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giovedì 2 aprile 2015

Il caso D'Alema, che fosse garantista nessuno lo sapeva. E' proprio vero: garantisti si diventa quando in gioco c'è la propria pelle

Massimo D'Alema è furioso: denuncerà tutti, "organi di stampa, televisioni e radio, singoli giornalisti". Tutti quelli che "si sono esercitati a dire cose false e palesemente diffamatorie" nei suoi confronti.
 Li vuole "denunciare", querelare, subito, "da oggi". E' indignato e amareggiato: la possibilità che qualcuno pensi che si sia potuto vendere "per duemila bottiglie di vino" è una cosa non solo "bizzarra" ma "francamente offensiva". Soprattutto laddove "c'è un sindaco - ricorda - che viene accusato di avere avuto un tangente, non so se sia vero, di 320mila euro". 
C'è una palese sproporzione, dice, tra il clamore suscitato dalle intercettazioni di una persona non indagata e i fatti oggetto dell'indagine. Questione che chiama in causa l'utilizzo delle intercettazioni di persone non indagate che "vengono chiamate in causa per vicende cui sono del tutto estranee, con evidente esclusivo scopo di promuovere delle campagne diffamatorie" o per suscitare clamore attorno ad inchieste che altrimenti non finirebbero sulle prime pagine dei giornali. E visto che "il buon senso sembra non essere sufficiente ad arginare una campagna scandalistica che produce danni", non gli resta che affidarsi alle carte bollate per tutelare la sua onorabilità. I suo legali sono già sul piede di guerra. Nel mirino, per cominciare, il Corriere della Sera che "ha attribuito in maniera del tutto impropria al nostro assistito di aver ricevuto, attraverso una serie di bonifici, l'importo di 87.000,00 euro". Ma D'Alema, precisano, "non ha personalmente ricevuto alcunché dalla cooperativa CPL Concordia, né direttamente né indirettamente". Il secondo a finire nel mirino è il giornalista di Virus, Filippo Barone.
C'è folla di giornalisti, fotografi, telecamere. L' ex presidente del Consiglio si 'concede', con evidente irritazione e diffidenza, al fuoco di fila di domande sull'acquisto dei vini: "Lei ha detto che ho venduto il vino durante una convention del Pd, come si chiama lei, scusi? Devo trasmettere al mio avvocato questa informazione. Avrà una denuncia", si scaglia contro il giornalista. Si morde le labbra e gelido cambia argomento quando un altro cronista gli chiede come mai abbiano chiamato la Fondazione per parlare del vino. "La prego di mandare questa registrazione" chiede poi al cronista di Virus. Più tardi d'Alema si dirà dispiaciuto per essersi "arrabbiato con un vostro collega", ma intanto è accontentato: il video rimbalza on line e si scatena il finimondo. Interviene il sindacato della stampa, l'Ordine dei giornalisti: minacciare querele, dicono, è un errore. Interviene anche l'Anm che rivolge al contrario un appello alla stampa chiedendo di "fermare l'attenzione sui fatti gravi di corruzione che stanno emergendo, non sulle polemiche". 
Interviene, chiamato in causa proprio dall'ex premier, il vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini ("il presidente D'Alema pone un tema serio, quello della riservatezza e dell'onorabilità delle persone non indagate") che torna ad invocare un intervento legislativo. Tema caldo su cui si scatena la bagarre politica. "Si continua a parlare delle intercettazioni su D'Alema ed è questa la migliore dimostrazione che in questo caso D'Alema ha stra-ragione" commenta il presidente dell'assemblea Pd Matteo Orfini. La deputata di Fi, Gabriella Giammanco, accusa il Pd di "doppia morale" e la collega Elvira Savino ironizza: "con una buona dose di opportunismo Massimo D'Alema oggi si scopre garantista". Caustico il direttore de il Giornale, Alessandro Sallusti: "gli sta bene, chi di intercettazioni ferisce di intercettazioni perisce" e il consigliere di Berlusconi, Giovanni Toti, è tagliente: le intercettazioni usate a sproposito fanno male alla giustizia? "D'Alema poteva accorgersene prima..".
(Ansa)