanto dava consistenza all’identità albanese, minacciata, in Italia, dall’assorbimento nella cultura prestigiosa italiana, e in Albania, dalla sopraffazione da parte  della cultura turca e poi dalle mire politiche degli Slavi al nord e dei Greci al sud.
     Sorgevano voci letterarie di prim’ordine nel quadro della storia della letteratura albanese: G. De Rada, G. Serembe, G. Dara, A. F. Santori, G. Schirò; una pleiade di intellettuali che avrebbero segnato una tappa importante nel percorso di formazione e affermazione della nazionalità albanese, intesa nell’accezione più ampia.
     Due opere emblematiche, I canti di Milosao di G. De Rada e Kënga e sprasme e Balës di G. Dara riportavano gli arbëreshë alle origini, al XV secolo, allo stato dell’Albania prima delle invasioni turche e alle inquietudini delle emigrazioni nel Regno di Napoli e di Sicilia. Con esse i due autori rinnovavano la memoria storica atta a orientare il presente che si consolidava giorno dopo giorno nel coinvolgimento dei soggetti politici più sensibili, a livello nazionale e internazionale: una nuova era prospettavano gli intellettuali arbëreshë  nell’Ottocento con la loro opera creativa poetica, con gli scritti di ogni genere e con l’impegno politico e sociale.
     Un secondo risveglio della consapevolezza del proprio patrimonio orale e colto, letterario, linguistico, gli arbëreshë l’hanno vissuto e continuano a viverlo dal secondo Dopoguerra ad oggi. Dopo i primi sussulti dati dalla rivista di E. Koliqi Shêjzat (Le pleiadi), dove sono apparse le prime composizioni poetiche originali di una nuova fase, sorsero altri organi di stampa periodica che hanno risvegliato la coscienza e la consapevolezza che un mondo culturale, ricco di storia e di letteratura, meritava più concreta attenzione.
     La concretezza di queste brevi considerazioni ci induce a ricordare i principali artefici di questa nuova stagione letteraria che va a consolidare una tradizione ricca e qualitativamente consacrata dalla critica più attenta:
V. Ujko (1918-1989), D. Vetmo (1914-1999), L. Perrone (1920-1984), F.  Pace (1925-1999), G. Del Gaudio (1921-2011), E. Scutari (1926-), C. Candreva (1931-1982), C. Rocco (1925-2002), V. Goletti Baffa (1924- 2009), P. Napolitano (1931-), V. Borrescio (1927-1995), G. Schirò Di Modica (1938-), L. De Rosa (1944-), G. Schirò Di Maggio (1944-), V. Belmonte (1943-), V. Bruno (1947-), F. Fusca (1948-),  Buzëdhelpri (1950-), P. Renda (1955-2014),  K. Zuccaro (1955-), Z. Kakoca (1957-), M. Bellizzi (1957-), M. La Luna (1967-).
     A questi autori oggi va ad aggiungersi il nome di Zef Chiaramonte, noto al mondo arbëresh per i suoi interventi sulla cultura orale e colta tanto degli arbëreshë quanto degli albanesi d’Albania e della Kosova. Una raccolta di fresche e interessanti liriche, dal titolo Marca d’Acqua – Vulë uji, si inserisce in questo flusso creativo della letteratura contemporanea degli arbëreshë e ne arricchisce le tematiche e le forme, interpreta la cultura attraverso le immagini del vissuto personale, osserva l’evolversi della cultura della minoranza in un momento singolare e inedito rispetto al passato, e conferma la fiducia nell’uomo e nella comunità di appartenenza. Questa raccolta rappresenta la sintesi di un percorso durato svariati anni che hanno visto l’autore operare riflessioni attinenti alla consistenza della cultura arbëreshe e  al suo continuo evolversi.
     Consapevole, l’autore, che ogni contributo reso pubblico con la scrittura diventa patrimonio della comunità minoritaria che se ne appropria, ha voluto dare quest’altro contributo che si ascrive alla creatività letteraria perché ha sentito ribollire nel cuore e nella mente sensazioni, emozioni, impressioni estemporanee e soggettive, ma ha sentito anche riconfermarsi ed emergere consolidati motivi culturali, arbëreshë e shqiptarë, che nella loro entità storica riescono a commuoverlo trasformandosi in vibrazioni che animano le immagini della sua poesia.
     Le liriche diventano ancor più suggestive quando, appunto, contemplano con la stessa intensità di sentimento quel che è simbolo della propria esperienza personale e quel che è immagine di luoghi pregnanti di ricordi comuni, di storia comune, di riferimenti comuni. Nel profondo dell’immaginario personale, sulla sedimentazione della cultura di appartenenza, espressa nel verso Arbëria e Sicilisë, la poesia abbraccia mondi culturali vicini e distanti, vissuti con rara sensibilità, costellanti un’area che si estende a tutto il Mediterraneo e che spazia sulla traiettoria della storia e sulla constatazione degli impulsi del presente.
     Risuonano gli echi dell’antica Aquileia, testimonianza di una ricca civiltà religiosa, che ancora oggi riesce a suggerire la trama dell’interpretazione storico-culturale; così come splende lo sfavillio delle tessere mosaiche di Istanbul, luogo di apertura a mondi sconosciuti, sommersi dalle contraddizioni di più culture.
                                   L’immagine della confluenza di più culture, tinteggiata da una
                           pennellata tratta da un verso di un grande autore contemporaneo
                          kosovaro, concorre a    interpretare la personalità del poeta, che
                              diventa simbolo dell’umanità che ha segnato la storia nel dispiegarsi del tempo, quel tempo che si vorrebbe fermare per riappropriarsene e riviverlo, forse, più consapevolmente.
     Le culture, però, possono considerarsi morte se non sono animate dall’intensità del sentimento con cui l’uomo le vive: solo in questo caso diventano ricche di suggestioni, di attrazioni, di una magica energia che le vitalizza. La vitalità delle culture, e della cultura propria in particolare, è tutta presente nella visione del poeta e nelle liriche che ora egli presenta all’attenzione del pubblico.
     E nella visione del poeta è l’amore che riscatta l’uomo dalle contraddizioni della propria esperienza e da quelle della storia, sia che esso si realizzi nella contemplazione della natura, sia che si compenetri nello stato degli altri esseri, sia che si fondi nella persona amata. Immagini terse e sentimenti cristallini scorrono tra i versi che sono un omaggio a questo grande sentimento.
     L’ottimismo domina la visione del poeta, trova nella poesia la motivazione estetica per appropriarsi delle sensazioni emergenti dal visibile ma anche dall’extrasensibile: la poesia diventa motivo di contemplazione di quel “bello” che affascina la mente e il cuore dell’individuo, divenendo intuito lirico rasserenante.
     Come la gran parte delle opere degli  autori arbëreshë, anche questa raccolta si presenta bilingue, in albanese e italiano. E’ nota la problematica   della scelta linguistica presso gli arbëreshë: alcuni autori scelgono di scrivere nella parlata arbëreshe locale, altri in una koiné tra le parlate e la lingua d’Albania, infine un terzo gruppo di autori si esprime nella lingua standard nazionale albanese.  La scrittura di Chiaramonte rispecchia sostanzialmente lo standard della lingua albanese, con qualche concessione a forme lessicali e talora anche morfologiche delle parlate arbëreshe.
     Con questa raccolta di liriche un’altra tessera interessante, dai colori vivaci e splendenti, si aggiunge al patrimonio letterario degli albanesi d’Italia che da più di cinque secoli, anche attraverso l’arte letteraria, hanno saputo conservare forti legami con la terra madre d’Oltre Adriatico.

                                                              Italo Costante Fortino
                                                                                              Università di Napoli “ l’Orientale”

OI  TOΠOI                                                       

pietre di confine
invalicato
luoghi dei nostri incontri
Arberia di Sicilia
lago cavalli icone e papás
Roma così bella quella sera
già nemica l’indomani
Orvieto
Trieste
dolcissima Aquileia
di là le porte dell’Oriente

bianche città
bellissime
di mura e di merli
cintate 
dallo sciabordio del mare
lambite
tra Bisanzio e Stanbull
sospese
e tra nubi che
in alto giocano come agnelli *
sempre sognerò
e Te

se il fato ci divise
chi fermò la corsa
il tempo
il tempo vorrei fermare
farlo tornare indietro


OI  TOΠOI                                                       

pietre di confine
invalicato
luoghi dei nostri incontri
Arberia di Sicilia
lago cavalli icone e papás
Roma così bella quella sera
già nemica l’indomani
Orvieto
Trieste
dolcissima Aquileia
di là le porte dell’Oriente

bianche città
bellissime
di mura e di merli
cintate 
dallo sciabordio del mare
lambite
tra Bisanzio e Stanbull
sospese
e tra nubi che
in alto giocano come agnelli *
sempre sognerò
e Te

se il fato ci divise
chi fermò la corsa
il tempo
il tempo vorrei fermare
farlo tornare indietro