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martedì 17 marzo 2015

Flash sulla nostra Storia

Gli arbëreshe che arrivarono in Sicilia
Riscoprire la Storia

Nella seconda metà del quattrocento tutto l'entroterra della Sicilia Occidentale (ciò che ricadeva della vasta diocesi monrealese e nella Val di Mazara) era destinato in prevalenza alla pastorizia. Dominavano ovunque i grandi allevamenti baronali e questi prevalevano sulle masserie. 
Le masserie erano le aziende agrarie orientate alla cerealicoltura.
Grandi estensioni di terre adiacenti a tutto il corso del Belice erano disabitate e grazie allo scarso numero di lavoratori che il sistema degli allevamenti estensivi richiedeva, la pastorizia sopportava meglio dell'agricoltura le conseguenze dello spopolamento e gli alti salari reali in vigore nell'isola.
La mancanza di colture e di alberi domestici era la conseguenza della lunga crisi demografica che durava dal Trecento, dal dopo guerra del Vespro, e aveva portato alla scomparsa di quasi tutti i casali dell'entroterra siciliano e del monrealese in particolare. 
Nella metà del quattrocento non esistevano questi paesi che oggi sono limitrovi al territorio di Contessa: Menfi, Santa Margherita Belice, Montevago, Poggioreale, Salaparuta, Camporeale, Roccamena, Campofiorito.
Alcuni storici stimano il crollo di popolazione dal periodo che decorre dalla guerra del Vespro al 1434 attorno al 60%. 
Si spiega così lo sviluppo dell'economia agricola estensiva che si accentrò nelle attività fondamentali delle mandrie e delle masserie.

Tempo fà un amico che vive a Sciacca ebbe modo di mostrarmi elementi documentali che evidenziavano come nel Quattrocento/Cinquecento squadre di calabresi venivano per la mietitura e la zappatura fino nei territori della Valle di Mazara  e si fermavano pure per coltivare i vigneti di Sciacca. Quei calabresi si fermavano in zona pure per svolgere i lavori di muratura. 
I baroni di quest'area di Sicilia si accollavano quei costi di manodopera pur di tentare di mettere a coltura gli sterminati feudi.

Quello sopra descritto è il contesto entro cui i Baroni (e pure i Monasteri ecclesiastici)  chiamarono nella Sicilia Occidentale grossi gruppi di Albanesi e di Epiroti che, scappati dalle loro terre invase dai turchi, si ammassavano nelle Puglie e in Calabria.
I Baroni, sia laici che ecclesiastici, promettevano e si accordavano perchè venissero ripopolati vecchi casali disabitati o per fondare nuovi insediamenti.
Assursero ad Università (oggi diremmo Comuni autonomi), dopo decenni di lavori edilizi e di accordi non sempre mantenuti,
-Palazzo Adriano (1482)
-Biancavilla (1488)
-Piana dei Greci (1488)
-Mezzojuso (1501)
-Contessa (1520)
-S. Michele di Ganzaria (1534)

In quel contesto in cui i Baroni cercavano di saziarsi di manodopera a buon mercato arrivata dagli antichi territori dell'Impero Romano d'Oriente (i bizantini), oltre agli albanesi e agli epiroti furono disponibili sul mercato del Regno di Sicilia anche greci giunti dal Negroponte. 
Dagli storici questo gruppo comunitario fu generalmente ignorato pur vivendo già nel 1488 presso il castello di Migaido, vicino Tusa "in quisa solitudine" dove "non chi è altra habitacioni", avendo ottenuto dal marchese di Geraci, allora signore del luogo, di potere seminare per il suo sostentamento (fare parasporo) senza pagare terraggio (canone in natura)  e senza essere soggetto ad angherie.

Abbiamo riferito che a richiedere quegli immigrati greco-epiroti oltre che i Baroni laici furono anche i Baroni ecclesiastici. L'Arcivescovo di Monreale concesse, ad esempio, le terre della Piana agli arbëreshe e non bastandogli quella manodopera accolse pure immigrati operai dalla Spagna che svolgevano qualsiasi attività nei vasti feudi di cui disponeva: giardinieri, garzoni di stalla, mulattieri, zappatori.
Si trattava in quel XV secolo di un mondo di lavoratori subalterni di cui la Sicilia aveva estremo bisogno.