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mercoledì 25 febbraio 2015

Nel freddo febbraio quando tutto sembra riposare, l'inverno già apparecchia il rifiorire della natura

Nel freddo febbraio quando tutto sembra riposare, l'inverno già apparecchia il rifiorire della natura.
Anche un forzato anno sabbatico ti rende spettatore attento del lento fluire della vita.
Altri con dissimulate ansie appaiono non più frenetici automi ma solitudini empatiche.
Fra poco lo scheletrito albero si vestirà con i colori della festa della vita.
Paolo Borgia

Gerbidi e maggesi
E’ trascorso più di un secolo dai forse dimenticati “Moti di Palazzo Adriano”: una sollevazione contadina contro il padronato, motivata dalla ‘pretesa’ d’aumentare la propria quota spettante in grano dal 25% al 30% del raccolto, sollevazione sedata nel sangue. Allora la terra del mio paese dava da vivere ad una popolazione doppia rispetto a quella attuale. Purtroppo però l’inevitabile incremento demografico, dovuto a migliori condizioni igieniche e sanitarie e alla diminuzione della mortalità infantile, produceva una lenta ma continua emigrazione verso ‘il nuovo mondo’.
Jean Tirole, il premio Nobel che ha capito 
come funziona davvero il mercato
Da ormai cinquant’anni, il plurimillenario sistema economico, fondato da ‘sempre’ principalmente sull’autoproduzione e sul baratto, non solo del mio paesino ma di tutto il bacino mediterraneo, che aveva fatto di questa area il principale crogiolo della crescita culturale della umanità, si è spento. E’ inevitabile chiedersi il perché di questo disastroso crollo economico. Nonostante la ostentata pronta reazione, nel primo dopoguerra, dello stato con i suoi enti di riforma agraria e dei singoli con la costituzione di cooperative e con l’introduzione di macchine che altrove venivano impiegate  già da molto tempo. L’esito fu un epocale fallimento economico e forse sociale e chi fallisce, si sa, pensa inevitabilmente anche ad una propria incapacità.
Credo che una sensata risposta ora ci venga dall’Accademia reale svedese delle scienze con l’assegnazione il 13 ottobre 2014 del premio Nobel per l’Economia al francese Jean Tirole. "Uno dei più influenti economisti del nostro tempo", egli "più di ogni altra cosa ha chiarito come capire e regolamentare i settori industriali con poche, potenti imprese dominanti" e i rispettivi ‘fallimenti dei meccanismi di mercato’", che generano prezzi più alti rispetto a quanto sarebbe motivato dai costi, o la sopravvivenza di imprese improduttive attraverso meccanismi di blocco all'ingresso di aziende nuove e più produttive.
“Dalla metà degli anni ’80 in avanti, egli ha dato nuova vita alla ricerca su questo tipo di fallimenti di mercato”, cercando di rispondere a una domanda per tutte: "come devono i governi trattare con i cartelli di imprese? e come devono regolamentare i monopoli?". Il suo lavoro ha una forte influenza sui modi con cui i governi gestiscono le fusioni o i cartelli e come dovrebbero regolare i monopoli. “In una serie di articoli e libri, Jean Tirole ha presentato una struttura generale per identificare tali politiche”, sostenendo che le migliori politiche della concorrenza "devono essere attentamente adattate alle condizioni specifiche di ciascun settore industriale". “E l’ha applicata ad un numero di industrie, da quelle delle telecomunicazioni a quelle bancarie”.
Tirole, che è direttore della fondazione Jean-Jacques Laffont della Toulouse School of Economics e direttore scientifico dell’Istituto di economia industriale (IDEI) di Tolosa, oltre che degli studi sull’economia industriale, si occupa di micro e macroeconomia. Per lui, che non frequenta la corte dei ‘global village owners’, questo premio, aldilà del significato in sé, rappresenta una boccata di ossigeno per la prosecuzione dei suoi studi. Per noi, per il vecchio mondo frustrato, perché tacciato delle più infamanti accuse, ora si prospetta la possibilità, specie per le nuove generazioni, di una puntuale investigazione sulle remote e prossime cause e sulla ricerca dei rimedi più idonei al superamento delle fraudolente azioni, esterne ed interne, responsabili del nostro declino.
Ormai l’uomo è cambiato, sembra agire come ‘dopato’ da un scienza che gli conferisce una forza senza precedenti e da una economia che imprime un impulso incessante (H. Jonas) ma che non è tuttavia in grado di assumere una responsabilità costituita da nuova sostanza e finalità. Quando, poi, l’agire umano non è quello di una persona fisica ma di un ente anonimo, di un grande gruppo finanziario chi risponde? A chi? Di che cosa? Di chi? Di una impresa dove è l’anima: il luogo interiore non delegabile in cui la persona umana si dà e si riconosce responsabile?
Lo strapotere dei grandi gruppi sui governi o dei governi forti sui governi deboli, specie dopo il recente fallimento della allegra finanza, spinge l’uomo, a passi rapidi, dalle guerre locali verso il baratro della guerra totale e rende inutili le maschere con cui si travestono i lupi da teneri agnellini. 
Occorre richiamare, tallonare chi può e deve discernere e decidere contenuti, modalità, direzione e conseguenze dell’agire per conto della Società affinché riemerga il principio ‘responsabilità’ nelle relazioni tra ‘gruppi’ e la Società e le sue istituzioni allo scopo di condurli a quell’esser-io partecipe che è se stesso solo nella condizione del suo vivere con gli altri e per gli altri. 
P. Borgia