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mercoledì 15 aprile 2015

Hanno detto ... ...

GIANFRANCO SABATTINI, giornalista di materia socio-economica
La società giusta
Tutte le tesi che riguardano il concetto di “società giusta”, afferma Sandel, ruotano intorno a tre idee fondamentali, non sempre riconducibili ad unità; esse concernono: 
-l’accrescimento del massimo benessere inteso in senso lato, 
-il rispetto della libertà di agire e di scelta e la promozione di comportamenti virtuosi a sostegno della solidarietà e della cittadinanza.
Ognuna di queste idee, singolarmente considerate, dispone di larghe condivisioni ed ognuna consente di definire la giustizia secondo modalità diverse. La definizione formulata con riferimento al libero mercato “coinvolge” due delle idee prima considerate, ovvero quelle riferite al benessere e alla libertà. 
In pro del libero mercato, si sostiene che questo promuove il benessere della società nel suo insieme, in quanto fornisce il sistema degli stimoli adeguati a motivare i componenti della società a rendere disponibili i beni ed i servizi di cui si ha bisogno. Si sostiene anche che il libero mercato, per funzionare in modo efficiente ed efficace, ha bisogno che coloro che in esso agiscono siano liberi di comportarsi e di scegliere come meglio credono.
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Se la società giusta è quella forma organizzativa del vivere insieme idonea a garantire quanto è necessario perché tutti siano liberati dal bisogno, occorre stabilire come la società deve distribuire tra tutti i suoi componenti le “cose” che hanno un valore: non solo il prodotto sociale (ovvero il reddito) e la ricchezza disponibile, ma anche i doveri e i diritti, il potere e le opportunità, le cariche e gli onori, dando il “dovuto” a ciascuno. Le difficoltà sorgono allorché deve essere risolto il problema di “cosa” è dovuto e “perché” è dovuto. La soluzione di tale problema implica tre diverse concezioni di giustizia. 
La prima concezione afferma che una società giusta implica che sia assegnato il massimo di benessere possibile al maggior numero possibile di soggetti; la seconda, che sia assegnata a tutti la massima libertà di scelta per conseguire il massimo di benessere privato possibile; la terza, che sia resa massima la virtù civica perché sia reso massimo il senso della comunità e, a tal fine, siano contrastate quelle concezioni della “buona vita” limitate solo alla sfera del privato.
La filosofia e il pensiero politico moderni, al contrario della politica, sottolineano l’importanza di quest’ultima concezione della giustizia, perché la considerano quella più consona a contenere, o a rimuovere, le ineguaglianze nella distribuzione del benessere, considerate coma causa di affievolimento della solidarietà sulla quale è fondato il concetto di cittadinanza, proprio di una società democratica. Le ineguaglianze di benessere devono essere rimosse o contenute per evitare che “ricchi” e “poveri” vivano esistenze separate; se questa condizione dovesse approfondirsi e consolidarsi sarebbero inevitabili due conseguenze negative, tra loro interagenti, per la società democratica: una fiscale ed un’altra politica. Se dal punto di vista fiscale, i servizi pubblici si deteriorano, perché i “ricchi” diventano meno propensi a conservarli efficienti con il gettito delle loro tasse nelle casse erariali; dal punto di vista politico, le istituzioni pubbliche aventi la funzione di luoghi di apprendimento non formalizzato delle virtù civili (scuole, parchi gioco, palestre, centri ricreativi, ecc.) si svuoterebbero, rendendo difficile la solidarietà e la conservazione del senso comunitario su cui si fonda la cittadinanza democratica.
Le disuguaglianze sociali, perciò, hanno un effetto corrosivo sulla virtù civile sottostante la conservazione della società democratica; una conseguenza negativa della quale, irresponsabilmente, non tengono conto, né i conservatori fervidi sostenitori del libero mercato, né spesso i progressisti perché prevalentemente propensi ad assicurare presuntivamente una buona vita attraverso una pura e semplice ridistribuzione del prodotto sociale (ovvero del solo reddito). Infatti, una politica del bene comune, limitata a ricostruire l’”infrastruttura” della vita civile fondata unicamente sulla ridistribuzione reddituale, considererebbe quest’ultima, in luogo della vita civile, come suo obiettivo primario. In questo modo, sarebbe sicuramente migliorato e allargato l’accesso al consumo privato, ma sarebbe trascurata il bene comune della cittadinanza.
Lo sforzo, perciò, di concentrarsi sulla rimozione delle disuguaglianze e sui modi per ridurle potrebbe, forse, suscitare l’interesse dei conservatori per la società giusta, che il confronto continuo sulla ridistribuzione del solo reddito non riesce a suscitare; lo sforzo, così orientato, servirebbe a far risaltare lo stretto rapporto che esiste tra giustizia distributiva in astratto e bene comune; in fin dei conti, riesce quasi impossibile pensare che i conservatori non siano consapevoli che i “frutti” del loro egoismo sarebbero destinati a vanificarsi se il “contesto di fatto”, la società giusta, all’interno della quale quei frutti possono conservare il loro valore, non fosse realizzato e conservato. Di conseguenza, una politica impegnata a potenziare la virtù civile non è solo un ideale di maggior respiro rispetto a misure pubbliche in grado di affievolire lo scontro sociale sulla distribuzione del solo reddito; essa è anche il presupposto per una più condivisibile società giusta.