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mercoledì 4 febbraio 2015

Gli Albanesi d’Italia e la traduzione della Bibbia ... ... di Zef Chiaramonte

AKADEMIA E SHKENCAVE E SHQIPERISE
UNIVERSITETI I TIRANES


SEMINARI SHKENCOR “ BIBLA SHQIP DHE TRADITA”
TIRANE – ALBANIA 24.05.2004
Zef Chiaramonte (Italia)

Gli Albanesi d’Italia e la traduzione della Bibbia

            Recentemente il mensile Ngjallja, organo ufficiale della Chiesa Ortodossa Autocefala d’Albania, con un intervento a firma del Dr. Miltiadh Veveçka, contestava allo scrittore Ismail Kadare l’affermazione  “që shqiptarët fillimisht ishin katolikë dhe më vonë janë kthyer në orthodhoksë = che gli albanesi in origine erano cattolici e più tardi sono diventati ortodossi “
L’autore dell’articolo, nel ripercorrere le tappe fondamentali della storia cristiana dell’Illirico, e al fine di rafforzare il suo concetto che  dopo lo scisma del 1054 “gjithë popujt e Ballkanit, mes tyre dhe shqiptarët, u gjenden krejtësisht kristianë-orthodhoksë = tutti i popoli dei balcani e tra loro gli albanesi, si sono ritrovati del tutto cristiani-ortodossi”, cita l’esempio degli arbëreshë, “të cilët ndonse jetojnë prej mbi 500 vjet brenda trojeve krejtësisht katolikë italianë, ata edhe sot e kësaj dite praktikojnë besimin kristian sipas traditës së hershme, në ritin orthodhoks, fenë e parë dhe më të vjetrën monoteiste të shqiptarëve = i quali, nonostante da oltre 500 anni vivano in territori del tutto cattolici italiani, fino a oggi praticano la fede cristiana secondo l’antica tradizione, nel rito ortodosso,  fede primigenia e più antica monoteista degli albanesi”.[1]   
La risposta data al Kadare - il quale probabilmente scambia la dipendenza dell’Illirico da Roma, almeno sino alla crisi iconoclasta, come appartenenza a un cattolicesimo ante litteram - segue la corrente di coloro che considerano ortodosso solo quanto è legato a Bisanzio.
         Come si sa la Chiesa cristiana si autoconcepisce come una, santa, cattolica, apostolica.[2]
         La parte maggioritaria di essa, uscita vincitrice al Concilio di Calcedonia del 451[3], cominciò a chiamare se stessa ortodossa in antitesi alla minoranza giudicata eterodossa.
         Per incomprensioni di carattere prevalentemente filologico, le comunità anticalcedonesi - che oggi si preferisce chiamare Antiche Chiese Orientali - si staccarono dal corpus dell’unica Chiesa. In questo senso le chiese calcedonesi, cioè Roma e Bisanzio, si ritrovarono contemporaneamente cattoliche e ortodosse allo stesso titolo.
         Solo dopo lo scisma del 1054 la terminologia cominciò a designare come ortodosse le comunità legate a Bisanzio e come cattoliche quelle legate a Roma. Tuttavia non è venuta mai meno la terminologia, più corretta, di Chiesa Orientale e Chiesa Occidentale, terminologia radicata nella divisione dell’Impero Romano.
         All’interno di questo contesto storico come si pongono ecclesiasticamente gli arbëreshë?
         Fa piacere, intanto, notare che l’organo ufficiale della Chiesa Ortodossa Autocefala d’Albania ne consideri l’importante testimonianza storica e religiosa e non li qualifichi uniati[4].
         Infatti gli arbëreshë, insieme agli albanesi nei Balcani, sono eredi della predicazione di San Paolo agli illiri. Insieme subirono la temperie di due acculturazioni del Cristianesimo: quella romana in lingua latina e quella bizantina in lingua greca, non sempre in successione cronologica, ma sicuramente a unica giurisdizione amministrativa del Papa di Roma, sino al 732, attraverso il vicario papale di Tessalonica.
         Dopo questa data, legato forzosamente l’Illirico a Costantinopoli (come del resto la Sicilia e la Calabria, per punire il Papa di Roma di aver parteggiato per gli iconòduli nella crisi iconoclasta) sul  territorio prevale la tradizione greca. Ma quella latina non venne mai meno nel cosiddetto “triangolo cattolico albanese” (Shkodra, Drishti, Danja, Shasi, Ulqini, Tivari) e nei monasteri benedettini. Anche  i rapporti politici e culturali con Roma e l’Occidente  non si interruppero mai, come testimonia la presenza di una Scuola degli Albanesi a Venezia, l’attività di umanisti e artisti albanesi nell’Italia Settentrionale, la storia dell’eroe nazionale Scanderbeg e la creazione di collegi a Roma e a Venezia per la protezione della cultura e della liturgia bizantina, dopo l’occupazione ottomana dei Balcani. Il Collegio Greco di Roma, come si sa, ha giocato un ruolo fondamentale per gli arbëreshë.
Questi avvenimenti, gravati dal peso dello scisma del 1054, ma allietati dall’unione di Firenze del 1439, si riflettono sulla composizione odierna degli arbëreshë.
Tutti sono in comunione con la Sede Apostolica dell’antica Roma.  Una parte segue la tradizione latina, quasi sempre esito di lotte per l’assimilazione culturale e religiosa: in alcune di queste comunità si conserva l’albanofonia, in altre, insieme alla tradizione bizantina originaria, è scomparsa anche la lingua albanese.
         Presso gli arbëreshë di tradizione orientale, raggruppati nelle due eparchie di Lungro in Calabria e di Piana degli Albanesi in Sicilia, oltre che una migliore conservazione della lingua, si riscontra anche una maggiore autocoscienza etnica.
         Di fatto la tradizione orientale, costantemente tutelata dalla S. Sede contro gli abusi dei vescovi e dei baroni locali, ha costituito il primo aspetto della diversità conservativa degli arbëreshë, oltre alla lingua e alla tradizione popolare sia materiale che immateriale.
         Quasi sempre al clero  si devono la cura e l’uso colto della lingua.
Uno di questi usi è costituito dalle canzoni sacre paraliturgiche raccolte o create dal Figlia[5] e conservate nel Codice di Chieuti. Creatori e raccoglitori di canzoni e poesie sacre in albanese si sono susseguiti sino ad oggi, permettendo agli arbëreshë di pregare  “t’ën’Zonë po me gluhën çë na dha = nostro Signore con la lingua che ci ha dato”[6].
         Tuttavia, tanto i canti quanto il più antico catechismo in albanese, quello del Matranga[7], al di là del carattere pastorale, non si caricavano anche dello sforzo di alfabetizzare il popolo arbëresh, come fece la traduzione della Bibbia per i protestanti.
         Come rileva Giuseppe Di Fazio nella prefazione alla Dottrina Cristiana di Antonio Diliberto, “ancora nel XVIII secolo il catechismo non era un testo da leggere, ma da ascoltare e memorizzare, perciò esso - come i canti arbëreshë (n.d.a.) - poteva convivere con l’analfabetismo"[8].  Analfabetismo doppio, peraltro, sia albanese che italiano, perché la scuola per tutti, in italiano, arrivò dopo l’unità d’Italia e stentò ancora a lungo ad affermarsi. Perciò “la catechesi avveniva esclusivamente per via orale[9], nella lingua parlata dal popolo: siciliano o calabrese tutt’intorno alle isole arbëreshe, dove i buoni papas coltivavano la fede dei padri usando la  lingua avita. Solo l’uso scritto e letto dell’arbërishtja avrebbe potuto costituire una reale alternativa al greco della liturgia e soprattutto delle pericopi dell’Antico e del Nuovo Testamento in essa inserite. Ma ciò forse non è stato percepito, sino a tardi, come una esigenza. Un mondo pervaso dal senso religioso e dal carattere dell’esule, che tende a nulla mutare rispetto al tempo del distacco dalla madrepatria, assunto come mito, non poneva istanze.
         Quando, nonostante il perdurante analfabetismo, o proprio a causa di esso, gli spiriti più illuminati del clero arbëresh tentarono la via della traduzione in albanese dei testi biblici, rimasero ligi a un’ antica quanto immotivata concezione circa le cosiddette  lingue liturgiche[10], e ritennero intangibile l’uso del greco nella liturgia sino alla riforma del Concilio Vaticano II.
          In realtà si trattò di un modo elegante di distinguersi dai vicini che usavano il latino. Le lingue usate in chiesa, perciò, più che i contenuti dell’una o dell’altra liturgia, per altro poco comprese sia dagli uni che dagli altri, costituirono spesso il confine tra l’essere arbëresh o litì.
         Il passato vive nel presente e spesso ne impedisce il naturale progresso. Così, per lungo tempo, sia in Albania che tra gli arbëreshë, l’uso dell’albanese nella liturgia orientale non andò oltre la pericope evangelica e l’inno pasquale attestati dal manoscritto della Biblioteca Ambrosiana[11], che Nilo Borgia ascrive al sec. XIV[12].
         Nel sec. XIX Giuseppe Camarda[13] in Sicilia e Vincenzo Dorsa[14] in Calabria traducono nei rispettivi dialetti il Vangelo di S. Matteo, poco prima che nei Balcani operasse il Kristoforidhi[15].
Fjala e t’yn Zoti di Mons. Paolo Schirò[16], tra il 1912 e 1915, inizia la traduzione, per la declamazione nella liturgia domenicale, dei passi evangelici.
L’Evangeliario giornaliero sarà invece condotto a termine dall’archimandrita papa Gjergji Schirò. Completato e pubblicato in ciclostile nel 1963, insieme all’Epistolario e a altre traduzioni di papa Giergji,  costituisce il corpus delle letture bibliche arbërisht in uso nella Eparchia di Piana degli Albanesi.
L’Eparchia di Lungro, pervenuta più tardi all’uso nella liturgia di testi biblici in albanese, possiede traduzioni più curate, frutto di una commissione ad hoc che risente positivamente della presenza dei papas Emanuele Giordano e Lorenzo Forestieri. Qui è in uso l’alfabeto di Monastir e si  applicano, in quanto compatibili, le regole ortografiche della lingua unificata.
L’Eparchia di Piana, più arroccata nel particolarismo locale (e personale !), non ha adottato il testo ufficiale della Messa - Liturgjia Hyjnore e Atit tonë ndër Shejtrat Joan Hrisostomit – frutto di una commissione intereparchiale, pubblicato a Roma nel 1967 e inaugurato in occasione del 5° centenario della morte di Scanderbeg, oscillando tra la traduzione di Mons. Paolo Schirò[17] e altre di scarso valore linguistico.
Davanti a uno scenario di così poca intesa circa le traduzioni in albanese da usare nelle celebrazioni liturgiche, derivante peraltro dall’inesistenza di una koinè arbëreshe, appare in tutta la sua grandezza e utilità la traduzione integrale della Bibbia di Mons. Simon Filipaj.
La scelta della lingua letteraria unificata, che ha comportato tanto travaglio interiore al Traduttore, come egli stesso confessa nell’introduzione all’opera, ha il pregio di accorciare le distanze tra lo shqip e l’arbërishtja.
Tale elemento, non secondario, ho tenuto a sottolineare allo stesso Mons. Filipaj nell’incontro avuto a Roma pochi mesi prima della sua morte, a conforto della bontà della sua scelta anche per quanto riguarda gli arbëreshë.
Gli arbëreshë vivono oggi un momento del tutto particolare: alfabetizzati in massa dalla scuola e dai media italiani, sono anche direttamente investiti dalla legge di  salvaguardia delle minoranze linguistiche in Italia[18].
Ci auguriamo che gli insegnanti cui è affidata l’educazione linguistica albanese non si limitino al solo recupero della parlata locale ma sappiano aprirsi alla lingua d’oltre mare che ha ormai gli strumenti, la dignità, gli standard e l’agilità di una lingua culta moderna.
In tal senso una maggiore assistenza da parte delle istituzioni accademico-universitarie della Repubblica d’ Albania è richiesta e benvenuta.
Anche un maggiore scambio fraterno tra la Chiesa Ortodossa Autocefala d’Albania e le eparchie arbëreshe d’Italia sarebbe auspicabile.
Dalla Chiesa Arbëreshe, costante animatrice della fede e della cultura dei padri, convocata in Sinodo Intereparchiale a Grottaferrata il prossimo ottobre, ci si attendono anche  opzioni linguistiche non in contraddizione con la storia. Tra queste, la debita considerazione nei confronti dell’unico testo integrale della Bibbia in lingua albanese, quello di Filipaj, come già avvenne, a suo tempo, per il testo di Fan Noli relativamente alla Divina Liturgia.
 Permettetemi, infine, di formulare il desiderio che, partendo dalla traduzione integrale della Bibbia di Mons. Filipaj, si pervenga quanto prima a un testo concordato per tutti i cristiani di lingua albanese, senza escludere tra questi gli arbëreshë.

NOTA: il testo, in albanese, è pubblicato in: Instituti i Gjuhësisë dhe i Letërsisë, Bibla shqip dhe Tradita, Tiranë: Toena, 2004


[1] Le citazioni sono tratte da Ngjallja, febbraio 2004, p. 9.
[2] Cfr.il Credo sia nella Chiesa Ortodossa che nella Chiesa Cattolica.
[3] Cfr. Denzinger-Schonmetzer, Enchiridion symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum, editio XXXIV, 1967, p. 106-109 (ann. 451: Cc. Calcedonense: Symbolum; actio V. 22 oct. 451).
[4] Non si ha ragione di attribuire agli arbëreshë questa qualifica, perché essi sono testimoni, senza interruzione, della tradizione della Chiesa Orientale che li caratterizza sin dai primi secoli del Cristianesimo. D’ altra parte, la comunione degli arbëreshë con Roma non è il risultato di una negoziazione politica casuale, ma è la prosecuzione, in terra italiana, di una linea che origina dall’antica Chiesa Illirica per confluire nell’Unione del Concilio di Firenze. A giudicare, poi, dalle condizioni storiche, senza Roma oggi non avremmo una Chiesa Arbëreshe.
 [5] Papas Nicolò Figlia (1682-1769), prete arbëresh di Mezzojuso, espletò la sua opera pastorale nella colonia albanese di Chieuti in Capitanata (Puglie). Qui, tra il 1901 e il 1902 lo studioso arbëresh Michele Marchianò ritrovò la sua opera manoscritta, Il Codice di Chieuti (inizi secolo XVIII), che raccoglie canti sacri della tradizione albanese di Sicilia. Cfr. M. Marchianò, Canti popolari albanesi delle colonie d’Italia, Foggia, 1908; Mbledhës të hershëm të folklorit shqiptar, vol. I, Tirana, 1961; Nicolò Figlia, Il Codice Chieutino, a cura di M. Mandalà, Mezzojuso: Comune di Mezzojuso, 1995.
[6] Verso adattato dal canto tradizionale siculo albanese  O Mburonja e Shqipërisë = O Scudo dell’Albania.
[7] E Mbsuame e Krështerë bërë për të urtënë Atë Ladesmë shoqëriet Iesusit e prierrë lëtireiet mbë gluhë të arbëreshie për Lekë Matrëngnë i mbsuam i Kulexhit grek të Romësë, Roma: Facciotto, 1592.  Cfr:  Marco La Piana, Il Catechismo albanese di Luca Matranga (1592), in <Roma e l’Oriente>, n.18, Roma,1912;  Justin Rrota, Shkrimtari ma i vjetër i italo-shqiptarvet D. Lukë Matranga, Shkodër, 1931;  Fadil Sulejmani, E Mbësuame e Krështerë e Lekë Matrëngës, Prishtinë: Instituti Albanologjik i Prishtinës, 1979.
8 Antonino Diliberto, Dottrina Cristiana, a cura di Saverio Ferina. Palermo: Provincia di Palermo; Archivio storico dell’Arcidiocesi di Monreale, 2004, p.13.
 9Ibidem, p.13, in nota di F. Lo Piparo. Di diverso avviso è Matteo Mandalà per Piana degli Albanesi, dove il Catechismo del Matranga sarebbe servito anche da testo di lettura (cfr.Luca Matranga, E mbsuame e krështerë, a cura di Matteo Mandalà. Caltanissetta: Sciascia, 2004). Molti indizi, però, come la nessuna testimonianza circa il suo uso nelle altre colonie arbëreshe e la perdita della memoria stessa di un testo così importante, ci induce a ritenere che il testo non sia stato bene accolto dal clero, in quanto non rispecchiante la parlata toska della popolazione.
10 Rispettivamente: il greco, il latino, lo slavo antico.
[11] Biblioteca Ambrosiana, codex 133. F. 63; Martini-Bassi, Catalogus codicum graecorum.
[12] Don Nilo Borgia, Pericope evangelica in lingua albanese del sec. XIV da un manoscritto greco della Biblioteca Ambrosiana, Grottaferrata, 1930.
[13] L’Evangelo di San Matteo tradotto dal testo greco nel dialetto albanese di Piana dei Greci in Sicilia…, Londra, 1868.
[14].Il Vangelo di San Matteo tradotto dal testo greco nel dialetto calabro-albanese di Frascineto, Londra, 1896
[15] Dhiata e Re  (in ghego), Costantinopoli, 1872; idem, Dhiata e Re (in tosco), Costantinopoli, 1879.
[16](1866 – 1941), ritrovò il Meshari di Gjon Buzuku e ne fu il primo studioso (cfr. Faik Konica, in Dielli, anno III, n. 51, Boston, 18.03.1910); concluse  la serie dei ”Vescovi Ordinanti per gli albanesi di Sicilia” e fu Rettore del Seminario Italo-Albanese di Palermo.
[17]Mesha e Shën Jan Gojartit përkthyer shqip nga emz. Pal Schiroi botuar me kujdesin e Prof. Zef  Schiroit = Liturgia di S. Giovanni Crisostomo tradotta in albanese da Mons.  Paolo Schirò, a cura del Prof. Zef  Schirò, Palermo, 1964.

[18] L. 15.12.1999, n. 482.